Milano, i 6 anni del Cardinale Scola

Il Cardinale Angelo Scola
Foto: InterMirifica.net
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Poco più di 6 anni. Tanto è durato il governo pastorale dell’Arcidiocesi di Milano da parte del Cardinale Angelo Scola che lascia ufficialmente oggi la cattedra ambrosiana dopo l’accettazione da parte del Papa della sua rinuncia per raggiunti limiti di età. Gli succede il Vicario Generale Monsignor Mario Delpini

Era il 28 giugno 2011 quando Papa Benedetto XVI nominava l’allora Patriarca di Venezia Angelo Scola successore del Cardinale Dionigi Tettamanzi alla guida dell’Arcidiocesi di Milano. Una nomina che era nell’aria vista la vicinanza teologica tra il porporato e Papa Benedetto, nonché dalla loro antica personale amicizia.

Scola si è insediato a Milano il 9 settembre successivo e ha ricevuto personalmente il pallio da Papa Benedetto XVI a Castel Gandolfo il 21 dello stesso mese.

Arcivescovo di Milano il Cardinale Scola ha accolto due Papi: Benedetto XVI nel giugno 2012 in occasione dell’incontro mondiale delle famiglie e Francesco lo scorso marzo, forse il momento topico conclusivo del suo servizio come arcivescovo metropolita.

Che anni sono stati quelli del Cardinale Scola a Milano? A rispondere a questa domanda è forse lo stesso Arcivescovo nella lettera pastorale alla Diocesi inviata lo scorso 11 giugno.

Le visite nei diversi territori dell’Arcidiocesi - ha scritto Scola - “hanno confermato ai miei occhi la vitalità di comunità cristiane non solo ben radicate nella storia secolare della nostra Chiesa, ma capaci di tentare, su suggerimento dello Spirito, adeguate innovazioni. Questa attitudine di disponibilità al cambiamento l’ho toccata con mano sia nelle parrocchie del centro, sia nelle grandi parrocchie di periferia, esplose negli ultimi sessant’anni, sia nelle città della nostra Diocesi, sia nelle parrocchie medie e piccole”.

Il Cardinale Scola ha ricordato anche e soprattutto la visita di Papa Francesco che si è dimostrata “un richiamo così forte da rendere visivamente evidente che la nostra Chiesa è ancora una Chiesa di popolo. Certo, anche da noi il cambiamento d’epoca fa sentire tutto il suo peso. Come le altre metropoli, siamo segnati spesso da un cristianesimo fai da te. Più utile, anzi necessario, è domandarci che responsabilità ne viene per noi? Come coinvolgere in questa vita di popolo i tantissimi fratelli e sorelle battezzati che hanno un po’ perso la via di casa? Come proporre con semplicità in tutti gli ambienti dell’umana esistenza la bellezza dell’incontro con Gesù e della vita che ne scaturisce? Come rivitalizzare le nostre comunità cristiane di parrocchia e di ambiente perché, con il Maestro, si possa ripetere con gusto e con semplicità a qualunque nostro fratello vieni e vedi? Come comunicare ai ragazzi e ai giovani il dono della fede? In una parola: se il nostro è, nelle sue solidi radici, un cristianesimo di popolo, allora è per tutti. Non dobbiamo più racchiuderci tristi in troppi piagnistei sul cambiamento epocale, né ostinarci nell’esasperare opinioni diverse rischiando in tal modo di far prevalere la divisione sulla comunione. Penso qui alla comprensibile fatica di costruire le comunità pastorali o nell’accogliere gli immigrati che giungono a noi per fuggire dalla guerra e dalla fame. Ma, con una limpida testimonianza, personale e comunitaria, con gratitudine per il dono di Cristo e della Chiesa, siamo chiamati a lasciarlo trasparire come un invito affascinante per quanti quotidianamente incontriamo”.

Incontrando il popolo di Milano - ha concluso Scola tracciando quasi un addio - “ho appreso a conoscermi meglio, a fare miglior uso dei doni che Dio mi ha dato e, nello stesso tempo, ho imparato un po’ di più quell’umiltà che segna in profondità la nostra storia. Ho potuto così, grazie a voi, accettare quel senso di indegnità e di inadeguatezza che sorge in me tutte le volte che mi pongo di fronte alle grandi figure dei nostri patroni Ambrogio e Carlo”.