Chi è il mio prossimo? Il buon Samaritano. XV Domenica del Tempo Ordinario

La parabola del “buon samaritano” ci racconta una storia vera: la storia dell’umanità.

Parabola buon samaritano
Foto: pubblico dominio
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La parabola del “buon samaritano” ci racconta una storia vera: la storia dell’umanità. La frase che ci aiuta a comprendere questa affermazione è: “Gli si fece vicino”, ossia prossimo.

Chi si è fatto prossimo all’umanità? E’ Dio che in Gesù Cristo è venuto tra noi e per il sacramento dell’Eucarestia vive in noi. Dio, dunque, non bisogna andarlo a cercare lontano, nel cielo o chissà con quali ragionamenti. Egli è vicino a chi lo cerca. Afferma san’Agostino nella sua opera “Le confessioni”: Ti cercavo fuori di me e Tu eri in me, più intimo a me di me stesso. Poi, il santo di Ippona, continua affermando che non siamo noi a cercare il Signore, ma è Lui che ci viene incontro, ci chiama, ci inquieta. Queste poche riflessioni ci portano a riconoscere che amare il prossimo, farsi a lui vicino è una conseguenza del fatto che Dio ha amato noi e si è fatto uno di noi.

I punti sui quali sembra insistere Gesù sono due: a chi farsi vicino, ossia chi è il mio prossimo e in che modo farsi vicino. Al tempo di Gesù “prossimo” erano considerati i familiari e i connazionali. Egli, invece, dichiara che la categoria di prossimo è universale, è ogni persona – anche lo straniero, anche lo sconosciuto - che incontriamo sul nostro cammino.
Ed ecco il secondo elemento: come farsi prossimo? Dal modo con cui si è comportato il Samaritano emerge che bisogna farsi prossimo a fatti non a parole. Per amare come esige Gesù, bisogna essere disposti a spendere del proprio, anzi a spendersi. Così hanno fatto tanti santi e tante sante che sono stati e sono anche adesso l’incarnazione vivente della parabola del buon Samaritano. Si tratta di uomini e donne che hanno fondato comunità per riscattare gli schiavi, per salvare gli orfani, per curare i lebbrosi, per offrire educazione…

“Va’ e anche tu fa lo stesso”, ci dice Gesù. La parabola deve incarnarsi nella nostra vita quotidiana. E forse dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che tante volte anche noi siamo stati quel levita e quel sacerdote, di cui ci parla il testo evangelico.
Anche noi, come loro, forse abbiamo avuto paura di sporcarci le mani. Gesù, al contrario, come dice Tertulliano, si è sporcato quando scese nella cloaca di questo mondo; si è sporcato dei nostri peccati per toglierceli con la potenza del suo amore e del suo sacrificio.

La parabola del buon Samaritano non insegna la filantropia, ma l’amore radicale e totale di Dio, di cui quello del prossimo è segno e conseguenza. Oggi è presente il pericolo di sottolineare molto l’amore del prossimo trascurando l’amore di Dio, senza capire che il vero amore del prossimo è impossibile se non è radicato nell’amore di Dio. Solo lui è la vita eterna, solo lui è l’ amore, solo lui è quel tutto per il quale l’uomo è fatto: “ Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finchè non riposa in te”. Il Samaritano è l’epifania di Dio che scende per salvare. Gesù non ci chiede di amare perché Dio ami noi, ma perché Dio ha amato noi. Per questo motivo, tanto o poco ogni cristiano è chiamato ad essere un buon Samaritano!

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