Divorziati e risposati, contraccezione, pastorale

Libro "Famiglia e Chiesa. Un legame indissolubile"
Foto: LEV
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C’è un libro uscito recentemente, quasi in sordina, per una collana della Libreria Editrice Vaticana gestita dal Pontificio Consiglio per la Famiglia. Si chiama “Famiglia e la Chiesa. Un legame indissolubile,” e mette insieme le proposte di una trentina di esperti che si sono riuniti in tre seminari a porte chiuse. Tra le proposte, quella di un cammino penitenziale che possa aprire la strada della comunione ai divorziati risposati.

I tre seminari hanno avuto luogo il 17 gennaio, il 21 febbraio e il 14 marzo. Tutti gli interventi, e le discussioni che sono seguite agli interventi, sono state pubblicate nel libro in questione. I tre seminari erano dedicati rispettivamente a: “Matrimonio: fede, sacramento e disciplina;” “Famiglia: amore tra gli sposi e procreazione;” e “Famiglie ferite e unioni irregolari: quale prospettiva pastorale?”

Tra gli osservatori / patrocinatori (ma non hanno mai preso parte alla discussione) c’era l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia; l’arcivescovo Fabio Fabene, sottosegretario del Sinodo dei Vescovi; e mons. Jean Lafitte, numero due del Pontificio Consiglio per la Famiglia.

Tra gli esperti, da notare la presenza di Eberhard Schockenoff, gesuita che insegna teologia morale all’università di Friburgo. È uno dei teologi più agguerriti nelle pressioni per cambiare la dottrina della Chiesa, ha una enorme influenza in Germania ed era persino presente al cosiddetto “sinodo ombra” dello scorso 25 maggio. Le conclusioni di quell’incontro – poi sfociate in un secondo incontro a settembre – hanno puntato in effetti a un cambiamento della dottrina sul tema delle coppie di divorziati e risposati e sul matrimonio omosessuale.

E su questi toni è stato il dibattito ai seminari a porte chiuse. In uno dei suoi interventi, Schockenhoff ha sottolineato “la possibilità di una evoluzione della dottrina ecclesiastica del matrimonio” e qualcosa di più di quanto possa essere suggerito dall’affermazione “che la Chiesa non possa modificare la sua prassi tradendo le sue tradizioni.”

Tra le varie proposte, quella di un cammino penitenziale per garantire l’accesso alla comunione per i divorziati risposati. Discussa all’incontro del 14 marzo, la proposta ha avuto vari appoggi, e anche qualche critica.

Padre Giampaolo Dianin, insegnante di Morale della Famiglia e Pastorale della Famiglia alla Facoltà Teologica del Nord Est, ha sottolineato nel suo discorso inaugurale che la Chiesa nel corso della storia ha sempre “regolamentato il matrimonio sulla base dei problemi emergenti,” ha definito strano il fatto che divorziati e risposati non possano insegnare catechismo quando al momento del matrimonio hanno promesso di “educare cristianamente i figli” al momento del matrimonio.

Il punto più alto della discussione si è raggiunto quando si è parlato del concetto di peccato, e soprattutto di quale peccato sia davvero imperdonabile. Padre Humberto Miguel Yanez, un gesuita, amico di lunga data di Papa Francesco, che guida il Dipartimento di Teologia Morale della Pontificia Università Gregoriana, ha notato che “abbiamo dato accesso alla comunione a quanti hanno commesso genocidio, anche se non si sono pubblicamente pentiti; a capitalisti che hanno sfruttato i loro dipendenti per guadagnare un profitto illimitato; a mafiosi che hanno usato la Chiesa per legittimare i loro affari; a criminali di guerra che non si sono mai pentiti. Ma la Comunione è permessa per divorziati e risposati!”

Può l’essere divorziati e successivamente risposati con rito civile essere considerato davvero un peccato imperdonabile? Xavier Lacroix, teologo francese che ha insegnato per anni all’Università di Lione, risponde che “non c’è vita cristiana senza perdono, e dunque non c’è vita coniugale,” e che il perdono “non è una scusa” per dimenticare il peccato,” quanto piuttosto “un nuovo dono.”

Padre Schockenhoff è andato oltre. Citando San Tommaso d’Aquino, Schockenhoff ha detto che “una punizione eterna è inadeguata,” e ha chiesto di aggiornare l’esortazione post-sinodale “Familiaris Consortio” di Giovanni Paolo II. Una proposta che va in una direzione completamente opposta da quelli che difendono la tradizione della Chiesa, come il Cardinal Carlo Caffarra, che ha chiesto ad un recente convegno un documento pontificio sulla dottrina del matrimonio e della famiglia.

Padre Eduardo Scognamiglio, francescano, insegnante alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, ha espresso la speranza che il sinodo “discussa onestamente se è possibile privare un fedele dell’Eucarestia per tutta la sua esistenza.”

Con queste premesse, il seminario ha tentato di fare una proposta articolata di un cammino penitenziale che possa eventualmente permettere a divorziati e risposati di accedere alla Comunione.

Questo cammino penitenziale dovrebbe essere seguito da un vescovo, o da un prete incaricato dal vescovo locale. La maggior parte dei partecipanti si è detta d’accordo a concedere la comunione al termine di questo cammino penitenziale. Ma non tutti sono stati d’accordo sulla modalità in cui questo cammino penitenziale debba avere luogo.

Al momento, i divorziati possono accedere alla Comunione se non sono risposati, o se vivono come fratello e sorella con il nuovo sposo, e in questo modo non rompono il vincolo coniugale. Ma i “novatori” come padre Dianin, che cercano di adattare la dottrina ai tempi moderni, giocano sulle sfumature.

Padre Dianin ha sottolineato che il rapporto finale del Sinodo non fa esplicitamente riferimento all’impegno di vivere come “fratelli e sorelle,” e ha detto che un cammino penitenziale potrebbe portare all’accesso alla Comunione almeno una volta l’anno, nel giorno di Pasqua.

Il processo sarebbe da farsi così: il vescovo diocesano, o un team di personale qualificato, valuterebbe caso per caso le situazioni di rottura del vincolo matrimoniale, valutando se ci sono basi per l’annullamento. Quindi, se lo sposo viene abbandonato, il processo dovrebbe promuovere il perdono per la parte offendente. Tutte le parti sarebbero chiamate a riconoscere i loro peccati e il modo in cui hanno contribuito alla distruzione del matrimonio. Quindi, il processo dovrebbe valutare la solidità della seconda unione, e solo dopo questo terzo passaggio ci potrebbe essere la possibilità di una riammissione al Sacramento, sia pure parziale.

Vale a dire, almeno una volta l’anno – sottolinea padre Dianin, che basa la sua proposta sulla tradizione del IV Concilio Laterano del 1215. In quel Concilio venne stabilito il “precetto pasquale,” vale a dire il fatto che per la salvezza sono necessarie comunione e confessione almeno una volta l’anno. Per questo – ha concluso padre Dianin – non si può negare l’accesso alla Comunione a un divorziato risposato almeno una volta l’anno.

Completamente contro la proposta è stato padre José Granados, insegnante di Teologia Dogmatica al Pontificio Istituto per il Matrimonio e la Famiglia Giovanni Paolo II e di recente nominato consultore del Sinodo dei vescovi. Granados si è detto d’accordo con il cammino penitenziale, ma ha sottolineato che questo dovrebbe terminare o con la rottura della nuova relazione o – quando questo non è possibile – con la piena castità.

Padre Eugenio Zanetti ha invece parlato di “un cammino di conversione all’amore,” che consisterebbe con un anno di riflessione da condurre individualmente e nei gruppi di preghiera. Poi, durante la Quaresima, la preghiera dovrebbe essere particolarmente intensificata, e il processo dovrebbe culminare in una confessione della “coppia irregolare.” L’assoluzione dovrebbe essere concessa a condizione che questi si astengano dai rapporti sessuali durante l’Ottava di Pasqua, ovvero la Settimana che succede al giorno di Pasqua, in modo che poi possano avere accesso alla Comunione la domenica della Divina Misericordia.

Anche il tema della contraccezione è stato affrontato, e in particolare nell’incontro del 21 febbraio. In generale, gli esperti radunati dal Pontificio Consiglio della Famiglia hanno chiesto che il Sinodo chiarisca l’attitudine della Chiesa sulla sessualità, andando oltre “una eccessiva severità” e “regolamenti autoritari,” come ha posto la questione Padre Gianluigi Brena, gesuita, insegnante di filosofia antropologica all’Istituto Aloisianum.

Nella discussione è intervenuto anche padre Scognamiglio, il quale ha affermato che “i metodi naturali” della regolamentazione delle nascite non devono essere considerati “un assoluto,” ma devono piuttosto essere “valutati in maniera critica da un punto di vista scientifico.” Dovrebbe emergere, ha detto, un “pensiero maturo” su fede questioni morali, dato che i sacerdoti “non possono fare le scelte al posto delle coppie, ma piuttosto educarle a scegliere con saggezza e maturità di fede.”

Paolo Moneta, insegnante di Diritto Canonico all’Università di Pisa e uno dei membri della commissione che ha studiato lo snellimento delle procedure delle cause di nullità, ha invece voluto sottolineare che “da un punto di vista meramente giuridico, il modo in cui gli sposi regolano le nascite è irrilevante,” dato che “se c’è una radicale esclusione” della procreazione “il matrimonio è comunque nullo, anche se gli sposi usano solamente i metodi naturali accettati dalla morale cattolica.”

Secondo Padre Maurizio Chiodi, insegnante di Teologia Morale alla Facoltà Teologica del Nord Italia, c’è “una importante difficolta” nel passaggio “dalla dottrina alla pratica pastorale,” e questo non riguarda l’accettazione o meno della pillola anticoncezionale.

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