Dopo la preghiera islamica a Santa Sofia quali le conseguenze dialogo e laicità ?

Un colloquio con Padre Claudio Monge che vive ad Istambul da 17 anni

I mosaici cristiani coperti durante la preghiera islamica a Santa Sofia
Foto: pd
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Ieri i muezzin sono tornati a chiamare i fedeli di minareti di quella che ora è “La Grande Moschea di  Hagia Sophia”. E risuonato l’adhan, l’invito musulmano alla preghiera dai quattro minareti, costruiti dopo la conquista di Costantinopoli del 1453.I mosaici dei pavimenti erano  coperti da tappeti blu e quelli delle pareti da tendaggi.  La data non è scelta a caso. Il 24 luglio del 1923 con il trattato di Losanna, le potenze vincitrici misero fine all’Impero Ottomano.

Dopo la decisione di riportare la chiesa a luogo di culto islamico oggi le questioni sono tante. Politiche e religiose.

Al teologo delle religioni, padre Claudio Monge, domenicano, che vive ad Istanbul da 17 anni, lavorando per tessere fili di rapporti interreligiosi ed ecumenici, abbiamo chiesto di spiegarci per quale motivo a suo parere il presidente turco ha preso la decisione di riportare a Santa Sofia il culto islamico:

 La chiave di lettura principale delle vicende di Santa Sofia, è politico-strategica, ben più che religiosa . Sullo sfondo della sfida all’Occidente, la necessità di ricompattare una base elettorale che si assottiglia , anche distogliendo l’attenzione da dossier ben più cruciali, come la situazione economica già difficile e resa drammatica dalla pandemia”.

 Si può parlare di fine della laicità dello Stato?

“In effetti, soprattutto in Occidente, si sono sprecati i commenti che parlano di uno sfregio alla storica laicità della Turchia moderna voluta da Atatürk, padre della patria. Ma la laicità di Mustafa Kemal, non è mai stata una netta separazione tra stato e ‘moschea’ né, tanto meno, ha mai significato la tutela di diversità religiose e culturali in dialogo fra di esse; essa è, in realtà, uno strumento di potere con il nazionalismo. Lo scopo del fondatore della Turchia moderna è quello di legittimare ‘l’islamità’, 800 anni di Impero Ottomano non si cancellano con un colpo di bacchetta magica, come condizione di appartenenza alla ‘turcità’, con un totale controllo politico sul religioso, l’esatto opposto di quello che avviene in uno stato islamico. Certo, quando il politico penetra nel religioso per controllarlo meglio, i religiosi colgono l’occasione per infiltrare subdolamente il politico. Ma questo succede anche in Occidente. Opporre laicità a religione è un errore di prospettiva e bisogna evitare anche di confondere secolarismo e laicità. La secolarizzazione è un’evoluzione sociale di emancipazione rispetto al riferimento religioso, indiscutibilmente presente anche in Turchia e che non si arresterà con la trasformazione di Santa Sofia in moschea.”

 Anche Papa Francesco ha espresso il suo dolore: cosa significa per il dialogo interreligioso?

 “Credo che Papa Francesco, con la sua frase su Santa Sofia , volesse esprimere la sua fraterna e personale vicinanza al patriarca Bartolomeo e alla Chiesa ortodossa, particolarmente legata quel luogo di culto, per altro non più usato come tale da oltre 560 anni. Il dialogo interreligioso, dal canto suo, non può essere invalidato dall’uso strumentale dei simboli religiosi e questa riconversione di Santa Sofia non sconfessa la dichiarazione di Abu Dhabi anzi, conferma, come ricorda quel documento, il fatto che non c’è dialogo possibile senza fratellanza e fratellanza senza educazione e conoscenza reciproca e della storia di ciascuno.

 

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