Armenia, le ragioni della protesta turca

Santa Messa per il centenario del Martirio armeno - Basilica Vaticana, 12 aprile 2015
Foto: L'Osservatore Romano
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La protesta turca è affidata a un lungo e dettagliato comunicato del Ministero degli Esteri, diffuso in inglese. In cui si chiarisce sin dal principio che non sono solo le parole del Papa ad aver ferito, ma anche quelle del rappresentante della Chiesa armena, il Catholicos Karekin II, che aveva tenuto parte del discorso a braccio, chiedendo a gran voce il riconoscimento del genocidio armeno. Leggere il comunicato aiuta a capire su quali basi è stata inoltrata la protesta della Turchia alla Santa Sede. Da vedere, ora, come la Segreteria di Stato supererà l’impasse diplomatica.

Il comunicato del Ministero è un misto di furbizia diplomatica e precisione legale. Sottolinea come il Papa abbia messo in luce solamente le sofferenze dei cristiani e degli armeni, utilizzando “un punto di vista selettivo,” che ha “ignorata le tragedie che sono cadute sui Musulmani turchi che hanno perso le loro vite nella Prima Guerra Mondiale.”

I toni del comunicato sono durissimi. I turchi sottolineano che durante la Messa “la storia è stata strumentalizzata per reclami politici,” e il riferimento è alle parole del Catholicos Karekin, più che a quelle del Santo Padre.

Ma è soprattutto la parola “genocidio” a disturbare. Papa Francesco l’ha usata, citando la dichiarazione congiunta fatta nel 2001 con lo stesso Karekin, a margine di un viaggio in Armenia in cui in nessun discorso il Papa polacco aveva mai parlato ufficialmente di genocidio. Una scelta politico/diplomatica, perché la Santa Sede mantenesse una equidistanza e allo stesso tempo riconoscesse il martirio dei cristiani armeni. Insomma, la parola genocidio, nella dichiarazione congiunta, era inserita in un contesto bilanciato ed equilibrato, che aveva comunque già allora causato qualche tensione con Ankara.

La stessa Ankara che ha sottolineato come “il genocidio è un concetto legale,” e che le rivendicazioni di genocidio “non soddisfano i requisiti della legge, anche se si tenta di spiegarli sulle basi di una convinzione diffusa, tendono a rimanere come calunnie.”

Il Ministero degli Esteri nota come Papa Francesco “si sia riferito” anche ai tragici eventi che hanno avuto luogo in Bosnia e Rwanda come “omicidi di massa”, mentre “questi sono stati categorizzati come genocidi da corti internazionali competenti.” Allo stesso modo, si lamenta, “tuttavia chiama gli eventi del 1915 come genocidio, nonostante non ci sia un giudizio che lo classifichi come tale da una corte internazionale competente.”

“Questo è significativo Non è possibile spiegare questa contraddizione con i concetti di giustizia e coscienza,” sottolinea l’ambasciata. Che poi mette a confronto il discorso di Papa Francesco con quanto lo stesso Papa ha detto di ritorno dalla Turchia, quando ha sottolineato che “entrambe le parti erano in buona fede” e che “le parti terze dovrebbero incoraggiare e pregare per la riconciliazione dei popoli.”

I turchi si sentono traditi, sottolineano che – date queste parole – si poteva raggiungere un consenso per “pregare per la misericordia, per tutte le vite perse durante la Prima Guerra Mondiale, senza fare alcuna discriminazione se si trattava  di morti cristiani, musulmani o ebrei.”

Ma il discorso fa pensare che “Francesco sia sotto l’influenza della narrativa armena che periste nel creare inimicizia nella storia piuttosto che lasciare una eredità di amicizia e pace alle future generazioni,” ma “quello che ci si aspetta da un ente divino come la Santa Sede è di non dare credito a interpretazioni a senso unico della storia,” ma piuttosto di “supportare la pace e un approccio congiunto che assicuri un linguaggio globale che rifiuti la discriminazione etnica e religiosa, specialmente oggi.”

Il comunicato stampa sottolinea che la Turchia e la nazione turca giudica “nulli” tutte le prese di posizione che “si basano su pregiudizi, distorcono la storia e confinano le sofferenze solo in Anatolia.”

Tutto questo per spiegare il motivo per cui  Mehmet Paçacı, ambasciatore della Turchia presso la Santa Sede, è stato richiamato in Turchia per consultazioni.

Che ci sarebbero state questo tipo di conseguenze era da prevedere, anche quando il cifrato con l’anticipazione del discorso è girato per canali diplomatici durante la scorsa settimana. Prudentemente, i media istituzionali hanno sempre parlato di “martirio” degli armeni, più che di genocidio. Il tema e’ delicatissimo in vista della commemorazione internazionale del centenario del genocidio, il prossimo 24 aprile, che ha già provocato scintille tra Armenia e Turchia.

Per questo motivo, la Commissione Europea ha chiesto a Turchia e Armenia di compiere sforzi per concludere sulla strada della riconciliazione in modo che le loro relazioni “si normalizzino il prima possibile.”

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