Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima donna laureata a Padova era oblata benedettina

Una storia del 1678, quando il 25 giugno una donna per la prima volta si laurea in filosofia

Particolare dell’affresco di Antonio Morato “Esempi di virtù femminile - Gaspara Stampa, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, Cornelia”, Sala delle Studen
Foto: www.ottocentenariouniversitadipadova.it
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Un lungo tormento, ancora ore passate tra i dolori, con il corpo piagato e la mente rivolta verso l’alto, come sempre. Elena sa che ormai per lei su questa terra il tempo è finito, forse avrebbe voluto poter continuare a studiare, ad apprendere, a migliorare. Non per la gloria terrena, non davvero. A quella non ha mai tenuto, è sempre stato più che altro suo padre, la sua famiglia, altri, non lei.

Si ricorda bene del giorno in cui il suo destino è stato segnato. Il 25 giugno 1678, un sabato pomeriggio caldissimo, a Padova, con tutta la gente accalcata a vedere l’incredibile: una donna che si laurea, con una dissertazione in filosofia, presso la prestigiosa Università patavina. Non era  stato facile arrivare a quel giorno: una dura battaglia su vari fronti, quella combattuta da Elena, contro un mondo fortemente maschilista e colmo di pregiudizi, ma anche le pressioni della sua stessa famiglia, del padre soprattutto, che intravvede in lei la possibilità di riscattarsi e a tratti rischia di trattarla un po’ da fenomeno. 

Elena invece, ha sempre solo voluto studiare, ma nello stesso tempo ha sempre amato pregare, meditare. E’ diventata oblata benedettina, e le piace molto anche di mettere su carta i suoi pensieri. La sua vita familiare, poi, è sempre stata piuttosto complicata. Suo padre appartiene alla nobiltà veneziana, Giovan Battista Cornaro, ed Elena è la quinta  di sette figli avuti con Zanetta Boni, donna di umili origini. I figli vengono tutti legittimati alla nascita. Certo che non è del tutto facile essere la figlia di un nobile e di una popolana, è come non essere mai completamente qualcuno, ti guardano con un certo sospetto o con disprezzo, sia i nobili, che il popolo. Non appartieni veramente a nessuno.

Eppure Elena trova presto la sua dimensione: lo studio e la meditazione. Impara rapidamente  greco, latino, scienze, filosofia, ebraico, spagnolo e teologia. Il padre, dalla iniziale sorpresa e diffidenza, diventa un suo entusiasta sostenitore. Vede in lei una sorta di riscatto, come se rivolgendosi ai suoi detrattori, a chi critica la sua condotta di vita potesse dire: guardate che figlia ho tirato su, che genio, che portento. Cosa importa se è donna? Questi pregiudizi devono passare. Non siamo nell’epoca dei Lumi, non si sono ancora minimamente formate le idee che stravolgeranno il mondo di lì a poco meno di un secolo. Però qualcosa nell’aria sta cambiando, a Padova l’Università è sempre più il centro di una intensa vita di studi e di scoperte, Galileo Galilei ha vissuto a lungo qui ed ha lasciato un segno concreto della sua presenza.

Qualcosa di straordinario avviene dunque anche nella famiglia Piscopio Cornaro: Elena progredisce tanto negli studi, tanto il padre e i suoi numerosi ammiratori la sospingono in avanti che l’impossibile diventa possibile, che tutte le diffidenze e gli ostacoli cadono man mano e in quel fatidico giorno di giugno del 1678 Elena supera l’ostacolo, ottiene la laurea.

Così sono passati in fretta  quei sei anni, in fretta sono passati i brevi momenti di effimera gloria e poi sono arrivati i giorni di dolore, di malattia. E’ di nuovo estate, luglio inoltrato, fa caldo, nella stanza si avvicendano familiari, parenti, medici, servitori, lei vorrebbe solo un po' di silenzio, per andarsene nella pace del Signore.

La luce tagliente estiva si stempera con gli scuri accostati. La fine sta arrivando, il dolore cessa, un’altra luce, forte, gloriosa, interminabile, l’attende. Il 26 luglio 1684 cessa la sua vita terrena. E la sua gloria, il suo nome che per qualche tempo era stato luminoso, era risuonato con un’eco di stupore e di ammirazione, rimane muto, si avvolge di polvere e di oblio.

Passano gli anni, i secoli, siamo ancora a Padova, di nuovo in piena estate, a fine luglio. In una cappella della basilica di Santa Giustina, annessa all’abbazia benedettina, davanti all’altare c’è  una lastra tombale in terra: una lampada illumina il nome di chi vi è sepolto: Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, proprio lei, la prima donna laureata, che ha voluto essere sepolta qui. Per qualche giorno all’anno, in occasione dell’anniversario della sua morte, in piena estate, la cappella in cui riposano le sue spoglie viene aperta al pubblico. Un pellegrinaggio discreto, sommesso, ma tenace si avvicenda davanti alla sepoltura: soprattutto giovani donne, ragazze, forse universitarie, che si rivolgono a lei quale modello di perseveranza, di volontà, di forza d’animo. Ma anche di spiritualità e di contemplazione.

La prima donna laureata è dunque sepolta in una chiesa, lei, diventata poi emblema protofemminista era profondamente religiosa, tanto poi da diventare oblata benedettina. Qualcuno sostiene che questa scelta sia stata fatta per poter ottenere l’accesso agli studi. Ma le testimonianze più attendibili, i suoi stessi scritti mostrano con chiarezza la profondità della sua fede e la tensione spirituale che l’hanno contraddistinta. E quegli stessi scritti, recentemente, sono stati sbrigativamente classificati come di poca importanza e di scarso valore, retrogradi, perché non rispecchiano i clichè ora tanto in voga, perché non sarebbero attraversati da ribellione, irrisione, voglia di trasgressione.

Eppure la sua storia torna alla ribalta in questa estate torrida, un piccolo, grande segno della vita che non si piega alle teorie, alle classificazioni, agli schemi, e percorre strade imprevedibili e segrete.

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