Dalle diocesi, la messa di Natale nelle parole dei vescovi italiani

Le omelie della Notte Santa

L'arcivescovo di Milano la notte di Natale
Foto: Chiesa di Milano
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“Aprite la porta al Signore che nasce e non abbiate timore di salire, un passo alla volta, tenendo la mano del fratello, sul monte del dolore dell’umanità per annunciare a tutti che il nostro Dio è ancora l’Emmanuele, è il Dio-con-noi”.

È l'invito che è arrivato dai vescovi italiani in un messaggio in occasione del Natale. Parole di speranza in un tempo difficile come quello che stiamo vivendo a causa della pandemia (negli ultimi giorni anche alcuni vescovi italiani sono risultati positivi all’esame da Covid 19) sono arrivate nelle omelie della Vigilia e della Festa del Natale che abbiano celebrato ieri. 

E proprio ieri è tornato a celebrare in pubblico il presidente della Cei, il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, dopo i giorni di ricovero in ospedale a causa proprio del virus: “giorni drammatici”, li ha definiti.  “Il Bambino Gesù, con la sua fragilità, ci insegna ad avere fiducia e a guardare al futuro sempre con speranza”, ha detto nell’omelia invitando ad accogliere Gesù “come ha fatto san Giuseppe, la cui presenza discreta e paterna mai manca accanto a Maria e al bambino. In quest’anno speciale che il Papa ha dedicato al Patrono della Chiesa universale, chiediamo a Giuseppe la sua stessa tenerezza”: “solo la tenerezza che un padre può avere per il proprio figlio, può farci guardare con misericordia i nostri limiti, e permetterci di essere misericordiosi e caritatevoli con gli altri. E Dio solo sa quante famiglie, quante persone, quanti poveri hanno ancora più bisogno oggi, anche in questi giorni di festa, della nostra attenzione e della nostra opera. Siate aperti di cuore, siate solidali con chi ha bisogno”. 

L’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ieri a celebrato in Duomo e nel carcere di San Vittore. “Noi annunciamo non una nascita ma una rinascita. Noi – ha detto - non siamo incaricati di dire: è nato Gesù; piuttosto siamo mandati per dire: oggi ti è offerta la grazia perché possa rinascere tu. La rinascita dell’umanità è la vocazione a diventare fraternità, Fratelli tutti, secondo la parola di Papa Francesco. Un modo di vivere, di pensare, di usare delle risorse che non aspetta che sia finita l’epidemia per condividere la speranza, la stima vicendevole, la solidarietà concreta che soccorre chi è nel bisogno”. L’arcivescovo di Milano ha anche visitato alcuni anziani nelle Rsa nel pomeriggio di ieri. 

“Il protrarsi della pandemia – ha detto il Patriarca di Venezia, Franceso Moraglia - ci porta a vivere un Natale particolare, segnato da non poche limitazioni imposte dall’autorità pubblica per il bene comune, prima fra tutte il non poter vivere pienamente, in famiglia e insieme ai nostri cari, questi giorni. E non tutti quelli che avrebbero voluto essere qui in basilica sono potuti venire”. Tutto questo non ci impedisce di “fare” Natale, di “lasciar risuonare nel nostro cuore e nelle nostre famiglie la bella notizia di questo giorno: ‘…il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Dio, nel Bambino nato a Betlemme, si è manifestato come Colui che si abbassa per condividere le fatiche, le sofferenze, le fragilità, le debolezze umane”. Il Natale – ha spiegato Moraglia - da tempo, aveva “infelicemente assunto forme non sue. Il Natale autentico, il Natale di Gesù, non è quello ristretto nei criteri commerciali e consumistici del lusso, dei regali costosi, delle grandi abbuffate, delle feste smodate o della vacanza in località esclusive e in cui neppure si nomina o ricorda il festeggiato. La nascita di Gesù a Betlemme ci racconta tutt’altro”. 

L’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Gian Carlo Perego, ha voluto celebrare il Natale con i malati e gli operatori sanitari dell’ospedale di Cona. “È un Natale ancora segnato dalla pandemia, che limita le feste, gli incontri e gli abbracci anche in Ospedale. Nonostante le limitazioni anche questo Natale – ha detto Perego - invita i cristiani a fare memoria dell’Incarnazione di Dio, che abita con noi e tra noi. Un Dio, come annuncia il prologo del Vangelo di Giovanni, che porta la vita e la luce, pieno di grazia e di verità”. 

“Ci troviamo al buio. Purtroppo è una cosa evidente. Un’immagine spesso utilizzata, quasi dall’inizio della pandemia appena ci si è accorti che la questione non si risolveva in pochi giorni come tutti speravano, è stata quella del tunnel. Siamo in un tunnel: un’immagine negativa, ma anche di speranza. Perché un tunnel buio prima o poi finisce e a un certo punto è normale intravedere nel buio la luce della fine”, ha detto l’arcivescovo di Gorizia, Carlo Radaelli, che invita a pregare perché “tutto finisca presto e tanta sofferenza e tanto dolore in ogni parte del mondo abbiano una fine. Ed è giusto pregare perché si possa a breve vedere la luce alla fine del tunnel. Ma la preghiera più importante da fare oggi è di accorgerci che il Signore c’è e si è messo accanto a noi in questo percorso buio per guidarci e per insegnarci a usare quei doni di cui Lui ci ha fornito e che noi, nella nostra pigrizia o anche solo distrazione, spesso non siamo neppure consapevoli di avere”. 

Liberato dagli orpelli di una falsa festa, il Natale torni a insegnarci che quel Dio che chiede di essere accolto, protetto e destinatario di cura nel suo Figlio chiede oggi la stessa accoglienza, protezione e cura in tutti i suoi figli", ha detto il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze nell'omelia per la Messa nel giorno di Natale spiegando checome ogni crisi quella che attraversiamo è un setaccio in cui discernere ciò che è valido da ciò che non lo è. Alle cose valide appartiene anzitutto la consapevolezza della nostra fragilità, come ci insegna la presenza sociale della morte, che abbatte ogni illusione di potenza senza limiti come pure ogni barriera posta tra potenti e marginali, perché la morte non fa distinzioni e tocca tutti”. 

La pandemia da covid-19 ha sconvolto le nostre vite, modificato i nostri comportamenti, compromesso le nostre sicurezze. Il futuro si presenta incerto, il timore che i poveri diventino sempre più poveri e il numero degli impoveriti aumenti è più che fondato”, ha detto il vescovo coadiutore di Agrigento, Alessandro Damiano: “per molti sarà un Natale triste, tante sono le famiglie che hanno perduto persone care decedute per aver contratto la malattia, altri, penso ai medici e a tutti gli operatori sanitari, per il faticoso impegno a fronteggiare un virus di cui non si conoscono pienamente i contorni e ancora a quanti hanno perso il lavoro o presumibilmente lo perderanno. E ancora ai tanti drammi di vita vissuti volutamente nel nascondimento o oscurati dalla grande comunicazione”. Gesù – ha aggiunto nel messaggio il presule agrigentino – “con il suo Natale si è fatto dono per noi per ricordarci che anche noi dobbiamo farci dono per gli altri, con la nostra attenzione ai loro bisogni, con la nostra sensibilità alle loro sofferenze. Il Natale esige che diventiamo per davvero più buoni e non per ventiquattr’ore. Come è apparsa nel mondo la bontà di Dio così deve farsi manifesta anche la nostra bontà, non in atti occasionali ma in una forma di vita”. Il Signore “non ci abbandona mai e in questo periodo che sembra difficile ci sta vagliando e purificando con il fuoco della pandemia", ha detto l’arcivescovo di Cosenza-Bisignano, Francescoantonio Nolè:  “Dio continua ad aver fiducia in noi, anche quando lo tradiamo. Per questo continua ad affidarci la trasmissione della vita. Il Padre ci affida il povero e il piccolo, l'anziano e l'ammalato e noi siamo chiamati a custodirli, a proteggerli, fidandosi di Dio proprio come hanno fatto Maria e Giuseppe". L’arcivescovo calabrese aveva visitato, alla viglia di Natale,  l’ospedale da campo dell’Esercito Italiano a Cosenza, dove al momento si trovano ricoverate persone affette da covid. 

Questo Natale “non è diverso”, ha detto l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice: “questo è il Natale di sempre, che chiede di essere accolto nel nostro sacrario interiore, nelle nostre coscienze”. Alla vigilia di Natale il presule ha visitato gli ospiti della Missione “Speranza e Carità” di fra Biagio. 

E nel tempo natalizio tante iniziativa “inventate” dai sacerdoti per essere vicini ai fedeli come a Portici, in Campania dove il parroco,  don Giorgio Pisano, ha pensato di avvicinarsi alle famiglie citofonando loro per scambiare qualche parola. Nella diocesi di Città di Castello, in Umbria, il vescovo, Domenico Cancian, ogni giorno chiama i malati di Covd al telefonoSe fossimo in un periodo normale, senza restrizioni, andrei di persona a trovare i malati. Ma siccome non è possibile, la sola modalità che mi resta per offrire una parola di conforto è il telefono”, ha detto al quotidiano Avvenire:  “è fortissima la solitudine dei malati, come loro stessi riferiscono. In ospedale a fare la differenza è il personale sanitario insieme a qualche chiamata”. E a Padova, il vescovo, Claudio Cipolla, ha celebrato sostituendo, in questo peiodo,  i sacerdoti che non possono presiedere l’Eucaristia perché contagiati dal virus. E non sono poi mancate diverse iniziative di prossimità verso i più bisognosi e vulnerabili grazie all’impegno di tante parrocchie italiane e di movimenti come la Comunità di Sant’Egidio. 

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