Chiude "Il Regno." Dove va l'informazione cattolica?

il Regno
Foto: da www.edb.it
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C’è ancora spazio per le idee nell’editoria cattolica? È una domanda da farsi, quando giunge la notizia della chiusura del “Regno,” storico quindicinale dei Dehoniani di Bologna nato sulla scorta del Concilio Vaticano II e che per quasi sessanta anni ha fatto sentire la sua voce nel panorama dell’editoria italiana.

“Una decisione sofferta e dolorosa – spiega una nota del Centro editoriale dehoniano di Bologna e la Provincia italiana settentrionale dei sacerdoti del Sacro Cuore – che indebolisce la nostra presenza nella Chiesa italiana e nel dibattito civile. E tuttavia inevitabile, malgrado tutti gli sforzi di questi ultimi anni per evitarla.” La tendenza però sembra ormai essere questa: le storiche riviste di idee e contenuti chiudono. Resistono, nel mondo cattolico, le riviste di informazione, seppur anche loro gravate da grossi debiti e crisi di vendite. C’è ancora spazio per un dibattito fatto di idee?

Dall’analisi generale della situazione, no. Insieme al Regno, i Dehoniani chiudono anche “Settimana,” che avevano acquistato nel 1965, rilanciato, e fatto diventare il più diffuso settimanale fra i preti italiani.

Non è la prima chiusura eccellente. A luglio 2012 ha chiuso 30 Giorni, mensile storico, nato nel 1983, legato al movimento di Comunione e Liberazione. Faceva un lavoro di approfondimento straordinario, preparava dossier prima dei viaggi papali che venivano ripresi anche dai giornali laici, veniva letto moltissimo in monasteri e istituti religiosi del Terzo Mondo, in cui la rivista veniva diffusa gratuitamente in quattro lingue. Era un mensile nato nel 1983.

E lo scorso anno ha chiuso “Ad Gentes,” l’unica rivista in lingua italiana tutta dedicata alle missioni. Sulla chiusura di Ad Gentes aveva scritto anche padre Piero Gheddo, missionario di lungo corso, che aveva parlato addirittura di “tendenza suicida degli ideali missionari.”

“Fino al Concilio Vaticano II – aveva spiegato - c’era la chiara affermazione della nostra identità: andare ai popoli non cristiani, dove ci mandava la Santa Sede, annunziare e testimoniare Cristo e il suo Vangelo, di cui tutti hanno bisogno. Certo si parlava anche delle opere di carità, di istruzione, di sanità, di promozione, di diritti e opere di giustizia per i poveri e gli sfruttati. Ma su tutto emergeva l’entusiasmo di essere stati chiamati da Gesù per portarlo a popoli che vivono senza conoscere il Dio dell’Amore e del Perdono”. E concludeva: “Oggi noi missionari facciamo le campagne nazionali per il debito estero, contro la produzione di armi, contro i farmaci contraffatti e per l’acqua pubblica; oggi non si parla più di missione alle genti ma di mondialità e di opere sociali o ecologiche. Mi sapete dire quanti giovani e ragazze si entusiasmano e si fanno missionari dopo una manifestazione di protesta contro la produzione di armi? Nessuno.”

Padre Gheddo parlava in particolare dell’ideale missionario e della diffusione del Vangelo. Ma il suo ragionamento si può applicare a tutti quei periodici nati negli anni del post-Concilio, con una identità precisa, con la volontà di raccontare l’applicazione del Vangelo e di sollevare delle idee. Quanto queste idee sono state soppiantate piuttosto dall’idea di una tecnica di comunicazione? Quanto la stampa cattolica ha inseguito un ideale secolare?

Si deve leggere in questi termini la crisi dei periodici di ispirazione cristiana – ma non solo – che in questi ultimi anni si sono dovuti confrontare con una crisi economica senza precedenti, ma anche con un mercato sempre più spietato. Alcuni hanno cambiato target, altri hanno cominciato a digitalizzarsi. Per tutti c’è stata la necessità di un ripensamento di un percorso.

In Italia, Famiglia Cristiana, Città Nuova, Tempi, una agenzia di stampa antagonista come Adista, tutti alle prese con la necessità di ridimensionarsi. Eppure c’è tutta una Chiesa da raccontare, ci sono temi forti da declinare, quelli della libertà religiosa, della giustizia sociale, e poi il lavoro della Santa Sede per il bene comune. Sono temi universali, che trovano spazio solo nei media di ispirazione cattolica. Davvero non c’è più spazio per tutto questo, nel mondo delle notizie veloci e di Internet?

Una analisi del 2012 di Perfect Market risponde di no. Perfect Market aveva analizzato15 milioni di articoli pubblicati in estate su 21 siti, scoprendo che gli articoli più ‘profittevoli’ sono quelli legati a temi sociali e di pubblica utilità, articoli che affrontano problemi quotidiani con cui tutti noi ci confrontiamo nella vita reale, dalla disoccupazione alle rate del mutuo.

C’è da fare una analisi ulteriore, partendo dal mondo cattolico. E partendo proprio da “Il Regno,” una delle voci più autorevoli negli anni del Vaticano II. Nato nel 1956, il quindicinale ha sempre dato ampio spazio a notizie, approfondimenti su temi sociali e Sud del Mondo. Temi che ne hanno fatto un traino per altre pubblicazioni, che hanno portato alla nascita delle Edizioni Dehoniane Bologna (Edb) e delle altre riviste. Dal 1964, c’è una sezione “Documenti”, che pubblica integralmente i documenti pontifici perché il Magistero possa essere conosciuto nella sua interezza.

Davvero non c’è più spazio nel panorama dell’informazione per una pubblicazione di questo genere? Di certo, c’è da notare che la stampa in generale deve confrontarsi con nuove sfide, che lo sbarco in Internet anche degli stessi documenti pontifici cambia il modo di impostare il lavoro. Ma è solo un problema di nuove sfide tecnologiche? O non ci sono forse ragioni più profonde che portano alla crisi delle testate di ispirazione cristiana?

Si deve guardare alla storia. Quasi tutte le testate di ispirazione cattoliche in Italia nascono negli anni del movimento sociale cattolico, che si sviluppa tra fine ‘800 e inizio ‘900. I 26 quotidiani diocesani che vengono contati in quegli anni, insieme a settimanali e fogli di ogni genere, sono tutti in qualche modo figli dell’enciclica Rerum Novarum  di Papa Leone XIII, e tutte guardano alla strada segnata nel 1887 dalle indicazioni finali del VII Congresso Cattolico Italiano di Lucca, che sottolineavano come i giornali del Movimento cattolico dovessero “difendere in ogni caso gli interessi della città e della religione”, dove per città si intendevano “le popolazioni di ogni centro piccolo e grande”.

Questi fogli rappresentano anche la risposta cristiana agli eventi, tanto che alcuni di essi ha una storia addirittura gloriosa: sono presenti nel dibattito durante il processo di unificazione dell’Italia, sono state pungolo dell’informazione alternativa durante il Ventennio fascista. Insieme a queste testate locali, a “combattere” nell’opinione pubblica c’erano due testate autorevoli, nazionali e ufficiali: Civiltà Cattolica, che ha gli stessi anni dell’Unità d’Italia ed è la più antica rivista italiana; e l’Osservatore Romano, anche questo nato negli anni dell’Unità, l’unico giornale che durante il fascismo poteva dare notizie non censurate sulla guerra in corso, perché giornale vaticano e non italiano. La sovranità, per la Santa Sede, è soprattutto la possibilità di esercitare la libertà.

I dati forniti in un convegno del 2010 da don Giorgio Zucchelli, allora presidente della Federazione Italiana Settimanali Cattolici, raccontano bene quale sia stata la svolta avvenuta con il Concilio: “In riferimento alla data di fondazione 58 testate (31%) sono nate del periodo che va dalla seconda metà del secolo scorso al primo periodo postbellico (1867-1922); 10 testate (5.34%) durante il ventennio fascista (1923- 1943); 33 testate (17.64%) dalla liberazione al Concilio Vaticano II (1945- 1965); 86 testate (46%) dal Concilio a oggi. Quest’ultimo dato dà ragione dell’impegno delle diocesi italiane (soprattutto del centro-sud) nel “darsi una propria voce”.

È il risultato della spinta data dall’Inter Mirifica, che sottolineava il “diritto nativo” della Chiesa non solo ad usare i media, ma anche di possederli, in quanto ente sociale. E l’istruzione Communio e Progressio (1971), che della Inter Mirifica  è uno sviluppo, scriverà che “la stampa cattolica sarà quindi come uno specchio fedele del mondo, e nello stesso tempo, un faro che lo illumini”.

Erano nati così i tanti gioielli di comunicazione sociale che ci sono nel mondo. I bollettini delle Congregazioni Religiose e dei Santuari sono diffusissimi (basta citare Il Messaggero Cappuccino, il Messaggero di Sant’Antonio, L’Eco di San Gabriele, il Bollettino Salesiano, Il Rosario e la Nuova Pompei), e hanno ancora un pubblico che è fortemente ancorato alle realtà che rappresentano. Poi, sempre in Italia, abbiamo i periodici della Famiglia Paolina, come Famiglia Cristiana che nasce già negli Anni Venti, e altre pubblicazioni di pensiero come Letture e Jesus, anche queste vittime della crisi.

Al momento, le testate cattoliche in Italia sono 194, sempre secondo dati forniti da don Zucchelli nel suo ultimo libro “Il settimanale diocesano. Questo sconosciuto” (Libreria Editrice Vaticana).

Di questi gioielli, stanno resistendo soprattutto quelli ancorati alle notizie, mentre vengono chiusi quelli più ancorati alle idee. Nel suo libro, sempre don Zucchelli sottolineava che “molti vescovi spingono nella direzione di fare un giornale di opinione. Ma bisognerebbe capire che così non si va avanti. I giornali di ispirazione cattolica dovrebbero essere più generalisti e affrontare tutti gli argomenti, anche quelli che danno più fastidio, senza risparmiare il proprio punto di vista.”

È un dato che deve far riflettere. Se Paolo VI, nella Populorum Progressio, sosteneva che “il mondo soffre per la mancanza di pensiero,” è vero che se il panorama cattolico perde la capacità di creare pensiero ci si trova in una crisi culturale, più che una crisi di vendite. Ma prima ancora in una crisi di annuncio del Vangelo. Perché mentre in Vaticano si crea una Segreteria per la Comunicazione, mentre anche la tv dei vescovi italiani va sempre più verso modelli di comunicazioni secolari invece di crearne di nuovi, mentre si sviluppa una tecnica di comunicazione, si perde sempre più di vista il centro della missione.

E così, le idee vengono messe da parte, la cattolicità diventa uno spazio di dibattito troppo angusto anche per gli operatori cattolici, e non c’è più spazio per le riviste storiche di pensiero. È anche questa la crisi che ha portato alla chiusura de Il Regno. Una crisi di cui tenere conto.

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