Conti sospetti allo IOR? La precisazione di padre Lombardi

Istituto per le Opere di Religione
Foto: CNA Archive
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Con un articolo comparso sulla cronaca romana di un noto giornale nazionale è ricomparsa la retorica su una presunta mancanza di trasparenza nell’Istituto delle Opere di Relgione, la cosiddetta “banca vaticana”. Un articolo in cui – afferma padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede – “è stata fattamenzione di alcune circostanze relative allo IOR, alla sua attività e ai suoi utenti che non rappresentano in maniera accurata la realtà dei fatti e rendono necessaria una rettifica”.

L’articolo parlava di tre movimentazioni di conti sospette di riciclaggio, sulle quali l’Unità di Informazione Finanziaria italiana avrebbe messo gli occhi. Ma davvero una autorità italiana può mettere direttamente sotto osservazione i movimenti di uno Stato estero, come lo Stato di Città del Vaticano? Questo sembra lasciare intendere l’articolo, e per questo padre Lombardi sottolinea che “i nominativi e le presunte circostanze citate nell’articolo sono state oggetto di un passato scambio di informazioni tra l’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF) della Santa Sede e l’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) dell’Italia”.

Padre Lombardi ci tiene anche a specificare che “lo IOR svolge professionalmente attività di natura finanziaria in maniera coerente alle autorizzazioni ricevute dall'Aif”. Non solo. “Le Autorità competenti della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano – sottolinea ancora il direttore della Sala Stampa vaticana - cooperano stabilmente e scambiano informazioni con le Autorità competenti di Stati esteri, nel rispetto delle norme generali del diritto internazionale, delle rispettive legislazioni o di eventuali accordi e protocolli d'intesa bilaterali."

Colpisce piuttosto che la notizia delle segnalazioni sia stata depositata dagli uffici della procura al processo nei confronti di Paolo Cipriani e Massimo Tulli, rispettivamente direttore e vicedirettore dell’Istituto delle Opere di Religione fino al 2013, quando hanno lasciato per poter meglio difendere l’Istituto dalle accuse.

Il processo era stato istruito dopo il blocco preventivo di 23 milioni di euro che l’Istituto per le Opere di Religione movimentava da un conto che aveva presso il Credito Artigiano ad altri conti intestati presso la Banca del Fucino e una filiale JpMorgan. La procura di Roma aveva bloccato i fondi in quanto lo IOR non avrebbe fornito le informazioni necessarie al Credito Artigiano (ora Credito Valtellinese) per attuare gli obblighi di “adeguata verifica rafforzata” (vale a dire l’identificazione del titolare e dell’origine dei fondi) previsti dalla normativa antiriciclaggio italiana, e applicati allo IOR. IOR che in una lettera della Banca d’Italia alle banche italiane è qualificato come un ente situato in un paese non europeo, che sempre la Banca d’Italia, nella stessa lettera considera a regime antiriciclaggio “non equivalente” a quello italiano.

I fondi erano stati prima sbloccati e poi sono tornati nella disponibilità del Vaticano solo lo scorso anno. Non c’era alcuna attività di riciclaggio, e nel frattempo la Santa Sede si era dotata di un sistema di prevenzione e contrasto del riciclaggio e finanziamento del terrorismo riconosciuta a livello internazionale.

È rimasto così in piedi un processo penale presso il Tribunale di Roma a carico di alcuni dirigenti dello IOR per presunte attività di riciclaggio che inizialmente si ritenevano connesse proprio ai fondi prima dissequestrati, e poi rimpatriati.

Un processo che fu mediatico, non solo ai danni dello IOR, ma anche della Santa Sede. Per questo era necessario il chiarimento di padre Lombardi.

 

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