Don Pietro Pappagallo: un prete cattolico “giusto tra le Nazioni”

Un primo piano di don Pietro Pappagallo, martire delle Fosse Ardeatine
Foto: terlizzilive.it
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Nell’oscurità delle Fosse Ardeatine, mentre lui, unico prete cattolico, veniva portato sul luogo dove sarebbe stato ucciso insieme ad altre 334 persone per rappresaglia, don Pietro Pappagallo sentì la voce: “Padre, benediteci!” E lui “si liberò dai lacci che gli stringevano i polsi, alzò le braccia al cielo e pregò ad alta voce, impartendo a tutti l’assoluzione”.

Don Pietro Pappagallo, martire delle Fosse Ardeatine, il prete della Resistenza immortalato anche dal don Pietro interpretato da Aldo Fabrizi in “Roma Città Aperta”, è ora “Giusto tra le Nazioni”. La Commissione costituita presso lo Yad Vashem di Gerusalemme ha riconosciuto il suo impegno nel salvare gli Ebrei dall’Olocausto.

Don Pietro entra così a far parte dei 400 italiani riconosciuti giusti tra le Nazioni, e il suo nome sarà scritto nel muro perimetrale del Memoriale dell’Olocausto, mentre lo Stato di Israele invierà in segno di riconoscimento ai suoi parenti una medaglia ed una pergamena.

L’ultimo atto della sua vita, prima di essere barbaramente ucciso nelle Fosse Ardeatine, ha qualcosa di eroico, ma è perfettamente in linea con una vita fatta da uomo di Dio, ed è anche il culmine di una vita di sacerdote paradossalmente cominciata all’inizio della Prima Guerra Mondiale e terminata con la morte quasi sul finire della Seconda.

Pugliese di Terlizzi, in provincia di Bari, quinto di otto fratelli di una famiglia umile, don Pietro era diventato sacerdote grazie ai sacrifici della madre che ne riconobbe subito la precoce vocazione.

Don Pietro diventa sacerdote il 3 aprile 1915, a Grande Guerra da poco iniziata. Era un Sabato Santo. Il giorno dopo, Pasqua di Resurrezione, distribuì l’immaginetta della sua prima Messa, sulla quale volle trascrivere la preghiera al “Dio delle misericordie e al Re pacifico” composta da Benedetto XV per invocare la pace. Una frase di quella preghiera, in particolare, sarà il filo rosso della vita di don Pietro: “Mentre eravate su questa terra, Voi aveste palpiti di tenerissima compassione per le umane sventure” .

Don Pappagallo era arrivato a Roma nel 1925, per studiare, e subito cominciò il suo apostolato tra gli ultimi, in particolare tra gli operai e i lavoratori sfruttati e in miseria, che cercavano il suo aiuto, anche concreto, andando direttamente nella sua casa in via Urbana, 2. Lì potevano trovare sostegno economico, cibo, denaro, persino documenti.

Un impegno don Pietro continuò durante la guerra, aiutando soldati, partigiani, alleati ed ebrei, senza alcuna discriminazione. In particolare, cominciò a stampare nella tipografia di un suo cugino documenti falsi per quanti rischiavano di finire nelle mani de nazi-fascisti.

Viene tradito da un tale Gino Crescentini, una spia che finge di essere un fuggiasco che nel 1947 sarà condannato a 20 anni di carcere per aver denunciato alla “polizia tedesca appartenenti alla razza ebraica, comunisti e antifascisti”. Così, le truppe tedesche, che hanno preso il controllo di Roma benché fosse dichiarata ‘Città Aperta’, lo arrestano il 29 gennaio 1944 nella sua casa insieme a sei clandestini, e lo imprigionano nel carcere di via Tasso.

Nel carcere, i nazisti lo soprannominarono “Corvo Nero”, e spesso le denudarono e schernirono. Ce l’avevano con lui soprattutto per aver protetto gli ebrei. Ma lui non perse mai la dignità, e si racconta che condividesse il pasto con i suoi compagni di cella cui non veniva distribuito, e che invitava i prigionieri a pregare, e a invocare Maria.

Il 24 marzo 1944 venne ucciso nelle Fosse Ardeatine, inserito nella lista delle vittime per sospette “simpatie comuniste”. Ed è lì che avviene l’ultimo atto della sua vita: la preghiera, l’assoluzione concessa a tutti, il perdono per i nemici.

Davanti la sua casa di via Urbana, 2 c’è una lapide che lo ricorda così: “In questa casa nel tempo buio dell’occupazione nazista rifulse la luce del cuore generoso di don Pietro Pappagallo Terlizzi (Bari) 18.6.1888 Roma – Fosse Ardeatine 24.3.1944 Accolse con amore i perseguitati di ogni fede e condizione fino al sacrificio di sé Cadde nel segno estremo della redenzione e del perdono di Dio”.

È stato Renato Brucoli, suo amico e biografo di don Pietro (il libro che ne racconta la vita si chiama “Pane e cipolla e santa libertà”) ad avviare contatti sistematici con il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea con sede a Milano, abilitato dallo Yad Vashem a compiere le istruttorie dei candidati italiani al titolo di Giusto tra le Nazioni, per soddisfare una richiesta, quella di includere don Pappagallo tra i giusti, che era stata avanzata da moltissime personalità.

Tra queste, il professor Antonio Lisi, il teologo don Gaetano Valente, monsignor Michal Jagosz, prefetto dell’Archivio Liberiano di Roma, padre Piersandro Vanzan di Civiltà Cattolica, l’artista ebreo Georges de Canino, l’ex ministro della Giustizia Paola Severino e Roberto Mamone, segretario del circolo Anpi di Roma dedicato proprio a don Pietro.

Ci è voluto tempo per attribuire il titolo di Giusto a don Pietro non tanto perché mancavano richieste, ma perché mancavano testimonianze concrete di assistenza con il fine di salvare la vita ad ebrei durante il periodo bellico.

Secondo Brucoli, due sono state le testimonianze decisive.

Quella di Ada Alessandrini, resistente cattolica che nel 1944 scrive, sulla rivista Mercurio, che la vita di una piccola ebrea tedesca è stata salvata grazie a un documento contraffatto rilasciato da don Pietro.

E quella di Oscar Cageggi, giornalista partigiano e compagno di cella di don Pietro nel carcere di via Tasso. Cageggi, parlando il 29 giugno 1944 con “Il Quotidiano” diretto da Igino Giordani – che fu poi cofondatore del Movimento dei Focolari – racconta di come don Pietro fosse preoccupato per il suoi assistiti israeliani, che erano già stati salvati, ma i cui nomi erano ancora in alcuni appunti che don Pietro aveva con sé, e che poi furono distrutti grazie alla complicità dello stesso Cageggi.

 

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