Le questioni aperte della Populorum Progressio, 50 anni dopo

Una veduta della Basilica di San Pietro
Foto: AA / ACI Stampa
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Monsignor Alberto Giovannetti, il primo Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite di New York, se lo chiedeva già nel suo libro “Il Palazzo è di vetro”: perché l’enciclica Populorum Progressio di Paolo VI era stata tradotta in inglese con il termine “sviluppo” (development) e non con quello “progresso” (“progress”). Così era succeso anche nell'italiano. Cinquanta anni dopo, la domanda se sia meglio parlare di “progresso” o “sviluppo” resta ancora attuale, e lo si nota dal Convegno sulla Populorum Progressio, il primo organizzato dal neo costituito Dicastero per il Servizio allo Sviluppo Integrale dei Popoli.

Un dicastero – spiega il Cardinale Peter Turkson, che ne è Prefetto – destinato a “diffondere il servizio della Chiesa Cattolica nel mettere in luce il Vangelo sulle questioni sociali del nostro tempo”.

Nei suoi saluti introduttivi, il Cardinale Turkson ha messo sul tavolo le sfide. Ha spiegato che “il concetto di sviluppo come realizzazione della dignità umana debba essere applicata a tutti”, e che “il vero sviluppo deve essere universale”, vale a dire “sviluppare ciò che ogni persona possiede naturalmente”; che “la persona umana, con dignità inalienabile, esiste in realazione con gli altri”.

Ha notato, il Cardinale Turkson, che dal 1990 l’ufficio ONU per lo Sviluppo pubblica ogni anno un “Rapporto sullo Sviluppo Umano”, dove si nota che “la crescita economica viene vista come un segno della salute di una nazione”, cosa che il Cardinale vive in maniera positiva, perché “sviluppo consiste in una serie di passaggi da condizioni umane meno umane a più umane, e colpisce la persona umana e il miglioramento delle condizioni di vita di ogni abitante della nostra casa comune”. Ma, ammonisce, questo sviluppo va applicato sia alle condizioni umane che alle condizioni non umane. Non esiste sviluppo senza la possibilità di sviluppare la dimensione soprannaturale.

C’è allora davvero possibilità di uno sviluppo umano integrale? Dall’enciclica di Paolo VI molte cose sono cambiate. La parola “sviluppo” fu attrattiva per molti alle Nazioni Unite, e ancora nel 1986 un documento ONU sullo sviluppo aveva la citazione dello “sviluppo umano integrale”, tema cardine della Dottrina Sociale della Chiesa. Ma poi, questo tema fu sostituito dal concetto di sviluppo sostenibile, secondo un processo che ha “laicizzato” le organizzazioni internazionali fino a fare delle religioni un qualcosa da tenere separato dalla vita degli uomini.

Questo processo si è sviluppato nel corso degli anni, a partire dalla creazione di un “ordine mondiale” basato sugli Stati nazionali con la pace di Westfalia del 1648 fino alla creazione di un nuovo ordine mondiale basato sulla Dichiarazione dei Diritti Umani e le organizzazioni internazionali nel 1948.

Oggi, lo sviluppo umano integrale va difeso in sede internazionale quando le discussioni sono altamente specialistiche, eppure cruciali. Non viene minacciato dalla povertà. La questione sociale viene minacciata a livello giuridico.

Nella sua relazione, Gregor Puppinck, direttore dello European Center for Law and Justice, ha sottolineato le minacce alla libertà religiosa: dall’individualismo alla secolarizzazione che pone in discussione libertà di coscienza e libertà religiosa, considerata “assurda” dalle nuove società; dal diritto all’autonomia che si oppone con l’autodeterminazione alla libertà di coscienza fino al rifiuto di rendere visibili la religione e la morale.

“Per quanto il mondo moderno separi e opponga anima e corpo, per quanto opponga fede e ragione, fin quando il mondo disumanizza l’uomo per ridurlo alla sua sola volontà, è compito dei cristiani riumanizzare gli individui, e riunire corpo ed anima, fede e ragione”, conclude Puppinck.

Sarà questa la missione del nuovo dicastero? Certamente sì. Come sarà la sua missione distinguere chiaramente tra progresso scientifico e sviluppo umano integrale. Lo definisce il professor Fabrice Hadjadj, uno dei più lucidi pensatori moderni, che sul tema delle tecnoscienze ha dedicato moltissimi saggi.

E lui, al termine di un ragionamento che mette in luce come il progresso sia ormai disumanizzato, sottolinea che “noi sapremo sempre che l’uomo perfettamente sviluppato è Cristo, lavoratore manuale, nato in una famiglia giudea, morto a 33 anni con la pena più terribile”, il quale ha vissuto in mezzo agli apostoli. Insomma, il progresso dei cyborg, il progresso transumanista, il progresso che separa corpo ed anima, che “rende l’essere umano una cosa” “non può essere un progresso umano”.

Vengono così delineate le sfide del nuovo dicastero: lavorare in sede internazionale per difendere la libertà di ogni uomo a vivere la propria fede; fare in modo che l’essere umano non sia considerato una “cosa” da scartare, ma piuttosto una persona di corpo e anima, la cui dignità vale dal concepimento alla morte naturale; umanizzare il progresso, permettendo all’uomo di poter davvero essere se stesso, con la sua fede e la profonda consapevolezza di avere un posto nel mondo che va al di là di quello delineato dagli uomini, ma è parte del progetto di Dio.