Coronavirus, rinviata di un anno la commemorazione del vescovo Padovese

Il vicario apostolico di Anatolia è stato assassinato il 3 giugno 2010 a Iskenderun. La sua memoria resta viva

Vescovo Luigi Padovese, assassinato a Iskenderun il 3 giugno 2010
Foto: Terrasanta.net
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È successo dieci anni fa: il 3 giugno 2010, il vescovo Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia, veniva accoltellato dal suo autista nella sua residenza di Iskenderun, cercava di scappare, veniva raggiunto sull’uscio della porta e lì decapitato. Era un vescovo del dialogo, “ponte e non muro”, come lo definì il Cardinale Dionigi Tettamanzi, allora arcivescovo di Milano, nell’omelia per il suo funerale. E, per i dieci anni della sua morte, tutto era pronto per ricordarlo come si conviene.

“Avevamo organizzato – dice il vescovo Luigi Bizzeti, il successore del vescovo Padovese alla guida del vicariato di Anatolia – un convegno e una solenne celebrazione per il primo fine settimana di giugno ad Iskenderun per fare memoria della morte di monsignor Padovese. Ma in questi giorni abbiamo dovuto rimandare tutto al 5-6 giugno 2021, per gli ovvi motivi del virus”.

Ai primi di giugno, è comunque attesa l’uscita di un libro in turco curato da Mariagrazia Zambon, con la prefazione del vescovo di Bizzeti, che riprenderà omelia e discorsi del vescovo Padovese.

L’assassinio del vicario apostolico di Anatolia era avvenuto in un momento in cui la presenza cristiana in Turchia era vista, dai gruppi estremisti, come qualcosa in contrasto con il nazionalismo turco. Quattro anni prima, il 5 febbraio 2006, era stato il fidei donum don Andrea Santoro a cadere assassinato. Del pericolo, il vescovo Padovese era ben consapevole.

Padovese era stato nominato vicario apostolico di Anatolia nel 2004, trasportato lì direttamente dal suo impegno accademico, che lo aveva visto insegnare all’Antonianum, ma anche alla Gregoriana e all’Accademia Alfonsiana. Esperto di padri della Chiesa, aveva continuato l’impegno accademico anche da vescovo. Significativo è il titolo del corso intensivo che aveva preparato per l’anno accademico 2010 – 2011, e che non poté mai tenere: “La ricerca di Dio. Ponte di dialogo”.

Anche senza esperienza episcopale, il vescovo Padovese conosceva bene i luoghi cui era inviato, avendo partecipato all’organizzazione di molti convegni su San Giovanni ad Efeso e su San Paolo a Tarso.

Francescano, si definì sempre “cappuccino vescovo”, ma era anche profondamente legato alla Chiesa ambrosiana, cui apparteneva, e della quale sottolineava spesso legame con la Chiesa di Turchia, in particolare attraverso i santi, come Santa Tecla e San Babila.

Il vescovo Padovese era ben consapevole dei rischi che correva. Il 6 maggio 2007, in una omelia tenuta a Stegaurach, un paese nella diocesi di Bamberg in Germania, ricordò:”L’assassinio di un mio sacerdote, il ferimento di un altro, le intimidazioni ricevute, l’abbandono del sacerdozio di un giovane e poi le difficoltà di gestire una realtà molto piccola, ma complessa, mi hanno pesato e a volte mi tolgono la tranquillità ed il sonno. C’è poi il timore che all’improvviso uno o più pazzi, come è avvenuto ultimamente a Malatya, compia qualche gesto folle. Questa situazione vincola ancora i miei movimenti perché mi rendo conto che ormai tutto è possibile”. C’è ancora molto da esplorare, nella figura di questo vescovo che ha dato la vita nella Chiesa di Turchia. Si potrà fare il prossimo anno, undicesimo dalla morte, senza dimenticare di continuare a fare memoria costantemente.

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