Cardinale Turkson, “Vi spiego il lavoro della Santa Sede sul tema dell'acqua”

Il prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, in questa intervista ad ACI Stampa, spiega l’impegno della Santa Sede sul tema dell’acqua, e le ultime iniziative

Cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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Garantire acqua potabile permette lo sviluppo. Garantire acqua potabile è parte dello sviluppo umano integrale. La Santa Sede, da sempre, lavora sul tema dell’acqua come bene di destinazione universale. Vi ha dedicato documenti (l’ultimo è Aqua, Fons Vitae), ha partecipato a conferenze internazionali sul tema, ha fatto sempre in modo che tutti i popoli avessero accesso all’acqua potabile.

La crisi del COVID 19 ha reso ancora più necessario questo impegno. In pochi ricordano che la Chiesa – e sono i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a dirlo – mantiene quasi due terzi delle strutture sanitarie in Africa. In pochissimi ricordano che la Chiesa ha, da sempre, sviluppato una cultura della cura del paziente avanzatissima. Che passa, appunto, anche l’accesso all’acqua pulita per tutti. Perché l’acqua è anche igiene personale, prevenzione delle malattie.

Lo scorso anno, il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha lanciato un monitoraggio per valutare quali sono le condizioni di acqua potabile, igiene e servivi igienici dei centri di salute cattolici, per poi cercare di investire e migliorare le infrastrutture. La notizia è arrivata lo scorso 21 marzo, a seguito dell’appello di Papa Francesco per la Giornata Mondiale dell’Acqua dopo l’Angelus domenicale. ACI Stampa ne parla con il Cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero.

Eminenza, quale è l’impegno della Santa Sede in termini di accesso all’acqua?

Da anni la Santa Sede si adopera a livello internazionale per la realizzazione del diritto all’acqua potabile e ai servizi igienici per tutti, da prima che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite riconoscesse questo diritto poco più di dieci anni fa. Un caso particolare è stata la discussione della realizzazione degli obiettivi di sviluppo del millennio (MDGs) all’ONU nel 2010. L’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici è una questione di dignità umana. È una questione di vita e di salute, una condizione per lo sviluppo e per la realizzazioni di altri diritti. Al contempo, si osserva che i problemi che minacciano questo accesso sono collegati all’economia e alla povertà, all’inquinamento, talvolta a fattori climatici oppure sociali come discriminazioni e corruzione. Serve allora una visione integrale dell’accesso all’acqua, e una forte volontà per fare di questo accesso davvero una priorità. Questo è lo spirito con il quale si prepararono alcuni capitoli del documento Aqua fons vitae pubblicato lo scorso anno, nonché i cinque webinar che il nostro Dicastero organizza assieme a vari partner dal 22 al 26 marzo.

Lei ha fatto un appello per garantire livelli di acqua potabile, igiene e servizi igienici (acronimo inglese WASH) accettabili in tutti i centri di salute cattolici. Come hanno risposto le istituzioni cattoliche? 

C’è stata una buona risposta da varie diocesi e conferenze episcopali, da congregazioni religiose. Abbiamo lavorato con francescani, camilliane, Fatebenefratelli, sorelle della carità di s. Vincenzo de Paoli - tra gli altri – e con molte Caritas, anche con CUAMM Medici per l’Africa. Il problema è sentito e capito molto bene quando s’indaga in zone particolarmente povere o isolate. Nei Paesi maggiormente ricchi e industrializzati, per esempio, si ha spesso un’idea idilliaca del lavoro delle suore, dei missionari o dei medici cattolici in zone svantaggiate. Indubbiamente tali persone svolgono un lavoro formidabile, con dedizione e competenza e meritano la nostra ammirazione, ma non bisogna credere che non ci siano carenze WASH, anche severe o prolungate. Carenze che mettono a repentaglio la salute della gente locale e del personale sanitario! Spesso, poi, è più facile trovare fondi per una nuova attrezzatura che non per il mantenimento di pompe, filtri, sapone e gabinetti. Eppure quelli sono elementi basilari, non optional.

Il comunicato del Dicastero parla di una risposta all’appello di circa 150 centri di salute in 22 Paesi. Potrebbe darci qualche informazione in più?

Quei 22 Paesi rappresentano una campionatura che si estende dalle Filippine ad Haiti, con numerosi Paesi in Africa. Sono state valutate le condizioni WASH – con questionari molto dettagliati e grazie al lavoro di esperti – in centri di salute grandi e piccoli, appartenenti a diocesi o a congregazioni. Per adesso, dall’analisi provvisoria dei risultati risulta che questi centri abbiano un’utenza di circa 28 milioni di persone. In alcune zone ovviamente ci sono anche centri di salute non-cattolici che potenzialmente servono quella medesima popolazione.

Quale è il lavoro da fare ora? 

Indubbiamente, aumentare la consapevolezza su questi temi e favorire una migliore inclusione delle sfide WASH nell’ordinaria gestione dei centri di salute, nelle varie iniziative di finanziamento degli organismi cattolici e non. Anche le Nazioni Unite, negli ultimi anni – cioè già prima dello scoppio della pandemia COVID-19 – danno risalto alle condizioni WASH nei centri di salute. In troppe zone del mondo difatti queste condizioni sono carenti.

Cosa state facendo ora?

Stiamo analizzando i risultati delle valutazioni svolte in tutti i centri di salute, e anche i preventivi che sono stati elaborati. Bisogna capire cosa manca, quello che non funziona, cosa fare. Senza limitarsi al momento dell’intervento ma anche preoccuparsi della sostenibilità negli anni a venire: c’è una linea di budget specifica per WASH in ogni centro di salute? C’è una persona specialmente incaricata? Esistono procedure per verificare le condizioni WASH? I servizi igienici sono tali da soddisfare le esigenze di donne o persone in sedia a rotelle?

I dati saranno resi pubblici?

Più avanti, faremo anche in modo che i dati raccolti possano essere resi pubblici in qualche modo e così contribuire alla ricerca. Comunque sia, il Dicastero non ha vocazione a rimanere in prima linea continuando a pilotare la valutazione delle condizioni WASH in ogni singola struttura sanitaria cattolica! Abbiamo semplicemente voluto incoraggiare determinati processi e dare visibilità alla questione.

In che modo la Chiesa può migliorare le condizioni WASH in alcune aree? Quale è l’impatto che può avere su alcune decisioni pubbliche? 

La Chiesa fa molto, è pioniera in materia di assistenza sanitaria e dispone di una rete importante di centri di salute e di formazioni di medici e infermieri. Alcuni santi si sono tanto adoperati proprio per l’assistenza sanitaria, per il servizio dei poveri e sofferenti. Attualmente, il Dicastero si adopera per favorire le sinergie e le collaborazioni tra svariate organizzazioni, università e donatori che prima si parlavano poco, o almeno tra di loro non parlavano proprio di WASH. Spero che questo nostro lavoro – ispirato da altri e che ha beneficiato dei suggerimenti e dell’accompagnamento di esterni al Dicastero – possa a sua volta ispirare altri ad impegnarsi a favore di questi temi. Sia all’interno della Chiesa, sia all’esterno. Penso che anche altre organizzazioni religiose non-cattoliche possano desiderare valutare le condizioni WASH dei propri centri di salute. E tutto questo senza limitarsi ai centri di salute: anche le scuole, per esempio, meritano attenzione. Trattandosi di acqua, igiene, povertà e salute, siamo davvero trattando delle questioni che Gesù ci rivolgerà nel giudizio finale (cf. Mt 25: 31-45)! Come diceva san Giovanni della Croce, “alla fine della vita saremo giudicati sull’amore”!

In che modo questo lavoro può essere collegato ad iniziative come Economy of Francesco e la Commissione Vaticana COVID 19? Quali le convergenze e quali le differenze?

Economy of Francesco esorta ad evitare un’economia che esclude e che uccide; a cogliere il brutale e generalizzato scombussolamento della pandemia come un’occasione per creare un futuro migliore. Mi preoccupano le recenti evoluzioni di speculazione sull’acqua: dobbiamo gestirla come un bene comune, evitando di accaparrarla e concepirla come un modo di arricchirsi. Altrimenti si finisce per accrescere le disuguaglianze, per offendere la dignità umana, per non realizzare investimenti dove davvero servono, per inquinare l’acqua senza curarsi delle conseguenze. Mi preoccupa inoltre la crescente tendenza a concepire la sanità come un business. La Commissione Vaticana COVID 19 ha cercato di guardare la pandemia dalla prospettiva di un’ecologia integrale, guardando la salute umana in un’ottica olistica e relazionata anche alle dimensioni sociali, economici, culturali, ambientali, ecc. La questione dell’acqua è essenzialmente collegata con la salute. Il Dicastero ha lavorato sul progetto WASH sin dalla primavera 2019, già prima che scoppiasse la pandemia.

Papa Francesco parla di una ecologia integrale. In che modo questa ecologia integrale può essere declinata?

Il quarto capitolo della Laudato si’ parla dell’ecologia integrale: l’ecologia culturale, economica, sociale, ambientale; l’ecologia dei piccoli gesti quotidiani; la buona salute delle istituzioni; infine l’ecologia umana. Questa visione integrale, associata allo sviluppo umano integrale, punta alla «vita in pienezza» o in abbondanza, come disse Gesù (cf. Gv 10:10). Con un elemento originario e fondamentale quale l’acqua, è facile capire la pertinenza di un tale approccio integrale. Persino la dimensione culturale e liturgica ci viene in aiuto, quando si parla di acqua! Tutte le dimensioni dell’ecologia integrale confluiscono evitando visioni frammentate e consentendo una gestione dell’acqua durevole e sostenibile. Questo è importante, difatti la nostra Fede ha una dimensione sociale: ci porta verso l’altro, verso la comunità, verso la cura del pianeta. L’impegno di ciascuno di noi ha bisogno di essere rinnovato quotidianamente, grazie a tre pilastri: la cultura, l’educazione e la spiritualità. Credo che su questi temi, il contributo delle famiglie in primis, e poi della società civile organizzata sia fondamentale. Finisco ricordando che è necessario interrogarsi su come i centri di salute riescono ad accogliere e accompagnare ogni persona umana con la propria dignità, e anche su come possono ridurre il loro impatto negativo sull’ambiente circostante.

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