venerdì, gennaio 30, 2026 Donazioni
Un servizio di EWTN News

Da padre Dalle Carbonare un appello per la pace nel Sudan

Vista la paralisi diplomatica, molte realtà impegnate per la pace e il rispetto dei diritti umani in Sudan (Acli, Caritas italiana, Comunità di Sant’Egidio, Focolari, Focsiv. Amnesty International Italia, Aoi, Fondazione Nigrizia, Emergency, Medici senza frontiere, Missionari comboniani in Italia, Rete italiana pace e disarmo, Arci, Comitato internazionale per la pace in Sudan, Comunità sudanese in Italia, Emergency, Un Ponte Per) nelle settimane scorse hanno lanciato un appello di fronte al rapido deteriorarsi del conflitto che ha provocato quella che per l’Onu è diventata ‘la peggiore crisi umanitaria del mondo’ con almeno 150.000 morti e 14.000.000 di persone sfollate in un contesto in continuo peggioramento. Nonostante le dichiarazioni di cessate il fuoco, i combattimenti si sono intensificati con attacchi indiscriminati contro la popolazione civile in una escalation di orrori attraverso rapimenti, violenze sessuali, detenzioni arbitrarie e reclutamenti di minori.

Inoltre le associazioni hanno chiesto che gli aiuti promessi dal governo italiano arrivino nelle zone controllate da entrambi i belligeranti , in particolare nelle regioni del Darfur e del Kordofan, prendendo posizione contro chi sostiene i contendenti: numerose indagini indipendenti, provano il supporto degli Emirati Arabi uniti alle forze di supporto rapido (Rsf ), responsabili di attacchi contro civili, infrastrutture mediche e convogli umanitari nonché dell’uso della fame come arma di guerra.

Per queste ragioni le organizzazioni firmatarie hanno chiesto al Governo italiano di intervenire con misure concrete: sospendere tutte le esportazioni militari verso gli Emirati arabi uniti e altri Paesi coinvolti nel conflitto; revocare le autorizzazioni già concesse che possano agevolare triangolazioni verso il Sudan; promuovere iniziative diplomatiche urgenti in sede europea e internazionale per aprire corridoi umanitari e avviare un negoziato multilaterale credibile e che coinvolga anche la società civile sudanese impegnata nella promozione della pace e nella risposta umanitaria;    garantire la consegna reale e tempestiva degli aiuti umanitari annunciati, con l’impegno di metterne a disposizione altri, dando priorità alle regioni del Darfur e nelle aree a maggiore rischio di carestia; garantire l’erogazione dei fondi promessi e promuovere l’aumento dei fondi in sede europea e internazionale per il Piano di Risposta Umanitaria delle Nazioni Unite ad oggi sotto-finanziato.

Per comprendere meglio cosa sta avvenendo in questo Stato africano abbiamo contattato padre Diego Dalle Carbonare, superiore provinciale dei comboniani in Egitto e Sudan: “Una guerra tra l’esercito regolare e le forze di supporto rapido che sono nate come forza paramilitare, che rispondeva solo al presidente, negli anni in cui Bashir ha portato avanti le sue politiche di pulizia etnica nel Darfur, Purtroppo, quando Omar Hasan Ahmad al-Bashīr (presidente del Sudan fino al 2019, ndr.) è stato rimosso dal potere, questa forte compagine paramilitare è rimasta molto potente, tanto da essere il numero due dopo l’esercito.

La guerra tra queste due parti è una guerra per il potere e di fatto adesso la Nazione risulta divisa tra zone in cui si combatte, soprattutto nel Darfur e nel Kordofan, in cui le forze di supporto rapido continuano a far valere la loro presenza e continuano ad imporre forza; dall’altra parte il Nord e l’Est del Sudan rimangono saldamente in mano all’esercito e qui la vita cerca di andare avanti con una certa normalità: le scuole hanno riaperto e la vita economica e sociale ha ripreso e si cerca di andare avanti. Comunque è un Paese che soffre moltissimo il peso di una guerra, dove i civili soffrono molto, perché è una guerra che ha dilaniato il Paese.

E’ una guerra iniziata nella capitale, un conglomerato urbano con circa 15.000.000 di abitanti; quindi ha causato enormi spostamenti di rifugiati interni ed un alto costo umano di vite. Quello che sta avvenendo in Sudan è detto dalle agenzie ONU da più di due anni: questa è la più grande crisi umanitaria al mondo, arrivando a 14.000.000 di persone che hanno abbandonato le proprie case: 12.000.000 sfollati interni e 2.000.000 che hanno abbandonato il Paese, fuggendo in Egitto, Ciad e Sud Sudan. Inoltre nel Paese 7.000.000 minori non frequentano le scuole e 25.000.000 persone su 45.000.000 vivono la carenza alimentare, di cui 5.000.000 soffrono la fame. Sono numeri enormi che parlano di una sofferenza indescrivibile da parte dei civili”.

Dopo la conquista di El Fasher da parte di RSF, avvenuto il 26 ottobre è di nuovo guerra etnica?

“Purtroppo la conquista di El Fasher fa capire che la guerra è molto lontana dalla conclusione. Il fatto che i media non ne abbiano parlato ha suggerito l’idea anche in Europa che la guerra stesse scemando. In realtà nel Darfur continua con molta violenza. Io spero che si possa evitare di arrivare alla guerra etnica, ma è chiaro che le componenti che sono in lotta si identificano con gruppi etnici e tribali diversi. Purtroppo anche questa guerra si sta rivelando una ‘scusa in più’ per incitare al linguaggio dell’odio tra etnie diverse e non tanto tra religioni, in quanto coloro che combattono sono tutti mussulmani. La linea di demarcazione che attraversa il Sudan è quella del mondo arabo; e su queste linee si ‘gioca’ l’identità della gente; purtroppo questa guerra non aiuta a creare un dialogo od una riconciliazione, ma riapre spesso vecchie ferite”.

Perché questa è una guerra ‘dimenticata’?

“Sicuramente è una guerra dimenticata dall’Europa e dall’Occidente, perché non tocca gli interessi geopolitici o non li tocca in maniera lampante come in Ucraina od in Medio Oriente; però è un fatto che la destabilizzazione del Sudan mette molto a rischio la via marittima del Mar Rosso, nodo centrale nella geopolitica mondiale, ed ha sollevato un’enorme ondata migratoria, che risulta problematica in Europa. Gli interessi per la pace dovrebbero esserci; purtroppo (questa è l’impressione che ci stiamo facendo sul ‘campo’) è quella che gli interessi della guerra sembrano essere più grandi degli interessi della pace, perché intanto che la guerra continua fanno soldi i mercanti di armi.

Questa non è una guerra fatta con pistole vecchie riciclate o kalashnikov vecchi di 40 anni, ma fatta con droni ed armi molto sofisticate, di cui molte (temo) di produzione europea. Purtroppo la guerra conviene ai fabbricanti di armi, perché parlare di pace a loro non conviene. Alla fine la domanda importante da porsi: chi prende le decisioni in Europa? Quindi se l’Europa e l’Occidente sono silenziose forse è perché a loro conviene così”.

Esiste una speranza ad una possibilità di pace?

“Penso che la speranza sia legata ad una educazione. Tornando a Khartoum nel tentativo di riaprire le nostre missioni, ci siamo resi conto che nei quartieri dove c’è un po’ di vita e la situazione sta tornando un po’ alla normalità, sono quartieri dove si vede i bambini giocare per strada; quindi sai che la vita sta tornando ad una certa normalità; mentre in altri quartieri, dove non vedi nessuno per strada e le case sono abbandonate, sai che c’è una forte tensione di guerra. I bambini sono l’emblema della speranza, per cui riaprire le scuole è un messaggio molto importante, che parla da sé.

Per noi missionari la riapertura delle scuole e delle chiese sono piccoli segnali di speranza: lunedì 8 dicembre abbiamo riaperto la parrocchia dell’Immacolata ed è stato molto bello che il nuovo parroco suonasse la vecchia campana che san Comboni aveva portato nel 1877 ed ancora suona, nonostante qualche crepa, per affermare che la Chiesa è ancora accanto alla popolazione: anche se pochi, continuiamo la nostra vita di comunità cristiana. Ci siamo e vogliamo fare la differenza”.

Allora, in quale modo la Chiesa e la congregazione comboniana supportano la popolazione?

“La Chiesa cattolica cerca di operare al meglio delle proprie possibilità; ricordo che in Sudan essa è una minoranza molto esigua in una popolazione al 97% mussulmana. Nel poco che si riesce a fare la Chiesa aiuta le persone che ci chiedono aiuto, soprattutto nelle prime necessità come salute ed educazione. Abbiamo aiutato molte famiglie ad ‘evacuare’. Offriamo aiuto anche attraverso la generosità dei benefattori che ci permettono di rispondere a questo tipo di esigenze, però a livello molto individuale, non avendo grandi strutture. Come comboniani continuiamo la presenza e recentemente ad Omdurman abbiamo riaperto le scuole: questo è un grande servizio che offriamo alla società civile in un periodo in cui c’è bisogno di far studiare i bambini”.

 

   

 

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