Sinodo, Card. Sgreccia: "La famiglia testimonia il Vangelo"

Il Cardinale Elio Sgreccia
Foto: Bohumil Petrik - CNA
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La XIV Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi si avvia alla stesura della relazione finale. Aci Stampa ha incontrato il Cardinale Elio Sgreccia – Presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita – con cui ha conversato in esclusiva sui  temi principali di questa intensa e lunga assise sinodale.

 Eminenza, il Sinodo è ormai in dirittura d’arrivo. Qual è ad oggi la missione della famiglia?

Si parla di famiglia cristiana. E questo è il soggetto principale, diretto: la missione della famiglia rimane sempre la stessa, quella di rappresentare nel mondo un esempio di unità, di aiuto alle nuove generazioni e di testimonianza al Vangelo. Naturalmente ci si rende conto che la famiglia cristiana oggi, per compiere questa missione di evangelizzazione, è diventata più fragile perché i mali che hanno riguardato la società – i processi di laicizzazione, di povertà, di immigrazione – non l’hanno risparmiata. Tant’è che esistono fenomeni dolorosi di separazione, divorzi anche nelle famiglie cristiane che dovrebbero essere per statuto immuni da tutto questo. Esistono anche le sciagure che capitano dal fronte della povertà e della immigrazione, qualche volta più che per altri perché pare che ci sia qualche obiettivo in più per cacciare i cristiani dai loro paesi. Guardando alla missione della famiglia oggi ci siamo dovuti addentrare in quelle che sono le fragilità, i rimedi, le urgenze dal punto di vista della prevenzione dei mali e per attrezzare le famiglie a questa testimonianza ed esemplarità che è attribuita dal Vangelo.

La famiglia è fragile, ma c’è una società che non esita a minacciare la famiglia.

Certo perché la società che nasce all’insegna, almeno in Occidente, della secolarizzazione nasce con la filosofia individualista: l’individuo pensa di fare da solo. La famiglia invece conta sulla persona aperta alla socialità. La persona per definizione dice e chiede socialità e quindi quando si afferma la filosofia individualista si scuote anche la famiglia e le generazioni che nascono sotto il vento della secolarizzazione fanno fatica a sposarsi, a prendere delle decisioni per sempre, e quando sono sposati fanno più fatica a mantenersi subordinati come dice San Paolo al servizio l’uno dell’altra e questa è la chiave cristiana. Per un secolarista questo diventa difficile. Poi ci sono stati i fenomeni che non riguardano l’ideologia, ma la politica, i conflitti armati, gli spostamenti, le catastrofi.

Dal Sinodo quale aiuto arriverà per la famiglia cristiana?

Sotto questo aspetto il Sinodo è partito sensibilizzato dalle situazioni di sofferenza, ad esempio i divorziati risposati, via via ha sviluppato una filosofia sulla prevenzione: come si previene tutto questo? Il discorso è stato molto interessante e positivo nel vedere di inventare una pastorale più ricca e nuova per far sì che le persone arrivino più preparate, consapevoli di cosa sia la famiglia cristiana e anche con itinerari che sono diversi. Si è parlato di una forma di catechesi che non si limiti a fare un concentrato per i sacramenti di iniziazione lasciando poi il vuoto nell’adolescenza e rispuntando al momento del matrimonio. Ci siamo battuti su questo: bisogna evitare vuoti di catechesi. La catechesi deve essere continua, come continua è la vita e proporzionata ai bisogni della vita. Se lasciamo scoperti i momenti più orientativi dove si forma la personalità, dove si scoprono gli affetti, l’amore manca la componente cristiana ed è chiaro che poi inventarla al momento delle nozze non è semplice né automatico. E così si perde il meglio, si perde il più. C’è un ripensamento molto forte – Dio ci dia la forza per attuarlo – sull’impianto nuovo da fare per costruire le famiglie.

Un percorso di accompagnamento costante…

Costante! Questo vuol dire prima e dopo.

Dal Sinodo arriverà un messaggio. E dovrà essere veicolato da un linguaggio comprensibile per le famiglie.

Sì. Per ritrovare il linguaggio nell’ambito cristiano non c’è bisogno di faticare perché quello biblico è il più comprensibile. Ed anche il più chiaro in termini di esigenze e certezze. Per il cristiano sapere che non sei solo, che c’è Cristo che ti accompagna per tutta la vita con fedeltà è l’a-b-c della catechesi. Basta credere nella Pasqua, che Cristo è presente nella Chiesa e in ogni persona, che ad ognuno dà un progetto, che non butta le persone a caso nel mondo ma ad ognuno dà dei doni e da ognuno si aspetta una risposta. I linguaggi non devono essere inventati, ma ricaricati della loro originaria potenza evangelica.

Lei si aspetta una Esortazione Apostolica post-sinodale?

Il Sinodo presenta una serie di riflessioni, poi il Papa fa in genere una Esortazione Apostolica sul tema. Ogni Papa può fare un documento più originale o in una forma speciale ma normalmente i Sinodi sono terminati con una Esortazione Apostolica del Papa, che ci mette del suo. E’ quello il documento, il resto è lavoro preparatorio fatto cum Petro e sub Petro ma poi la firma alla fine è quella di Pietro.