Aids, la nuova frontiera è l'educazione. E la Chiesa c'è

Monsignor Vitillo presenta il rapporto "Ending Aids as a public health threat", chiostro antico Basilica di San Paolo fuori le Mura, 13 aprile 2016
Foto: Michelle Hough / Caritas Internationalis
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Aids, la nuova frontiera è l’educazione. Lo raccontano alcuni dei partecipanti al convegno organizzato da Caritas Internationalis, che si è tenuto presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù dall’11 al 13 aprile scorso. Organizzazioni impegnate sul campo si sono incontrate per discutere e cercare di comprendere come andare avanti nella strada che porterà a non considerare l’AIDS più una minaccia. Con un focus particolare: il problema dei bambini affetti da HIV.

Perché se 15 milioni di persone hanno finalmente accesso ai trattamenti anti-retrovirali (dati UNAIDS), solo ad un terzo dei bambini viene diagnostica l’AIDS e ricevono il trattamento. Certo, un problema economico. Ma anche un problema di educazione.

Lo spiega ad ACI Stampa monsignor Robert Vitillo, di Caritas Internaionalis, consulente speciali per le questioni sanitarie dell’Osservatore Permanente della Santa Sede a Ginevra. Da trenta anni nel campo, padre Vitillo sottolinea che i bambini “non prendono farmaci per tre motivi. In primis, perché i medicinali costano molto: abbiamo abbasssato molto il prezzo, però nella maggior parte dei Paesi poveri l’accesso ai farmaci costa 100 dollari l’anno: c’è bisogno di maggiore solidarietà internazionale”.

Il secondo motivo è la difficoltà di diagnosticare l'AIDS quando si è molto piccoli. “Si devono fare analisi costose, e non sempre è possibile. In più, non c’è una grande scelta di medicinali per i bambini. Sono difficili da produrre, è complicato stimare i dosaggi”.

Infine il terzo motivo, che è diventato ormai “il motivo”. Ovvero, lo stigma sulla malattia. “Molte madri fanno le analisi per loro stesse e per il bambino, ma non le ritirano mai, perché hanno paura. Perché temono che il marito o il partner darà colpa alla madre di tutto questo”. Insomma, un problema di educazione. Un tema “sul quale la Chiesa può dare molto”.

Anche Bob Kickert, dei Cabrini Ministries in Swaziland, punta tutto sull’educazione.

“Il problema – afferma - non sono le medicine, ma sono le norme sociali. C’è grande povertà, e una società patriarcale che non sempre valorizza le donne, anzi, le vede come una proprietà. E troviamo soprattutto difficile recuperare donne affette da malattia”.

Spiega Kickert che già “semplicemente tenere le ragazze a scuola è una strategia di prevenzione”.

D’altra parte, “i progressi nel campo biomedico sono semplicemente incredibili. Siamo al punto in cui sappiamo come rispondere in maniera scientifica: abbiamo le medicine, sappiamo cosa fare. Ma dobbiamo non solo dare le medicine, dobbiamo essere sicuri che le persone possano raggiungere quegli obiettivi. I mezzi sono presenti, ma le sfide che abbiamo di fronte non sono semplici”.

Il dottor Prince Bosco Kanani, vicepresidente della Rwandan Healthcare Federation, sottolinea invece che “avere accesso ai servizi sanitari è un diritto umano,” ma che per farlo servono partnerships importanti. Ma il dottore è ottimista.

“Siamo sicuri che possiamo terminare l’AIDS. Lo provano i passi avanti fatti dal solo Rwanda. Abbiamo diminuito il numero di persone affette da HIV del 50 per cento negli ultimi dieci anni, e il tasso di mortalità è stato ridotto al 70 per cento. Se il Rwanda può farlo, con poche risorse, credo che l’obiettivo sia alla portata”, dice.

Per monsignor Vitillo, c’è bisogno di sviluppare più collaborazioni, di creare più reti. Per andare ancora avanti in un percorso che ha avuto notevoli sviluppi in trenta anni. “Trenta anni fa – dice - potevamo solo accompagnare la gente a morire dignitosamente, non c’era un trattamento, non abbiamo ancora una cura, ma chi prende i medicinali che possono vivere. Ci sono bambini che prendono i medicinali da più di 10 anni, diventano adulti, c’è una prospettiva di futuro per loro”.

Ma – aggiunge monsignor Vitillo – “c’è da fare di più: solo il 45 per cento delle persone che hanno bisogno hanno accesso ai medicinali, e nel resto del mondo muoiono”.

La chiusura però è ottimistica: “Abbiamo i mezzi scientifici di cambiare la situazione totalmente, di vedere la fine dell’AIDS come una minaccia di salute pubblica”.

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