Verso il Papa in Myanmar, il Cardinale Bo: "L'odio è un fallimento"

Il Cardinale Charles Bo durante una celebrazione
Foto: LOR
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Un appello alla riconciliazione, a guarire le ferite, a chiudere per sempre con i disorsi di incitamento all’odio: il Cardinal Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, il primo cardinale del Myanmar della storia, scrive una lettera ai suoi concittadini alla vigilia del viaggio di Papa Francesco, che sarà nel Paese dal 26 al 30 novembre.

La lettera chiede di ascoltare “le grida silenziose dei giovani” e pone l’accento sui “problemi cronici di questa nazione da tempo sofferente”. Ma è anche una lettera che chiede una riconciliazione politica, e non solo.

Perché nel testo del Cardinale Bo sono chiari i riferimenti al clima di tensioni che si è generato nel Paese con i nuovi scontri nei campi Rohingya, cominciati ad agosto a causa dell’ARSA, l’Arakan Rohingya Salvation Army, proprio quando la commissione internazionale guidata da Kofi Annan aveva terminato il suo lavoro e proposto le linee guida per superare la crisi dei Rohingya. Linee guida che il governo si era impegnato a seguire, tanto che alcuni osservatori pensano che l’esacerbarsi delle tensioni provenga proprio dalle fazioni che invece vorrebbero mantenere lo status quo

Ma, quello del Cardinale Bo, è un appello che va oltre. Sostiene l’operato del governo guidato de facto dalla leader Aung San Suu Kyi, e non manca di notare che non ci sono solo i Rohingya nello Stato di Rakhine, ma che ci sono molte altre minoranze perseguitate. Come i Kachin (nel nord del Paese), i Chin (ad ovest) e i Naga (al confine con l’India), popolazioni a forte presenza cristiana che da decenni subiscono la persecuzione.

C’è tutto questo nella lettera che il Cardinale Bo indirizza ai concittadini, forte dell’autorità morale che la Chiesa cattolica esercita sulle persone, nonostante la religione cattolica sia seguita solo da una minoranza. 

Il Cardinale si riferisce “ai tristi eventi del settembre del 2017” – appunto, il conflitto con l’ARSA – si dice contento “dell’impegno del nostro governo nell’attuazione delle raccomandazioni di Kofi Annan”, e di essere lieto di “vedere che ogni giorno le carte di verifica nazionale vengono rilasciate a persone nello Stato di Rakhine.”

Era questa una delle raccomandazioni della commissione Annan, che di recente è stato anche in visita in Vaticano con la Ong che presiede, The Elders. La commissione Annan, composta da sei cittadini di Burma e tre membri internazionali, ha chiesto tra le varie cose che la legge sulla cittadinanza del 1982 che classifica i Rohingya come immigrati illegali sia cambiata, e che nel breve periodo Myanmar riconosca almeno i diritti delle persone cui non è stata garantita piena cittadinanza, inclusi i Rohingya.

Il fatto che il governo stia mantenendo l’impegno è accolto con piacere dalla Chiesa, e il Cardinale Bo ricorda che “il nostro governo ha promesso di collaborare al processo di rimpatrio dei rifugiati”, e per questo “il dialogo tra Myanmar e Bangladesh su questo processo è incoraggiante”. Non a caso, il Bangladesh sarà toccato dal Papa nel suo viaggio apostolico, anche se ragioni diplomatiche lo porteranno a volare alto nei discorsi. Di certo, il fatto di aver da poco aperto relazioni diplomatiche con il Myanmar, con l'invio del primo nunzio apostolico nel Paese, permette alla Chiesa cattolica una presenza più forte, ma chiede anche una maggiore prudenza per poter davvero aiutare la popolazione a guarire le ferite di una situazione critica, come ha spiegato in una intervista ad ACI Stampa il Cardinale Bo.

Ma quali sono le grandi sfide della nazione? Nella sua lettera, il Cardinale Bo menziona “la povertà della maggioranza dei cittadini del Myanmar”, la “sofferenza di milioni di giovani, sfruttati da Paesi vicini come schiavi moderni in compiti pericolosi”, così come “i conflitti irrisolti in altre aree” e “la minaccia mutilante delle droghe nelle aree di confine”.

Lo sguardo del Cardinale si rivolge in particolare ai giovani, i quali sono “a pieno titolo cittadini di questa grande nazione” e “si aspettano che tutti forniamo loro un’istruzione di qualità ed opportunità di lavoro”.

Il cardinale si rivolge ad “industriali, accademici, politici e professionisti” perché questi costruiscano "un futuro che promuova la pace e la prosperità per le nostre giovani generazioni”, dato che l'l’odio "è un fallimento nel riconoscere le persone come esseri umani”, e tra l’altro allontana turisti, investitori, amici, tutti necessari nel percorso della nazione verso una piena democrazia.

Per il Cardinale Bo, sono i leader religiosi a vivere il maggiore obbligo morale in questo senso, perché “nessuna religione promuove l’odio”. E allora “i leader religiosi devono essere estremamente prudenti”, perché tutti condividono un “destino comune”, con le stesse lacrime e sangue, e dunque “tutti noi dobbiamo evitare i discorsi d’odio”.

Il Cardinale Bo ricorda le parole del Buddha che “anche la morte di una foglia deve mandare in frantumi il cuore umano”, ed è un segnale chiaro, perché sono generalmente buddhisti coloro che operano la repressione religiosa in Myanmar.

“Questa nazione – ricorda - si è nutrita dei grandi insegnamenti del grande leader. Non possiamo condonare la morte di una vita umana in alcun modo. L’incitamento all'odio può avvelenare le menti ed aiutare solo i mercanti di morte. Lasciate che questa nazione scelga la vita. La vita è la cosa più importante”.

E dunque – conclude il Cardinale – “è tempo per tutti noi di fermare ogni discorso di incitamento all’odio! La guerra ed il conflitto prolungheranno ancora di più la povertà cronica e la sofferenza di tutto il nostro popolo, cittadini ed altri. Collaboriamo con il governo nella ricostruzione di questa nazione. Un nuovo Myanmar di pace e prosperità è possibile”.