Dialogo con l'Islam? Ora più che mai, dice il Vaticano

Roma, 4 dicembre 2014
Foto: Alan Holdren / Catholic News Agency
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Rafforzare la fraternità e il dialogo di fronte alla barbarie di chi usa la religione per strumentalizzare la violenza. Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso prende parola e posizione, e risponde a quanti sostengono che il dialogo interreligioso è una chimera. Si legge in una dichiarazione del Pontificio Consiglio:  “Gli avvenimenti di questi ultimi tempi  fanno sì che molti ci chiedano: ‘C’è ancora spazio per dialogare con i musulmani?’ La risposta è: si, più che mai. Prima di tutto perché la grande maggioranza dei musulmani stessi non si riconosce nella barbarie in atto.” E viene poi sottolineato che “uccidere, invocando una religione, non è soltanto offendere Dio ma è anche una sconfitta dell’umanità.”

Non è la prima volta che il Pontificio Consiglio guidato dal Cardinal Jean Louis Tauran prende la parola. Lo aveva già fatto il 12 agosto 2014, quando nessuno, nemmeno nel mondo islamico, sembrava in grado di levare una parola per condannare la barbarie del califfato dell’autoproclamato Stato Islamico. In nome del dialogo ingaggiato, il Pontificio Consiglio chiese una presa di posizione da parte dei leader islamici. E, dopo quella dichiarazione, in molti presero una posizione contro il califfato.

Ora si ripete una situazione analoga. La barbarie dei cristiani uccisi in Libia, le crescenti violenze dell’autoproclamato Stato Islamico, hanno riaperto un dibattito acceso. Si può dialogare con l’Islam? E l’Islam è davvero una religione violenta?

Da qui partono le risposte del Pontificio Consiglio, che spiega come “purtroppo oggi la parola ‘religione’ viene spesso associata alla parola ‘violenza’, mentre i credenti devono dimostrare che le religioni sono chiamate ad essere foriere di pace e non di violenza.”

“Uccidere, invocando una religione, non è soltanto offendere Dio ma è anche una sconfitta dell’umanità,” sottolinea il dicastero vaticano. Che poi ricorda il discorso di inizio anno che Benedetto XVI tenne al Corpo diplomatico il 9 gennaio del 2006. Si parlava di scontri di civiltà, di terrorismo organizzato, e l’attuale Papa emerito sostenne che “nessuna circostanza vale a giustificare tale attività criminosa che copre di infamia chi la compie e che è tanto più deprecabile quando si fa scudo di una religione, abbassando così la pura verità di Dio alla misura della propria cecità e perversione morale”.

Eppure – prosegue il Pontificio Consiglio – “in questi ultimi giorni assistiamo ad una radicalizzazione del discorso comunitario e religioso, con i conseguenti rischi dell’incremento dell’odio, della violenza, del terrorismo e alla crescente e banale stigmatizzazione dei musulmani e della loro religione.”

Per questo, c’è bisogno di rafforzare fraternità e dialogo, dato che “i credenti costituiscono un formidabile potenziale di pace, se crediamo che l’uomo è stato creato da Dio e che l’umanità è un’unica famiglia e, ancor di più, se crediamo come noi cristiani che Dio è Amore.”

“Continuare a dialogare, anche quando si fa l’esperienza della persecuzione, può diventare un segno di speranza. Non è che i credenti vogliano imporre la loro visione della persona e della storia, ma vogliono proporre il rispetto delle differenze, la libertà di pensiero e di religione, la salvaguardia della dignità umana e l’amore della verità,” afferma ancora la dichiarazione.

E allora “dobbiamo avere il coraggio di rivedere la qualità della vita in famiglia, le modalità di insegnamento della religione e della storia, il contenuto delle prediche nei nostri luoghi di culto. Soprattutto la famiglia e la scuola sono le chiavi perché il mondo di domani si basi sul rispetto reciproco e sulla fraternità.”

Ricordando – come disse Papa Francesco ad Ankara lo scorso 28 novembre – che “la violenza che cerca una giustificazione religiosa merita la più forte condanna, perché l’Onnipotente è Dio della vita e della pace. Da tutti coloro che sostengono di adorarlo, il mondo attende che siano uomini e donne di pace, capaci di vivere come fratelli e sorelle, nonostante le differenze etniche, religiose, culturali o ideologiche.”

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