Asmae Dachan racconta la speranza ad Aleppo

Ancona e Aleppo celebrate nel nuovo libro di poesie della giornalista e scrittrice italo-siriana Asmae Dachan

Aleppo, Siria
Foto: Frontiera Rieti
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Ancona e Aleppo celebrate nel nuovo libro di poesie della giornalista e scrittrice italo-siriana Asmae Dachan, che vive a Rosora, nell’anconetano: ‘Non c’è il mare ad Aleppo’ è il terzo libro di poesie di Asmae Dachan, che con versi impregnati di delicatezza tratteggia i sentimenti e le
esperienze più tragiche, insegnando a chi legge che solo attraverso la memoria si può andare verso il futuro.

Ogni poesia è un canto triste e allo stesso tempo rischiarato da uno sguardo verso il futuro: lo sguardo di occhi che hanno visto e sono diventati testimoni dell’orrore, ma proprio per questo sanno
trovare la dolcezza intorno a sé. La guerra in Siria, la distruzione e la morte sono certamente temi centrali, ma non riescono a oscurare l’umanità e lo slancio che un cuore può provare.

Ad Asmae Dachan, giornalista professionista, fotografa, poetessa e scrittrice italo-siriana, che il 2 giugno 2019 è stata insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana,
chiediamo di spiegarci come è nato questo libro di poesie: “Non c’è il mare ad Aleppo è una silloge frutto di un cammino umano e professionale durato per un tempo che non saprei ben definire. Nelle pagine che compongono questa silloge, di cui ho terminato la stesura durante il
primo lockdown, trovano spazio molte tematiche, dalla guerra, all’amore, dalla passione per la scrittura, alla famiglia”.

In quale modo è possibile raccontare la guerra attraverso la poesia?
“Ho scritto il mio primo libro di poesie proprio dopo essere stata in Siria per la prima volta durante la guerra, nel 2013. Avevo scritto diversi articoli, pubblicati su varie testate e avevo anche creato il
mio blog, Diario di Siria, per raccontare storie che non hanno trovato spazio sui giornali. C’era però un carico di emozioni, di non detto, che sono riuscita ad esprimere solo attraverso la poesia. La
poesia ti libera dagli schemi, diventa terapeutica in certe circostanze”.

Se non c’è il mare, cosa c’è ad Aleppo?
“Ci sono le persone, la storia, la poesia, la cultura di un popolo millenario, ma anche il dolore, la sofferenza, la disperazione di un presente in cui vedere la luce è difficile. Il mare rappresenta la
libertà, l’assenza di barriere, quindi la speranza. Ad Aleppo il mare manca, non solo da un punto di vista della conformazione del territorio, ma anche perché in questa città che ha pagato un tributo umano tanto alto e in cui è stata distrutta buona parte del patrimonio storico e artistico, le parole
speranza e libertà sono difficili da pronunciare. E’ meraviglioso, commovente, vedere però la dignità di questo popolo che si rialza cura le proprie ferite e non si dispera”.

Nella guerra è possibile raccontare bellezza?
“Raccontare la bellezza nella guerra è una straordinaria forma di resistenza culturale e civile. Riuscire a vedere la luce in mezzo agli orrori significa non arrendersi alla logica dell’odio, della
morte, della violenza e continuare a cogliere il buono nelle persone. Significa continuare a sperare e credere che la vita sia sempre più forte della morte. Ci sono storie bellissime che accadono in
silenzio quando la violenza urla. Storie di solidarietà, di amore, di sostegno che riaccendono la fiducia nel genere umano”.

Ad 8 anni dal sequestro come mantenere vivo il ‘sogno’ di padre Dall’Oglio?
“Padre Paolo Dall’Oglio ha lasciato molti testi scritti, molti libri e molte lettere che oggi sembrano una sorta di testamento morale. Alcune delle sue pagine sulla Siria sono ricche di profezie che si
sono auto-avverate, a confermare la sua profonda conoscenza del contesto, degli equilibri e delle dinamiche mediorientali. Padre Paolo vive in tutti questi suoi insegnamenti, nei suoi appelli per la
giustizia e la pace, nelle parole con cui ha riconosciuto e sposato le istanze del popolo siriano e chiamato al dialogo contro ogni forma di sopruso e violenza. Il silenzio sulla sua scomparsa è un
silenzio che pesa, sia perché si tratta di un civile straniero scomparso in un Paese in guerra, sia perché tra le tesi più accreditate c’è quella secondo cui padre Paolo sarebbe stato rapito dall’Isis. Padre Paolo sognava una Siria inclusiva, in pace, dove la dignità e la libertà di tutte le persone fosse rispettata. Tenere vivo il suo sogno, infondo, significa tenere viva la stessa anima e lo stesso sogno della società civile siriana”.

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