Benny Lai, e quel "Vaticano sottovoce" di cui si sente tanto la mancanza

Gli accreditamenti vaticani di Benny Lai
Foto: AA / ACI Stampa
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Non c’erano le notizie urlate, le grandi contrapposizioni montate sui media. C’era il gusto della notizia, c’erano anche le fughe di documenti, ma c’era anche un senso del mestiere diverso. Cosa abbia cambiato tutto, è da capire. Forse è stata l’eccessiva spettacolarizzazione dell'informazione. Forse il fatto che i giornalisti hanno preso un’altra strada, perché il mondo va più veloce e non vuole fermarsi a pensare. Oppure, più banalmente, la combinazione delle due cose. Sta di fatto che un “Vaticano sottovoce” come quello che raccontava Benny Lai sembra ormai una utopia lontana.

Lo era già per Benny Lai. Quando ci ha lasciato, esattamente tre anni fa, continuava a parlare del “suo” Vaticano, che contrapponeva alla nuova stagione, cui aveva assistito con la rassegnazione di chi assiste ad una mutazione genetica senza poterci fare nulla. Come il suo primo libro, “Vaticano sottovoce”, del 1961, era una dichiarazione di poetica, così la sua autobiografia, in realtà un diario ragionato e raccolto nel corso degli anni da vaticanista, diceva già tutto dal titolo: “Il mio Vaticano”.

La prospettiva del Vaticano sottovoce era quella che più si addiceva a Benny Lai. Era la prospettiva di colui che – proveniente da un ambiente prettamente laico, e generalmente scettico di natura – rifiutava le mere notizie ufficiali, voleva andare oltre, voleva capire. Ma lo voleva fare con rispetto, ascoltando umori e tastando sfumature, raccontando fino in fondo i caratteri umani delle persone cui si approcciava, e a partire da quei caratteri dedurre i dettagli, ricomporre i pezzi. Non c'era solo il fatto: c'era soprattutto il modo in cui il fatto era avvenuto. Il gusto per lo scoop non riguardava, per lui, il dare una notizia per primo. Piuttosto – diceva – “è importante raccontare come nascono le cose”.

La sua analisi partiva dall'osservazione attenta dei tipi umani. E questa osservazione partiva dagli occhi. Paolo VI aveva “quegli occhi che si ritraevano quando ti guardavano”, Giovanni XXIII “quegli occhi larghi di sorriso”, e via dicendo. Poteva fare il ritratto di una persona leggendone lo sguardo.

Ci si potrebbe dunque chiedere cosa dicevano di Benny Lai i suoi occhi. Ecco, quegli occhi azzurri e profondi erano occhi che sorridevano di curiosità. Che si aprivano di fronte alle persone, sebbene poi lo sguardo fosse accigliato, e i modi a volte “un po’ spicci”, come li definiva lui. Ma tutto questo contribuiva a farne una persona sincera, e sinceramente interessata a quello che aveva di fronte. 

Da qui veniva il metodo giornalistico, che è ancora un esempio per tutti. Lui giudicava i fatti, non le persone. Non aveva l’aria del censore morale, perché sapeva che nessuno è perfetto. Era un grande cacciatore di archivi, e lo faceva con il piglio dello storico e la passione del compositore di puzzle: incastrava i pezzi uno per uno, fino a fare un quadro coerente.

Anche di questo, i suoi libri sono una grande testimonianza. Non è un caso che l’ultimo libro che ha composto è la seconda parte della sua storia della Finanza Vaticana, una cronaca degli eventi avvenuti da Pio XI a Benedetto XVI (Finanze Vaticane. Da Pio XI a Benedetto XVI, Rubbettino). 

La chiave di quel libro sta ancora nella descrizione di una persona. E questa persona era un Papa

Pio XI – scriveva Benny Lai, in un passo che è allo stesso tempo giornalismo, narrativa e storia – era ben diverso dal “pacioso ecclesiastico tra i libri come, giorno dietro giorno, per circa un sessantennio, avevano imparato a conoscerlo nel palazzo vaticano. Sul suo volto dai tratti armoniosi e dalla fronte vasta, dove spiccavano gli occhi grigi velati dagli occhiali d’oro, nascondeva una dose notevole di intransigenza”.

Fatte queste premesse, era logico che un vaticanista come lui soffrisse lo spostamento della Sala Stampa fuori dalle Mura della Città Leonina, avvenuta sotto Paolo VI. “Ci ha cacciato dal Vaticano”, lamentava, ricordando come lui, prima, potesse avere libero accesso nello Stato, e potesse andare a trovare questo o quel monsignore per avere le informazioni che cercava.

Come fossero questi colloqui, si può capire dalle registrazioni delle sue interviste, e in particolare da quelle con il Cardinale Giuseppe Siri, che lo aveva eletto a suo confidente. Fu lo stesso Benny Lai a far ascoltare in pubblico una di queste conversazioni, fatti più di silenzi e sottintesi che di dichiarazioni specifiche. Era il linguaggio “sottovoce” che lui cercava così tanto.

Oggi, quel Vaticano sottovoce non c’è più. Ci sono le contrapposizioni ideologiche, le notizie urlate, le fughe dei documenti che vengono poi pubblicati integralmente praticamente senza filtro. “Anche ai miei tempi – commentava – i documenti venivano dati a noi giornalisti. Ma non ne uscivano mai così tanti. E, soprattutto, non li usavamo tutti. Noi raccoglievamo anche le chiacchiere. Ma giusto un po’. Cercavamo i fatti. Eravamo pagati per raccontare i fatti”.

Tre anni dopo, non manca solo il “Vaticano sottovoce”. Ne manca prima di tutto lo straordinario cronista, colui che ne aveva saputo capire gli umori e aveva saputo renderli con penna sagace e chirurgica. Ma manca soprattutto l’idea che questo Vaticano si debba raccontare. E, forse, manca proprio il Vaticano di Benny Lai.

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