Corea, il messaggio dei vescovi 70 anni dopo la guerra di Corea

Il conflitto coreano iniziò il 25 giugno 1950. Tre anni di tensioni, fino al confine stabilito sul 38esimo parallelo. La riconciliazione da cercare

Suore cattoliche in Corea liberano palloncini per la pace
Foto: Vatican News
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C’è , in Corea, una Commissione episcopale per la Riconciliazione del popolo coreano, e l’arcivescovo di Seoul è anche amministratore apostolico di Pyongyang, la capitale della Corea del Nord inaccessibile. Perché la Chiesa in Corea ha sempre considerato il popolo coreano come un solo popolo. Nonostante, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il territorio coreano fosse stato diviso in due zone di influenza, comunista e statunitense, cristallizzate dopo il conflitto del 1950 – 1953. A settanta anni dal conflitto, i vescovi di Corea lanciano un appello per la riconciliazione.

Lo fanno con un messaggio del vescovo Peter Lee Ki-heon, di Uijeonbu, presidente della Commissione episcopale per la riconciliazione del popolo coreano, che si ispira al capitolo 2,16 della lettera di Paolo agli Efesini, “e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, mediante la quale fece morire la loro inimicizia”.

Nel messaggio, il vescovo ricorda che il “dolore della guerra è ancora vivo”, ma settanta anni dopo “è il momento di superare l’odio ideologico che ha contrapposto le parti e ha impedito ad entrambi i Paesi di crescere e svilupparsi liberamente”. Particolarmente amara la constatazione che sono falliti tutti i tentativi di pace, e che pure la dichiarazione di Panmunjon dell’aprile 2018, che stabiliva l’impegno solenne del presidente sudcoreano Moon Jae-in e il leader del Nord Kim Jong-un ad un vertice entro la fine dell’anno per siglare un trattato di pace, è rimasto lettera morta.

Quell’incontro – dice il vescovo Lee Ki-heon – “ha alimentato la speranza di un nuovo inizio”, ma “non ha prodotto ancora frutti e la responsabilità è da attribuire anche a chi nutre interessi nei confronti del nostro Paese.

Ci si trova di fronte ad una nazione “divisa in due parti”, l’unica in cui “la guerra non è ancora finita” e dove la democrazia non può fiorire del tutto. Ma è un problema anche per la Chiesa cattolica, in stallo a Nord, dove non si sa nemmeno il numero dei cattolici presenti. Per questo, il presidente della Commissione per la Riconciliazione chiede “aiuti e nuove forme di scambio” per aiutare la Chiesa nordcoreana, e vede proprio nella capacità di “perdonare e superare le ostilità” la chiave per diventare apostoli di pace.

Il messaggio affronta anche il tema della pandemia, di come la Corea del Sud ha saputo arginare il virus e di come questo know how possa essere di aiuto anche per la Corea del Nord. In più, chiede di moltiplicare le occasioni per ricongiungere le famiglie, divise dalla guerra e ormai sempre più vecchie.

Per il vescovo Lee Ki-heon, la pace passa anche attraverso la ripresa della “ferrovia intercoreana” e la valorizzazione del Kaesong (dove le aziende del Sud hanno investito a danno lavoro a migliaia di nordcoreani) e la ripresa del turismo nell’area del Monte Geumgang, uno dei luoghi sacri in cui si dice dimori lo spirito del popolo coreano ma che dopo il 1953 è rimasto “dall'altra parte”. Solo un trattato di pace e nuove relazioni internazionali renderanno quell’area con nove bacini a forma di drago e una cascata di nuovo accessibile.

Sono questi i pensieri con cui ci si approccia alla Giornata di Preghiera per la Riconciliazione del 25 giugno. Il conflitto coreano, che vide il Nord arrivare ad occupare quasi tutta la penisola, portò alla morte di circa 1 milione e 400 mila civili sud coreani, mezzo milione di militari nord coreani e volontari cinesi, 225.748 militari sud coreani, 33.629 militari statunitensi e 3.143 membri delle forze armate di altre 15 nazioni che avevano partecipato al conflitto sotto l’egida delle Nazioni Unite per salvare la Corea del Sud dall’invasione.

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