Torino, 02 February, 2026 / 10:00 AM
Il 30 gennaio 1710, assistito personalmente dal duca Vittorio Amedeo II di Savoia, spirava nella sua povera stanza della Congregazione dell'Oratorio annessa alla chiesa di san Filippo a Torino Sebastiano Valfré, prete dell'istituzione fondata un secolo e mezzo prima da san Filippo Neri a Roma.
La sua figura oggi viene recuperata: “ Il recupero della figura del beato Sebastiano Valfrè , del suo messaggio e del suo esempio - sottolinea il direttore del Centro Internazionale di Studi sulla Sindone, Gian Maria Zaccone - potranno rappresentare un contributo importante che la Chiesa piemontese, la Città di Torino e il Piemonte sapranno offrire alla riflessione verso il Giubileo della Redenzione del 2033, nonché alla storia del territorio e della sua cultura".
É stato presentato un percorso triennale verso il quarto centenario della nascita (1629 - 2029), con iniziative modulate sul territorio ma non solola sua devozione è assai sparsa nel mondo, in particolare nel continente americano con lo scopo di giungere a celebrare in modo consono la ricorrenza, valutando nel contemporaneo anche le possibilità di riapertura dell'iter di canonizzazione. A Torino - aggiunge il direttore del CISS - vi sono anche altri due punti focali della devozione del Beato che connotano la storia e la realtà di Torino : la Vergine Consolata che grazie al suo intervento assicura a compatrona della Città, e la Sindone, che non cessò mai di offrire come oggetto di meditazione sul mistero dell'incarnazione”.
Valfrè nato in una numerosa famiglia contadina di Verduno, Diocesi di Alba, studiò tra molte difficoltà, ma con risultati che lo condussero a divenire anche membro della Facoltà teologica nell'Università. Fu uno dei protagonisti della vita ecclesiale a Torino e nel Piemonte: maestro del clero, missionario, catechista, organizzatore dell'apostolato laicale, padre dei poveri. Venne proposto come Arcivescovo di Torino dal re Vittorio Amedeo II, che lo stimava e ne gradiva i consigli, ma egli umilmente rifiutò fedele al suo motto “non cercare di essere perfetto facendo cose straordinarie. Piuttosto, adempi ai tuoi compiti quotidiani in modo allegro e coscienzioso”. Il suo campo di impegno fu di una vastità impressionante, attento sia alle necessità spirituali ma anche materiali della popolazione torinese e saggio consigliere nelle travagliate vicende politiche del suo tempo. Predicatore instancabile con uno stile semplice, dottrinalmente irreprensibile sebbene libero da intellettualismi e sottigliezze teologiche – che per altro ben conosceva - offre ancora oggi lezioni e istruzioni per coltivare una devozione sana e corretta, rivolta in primo luogo ai laici. In questo senso seppe coniugare mirabilmente gli insegnamenti di san Filippo e san Francesco di Sales. Ma anche padre dei poveri, degli emarginati, delle persone in difficoltà e in situazioni difficili: bisognosi, carcerati, prostitute, ragazzi sbandati, militari di truppa. Tutti aiutava sia con visite, sia con supporto spirituale, materiale e personale – fu visto più volte caricarsi sulle spalle nottetempo dei miserabili per portarli là ove potevano essere accuditi. Ma in particolare fu capace di tessere una rete di carità che attraverso la sua mediazione consentiva passaggi di aiuti imponenti da chi aveva le possibilità verso coloro che nulla avevano. In questo senso certamente si può vedere nel Valfrè il capostipite di quella stirpe di preti santi, che, mossi dalla Carità – l'amore verso Dio e il prossimo, cuore del messaggio cristiano – si sono impegnati nel campo sociale non per uno spirito di mera solidarietà ma per amore compassionevole.
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