Moraglia: basta con la politica dei tweet e delle lobbies, serve il bene comune

La benedizione Eucaristica al termine della messa nella festa del Redentore
Foto: Patriarcato di Venezia
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“È illusione pensare ad una redistribuzione della ricchezza a livello mondiale senza una “conversione” della politica. I Paesi più ricchi e dotati di tecnologie avanzate devono guardare con più attenzione dove povertà e miseria generano morte. Dove si investe e si produce ricchezza, dove la persona è posta evangelicamente al centro, là si elevano le condizioni di vita”.

Il Patriarca di Venezia Moraglia lo ha ricordato ieri sera nella solenne celebrazione della Festa del Santissimo Redentore, appuntamento estivo della Sede Patriarcale e della città lagunare.

Il Patriarca parlando di speranza nella sua omelia ha ricordato che è  “lo stesso Gesù risorto e ha come protagonista Dio; solo dopo diventa virtù umana e ha per protagonista l’uomo.

Ed è per questo che, riguardo alla vita sociale e politica, la speranza si deve trasformare in lungimiranza che è “ richiesta ad una politica intelligente e auspicabile già trenta o quarant’anni fa da parte di Paesi leader - il riferimento primo è all’Europa - che non dovevano rinchiudersi in se stessi, riducendo la politica alla finanza e all’economia; essi avrebbero dovuto investire, superando la logica dell’emergenza e degli interessi di parte. E sarebbe stata vera lungimiranza comprendere che il debito internazionale di alcuni Paesi stava crescendo a dismisura e questi non avrebbero più potuto procedere alla restituzione”.

Moraglia ha detto che “la povertà è il risultato del mancato accesso alla cultura, alla comunicazione, ai grandi investimenti, ai progetti economici di vasto respiro, alla mancanza di adeguate tecnologie e, ancor prima, al non accesso a risorse essenziali: in primis l’acqua e le altre materie prime”. Per questo “Uurge una migliore suddivisione delle risorse fra gli uomini, fra gli Stati e fra i continenti perchè la pace dipende, non poco, da questa giustizia sociale fra uomini e Stati”.

La responsabilità del cristiano è “l’esercizio rigoroso della responsabilità politica e sociale, economica e finanziaria” e “certo, avere il senso di Dio qui aiuta non poco”.

Poi il Patriarca ha fatto un riferimento preciso: “Bisogna in ogni modo - come evidenzia, purtroppo, il caso delle banche venete e a cui non si può non fare riferimento - mantenere sempre alto (da parte di tutti) il livello di attenzione, di vigilanza e di responsabilità: ciò è assolutamente necessario per evitare dissesti ma, soprattutto, per perseguire e garantire livelli adeguati di giustizia sociale, in specie quando a rimetterci sono proprio i cittadini più deboli, i piccoli risparmiatori”.

Sul tema delle migrazioni il Patriarca ha detto: “la distinzione fra migranti rifugiati e migranti economici non è facile, non è scontata, non convince. Qui la politica non può più balbettare; deve parlare un linguaggio chiaro, deve avere soprattutto un progetto di cui - fino ad oggi - è stata priva e ci pare ancora priva, poiché i migranti e chi li accoglie devono sapere all’interno di quale progetto politico e sociale si muovono”. Niente facili slogan, ma  “solidarietà e realismo devono andar insieme”. Basta alla politica fatta “ di annunci e tweet che, talvolta, non risultano veritieri e, altre volte, invece, ridicoli per la loro ovvietà”.

Senza attenzione al bene comune ma con una politica fatta da lobbies politica o da lobby “saremo costretti a rivedere cose già viste, con la differenza che, oggi, sono a disposizione mezzi molto più potenti che alcuni decenni fa non esistevano e ora consentono, attraverso la rete, di compiere in tempo reale operazioni, una volta, impensabili”.

Niente approcci ideologico allora piuttosto “una politica che ami un confronto e un incontro reale e che miri a risolvere, almeno in parte, i problemi deve, innanzitutto, esser capace di suscitare spazi di vera laicità – liberi dalle differenti forme di ideologie -  ponendo al centro la persona umana” con una attenzione a “diritti e doveri. Bisogna così riscoprire i principi della reciprocità, dell’accoglienza, della solidarietà, della legalità, della certezza del diritto, della pena volta a redimere, senza dimenticare l’essenziale e pieno rispetto della cultura, delle leggi e delle tradizioni del Paese ospitante”.

E aggiunge Moraglia che come “abitanti della medesima città abbiamo diritto di sapere come, sui temi sensibili del vivere comune, la pensi chi abita accanto a noi, il vicino della porta accanto” come se la donna ha diritti? E, nei confronti dell’uomo, quali? esiste il diritto alla libertà religiosa? quali sono, se ci sono, i limiti dello Stato nei confronti del cittadino? si ha il diritto d’esser rispettati nella propria libertà di coscienza da parte di chi non condivide la nostra fede e cultura? alla fine, l’“altro” è considerato un ostacolo, un nemico o un compagno di viaggio con cui condividere alcune mete in vista del bene comune?”.

Perché Venezia,  “ponte” tra Occidente e Oriente “deve vivere la sua identità in modo inclusivo ed essere città accogliente che sa conservare viva la propria storia nella quale ci sono luci e ombre”.

Moraglia ha parlato di “sana laicità” per la  “convivenza fra persone di differenti culture, etnie, nazionalità” come “la miriade di palafitte su cui poggia ed è stata costruita la nostra città Venezia e grazie alle quali - nonostante il passare dei secoli e l’ambiente delicato della laguna - la città continua a vivere”.

E così ecco il tema della cura del Creato e del destino della laguna: “È doveroso a questo punto richiedere che, in tempi accettabili, vengano portate a compimento le grandi opere iniziate, innanzitutto verificandone il funzionamento; è qualcosa di dovuto alla città e ai suoi abitanti che, in vari modi, hanno contribuito alla loro realizzazione”.