Fratel Barducci: Charles de Foucauld insegna che Gesù è Carità

Il priore generale dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas spiega il carisma del santo

Charles de Foucauld
Foto: Wikimedia commons
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Domenica 15 maggio in piazza san Pietro papa Francesco presiederà la celebrazione eucaristica e il rito della canonizzazione dei Beati Titus Brandsma, Lazzaro detto Devasahayam, César de Bus, Luigi Maria Palazzolo, Giustino Maria Russolillo, Charles de Foucauld, Marie Rivier, Maria Francesca di Gesù Rubatto, Maria di Gesù Santocanale e Maria Domenica Mantovani.

Quindi tra i nuovi beati ci sarà anche Charles de Foucauld, che nasce a Strasburgo il 15 settembre 1858, da famiglia aristocratica. Orfano a sei anni, viene allevato, assieme alla sorella Marie, dal nonno paterno, il colonnello Charles de Morlet. Durante l’adolescenza andrà progressivamente allontanandosi dalla fede. 

Interpellato dalla fede dei musulmani, va alla ricerca di Dio, ed accompagnato con saggezza dalla cugina Marie de Bondy, incontra un sacerdote, l’abbé Huvelin, si confessa e ritrova la fede a 28 anni. Quindi diventa monaco trappista (1890-1896), poi vive da eremita presso le monache Clarisse di Nazareth (1897-1900). Dopo un lungo periodo di discernimento accetta di essere ordinato prete (1901).

Dopo un soggiorno nell’oasi di Béni Abbès, si spinge più a sud, fino a Tamanrasset e sulle montagne dell’Hoggar. Si stabilisce tra i Tuareg. E’ ucciso da un gruppo di predoni, la sera del 1° dicembre 1916.

In una lettera egli scrive: “L’amore consiste, non a sentire che si ama ma a voler amare: quando si vuole amare, si ama; quando si vuole amare al di sopra di tutto, si ama al di sopra di tutto”. Partendo da questa frase abbiamo intervistato fr. Paolo Maria Barducci, priore generale dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas, chiedendogli di spiegare il significato di questa canonizzazione: 

“La canonizzazione di Charles de Foucauld lo pone come modello di santità per tutta la Chiesa. Se la vita di fr. Charles ha portato attualmente ad una discendenza spirituale di non meno di venti famiglie: preti, religiosi e religiose, istituti secolari, laici, senza contare quanti vivono il suo messaggio spirituale senza un’appartenenza specifica, la proclamazione della sua santità allarga i confini facendone patrimonio di tutta la Chiesa. Ogni cristiano sulle orme di fr. Charles può vivere la sequela di Gesù e dunque rispondere alla chiamata alla santità propria del battesimo.

Riguardo ai santi fr. Charles scriverà: Guardiamo i santi, ma non attardiamoci nella loro contemplazione. Contempliamo con essi Colui la cui contemplazione ha riempito la loro vita. Approfittiamo dei loro esempi, ma senza fermarci a lungo né prendere per modello completo questo o quel santo, e prendendo di ciascuno ciò che ci sembra più conforme alle parole e agli esempi di nostro Signore Gesù, nostro solo e vero modello, servendoci così delle loro lezioni, non per imitare essi, ma per meglio imitare Gesù”.    

 Perché per Charles de Foucauld Gesù è Carità?

“Gesù è Carità, è amore perché ha condiviso con la sua incarnazione il cammino degli uomini facendosi accogliere dal legno della mangiatoia e stendendo le braccia su quello della croce. Un Dio che si fa piccolo perché i piccoli possano incontrarlo. Jesus Caritas, Gesù amore trova il suo simbolo nel cuore sormontato dalla croce che fr. Charles portava disegnato sul suo abito. Memoria di Gesù che ha donato tutto se stesso per riconciliare con il Padre tutta l’umanità, per farne una sola famiglia”.

Come è scaturita la sua vocazione?

“La vocazione di fr. Charles coincide con la sua conversione.  Il viaggio clandestino nell’interno del Marocco, che esplora nel 1883-1884, dal quale trarrà riconoscimenti e premi in Patria, per la rilevazione di territori ignoti agli europei, lo segnerà profondamente non soltanto per gli spazi del deserto ma ancor di più per la fede dei Musulmani. Ora ‘esplora’ se stesso e cerca Dio. Gli sale dal cuore una strana preghiera: ‘Mio Dio, se esisti, fa che ti conosca!’ 

Mentre a Parigi prepara la pubblicazione del rapporto sul Marocco, legge il Corano e la Bibbia. Vuole capire. Un mattino, il 29 o il 30 ottobre 1886, si reca alla chiesa di sant’Agostino a Parigi per cercare un prete che aveva incontrato a casa di sua cugina. Lo trova in confessionale in attesa di penitenti. Gli chiede di poter avere lezioni sulla religione cattolica.

Il sacerdote, racconta Charles, per tutta risposta, ‘facendomi entrare nel suo confessionale . . . mi fece confessare, e m’inviò a comunicarmi seduta stante’. E’ questo l’evento della sua conversione e del cambiamento di vita. Confesserà ad un intimo amico: ‘Appena credetti che c’era un Dio, capii che non potevo fare altro che vivere per lui; la mia vocazione religiosa data dalla stessa ora della mia fede: Dio è così grande! C’è una tale differenza tra Dio e tutto quello che non è lui!’ (C. de Foucauld, Lettres à Henry De Castries, 96-97)”. 

In cosa consiste la spiritualità di Charles de Foucauld?

“La spiritualità, o meglio il messaggio spirituale di fr. Charles lo attingiamo dalla sua stessa vita oltre che dai suoi scritti, meditazioni e rapporti epistolari. Nella sua esistenza Nazareth sarà il punto centrale. Quasi sicuramente nel 1888, Charles ascolta in una predica del padre Huvelin una frase che, come lui dice, ‘si inciderà nella sua anima in modo indelebile: Gesù ha preso l’ultimo posto a tal punto che nessuno ha mai potuto rapirglielo’.

Intorno alla stessa data, alla fine del 1888, il padre Huvelin lo spingerà in Terra Santa. All’inizio di gennaio arriva a Nazaret e là scopre, come scriverà a uno dei suoi cugini, ‘l’esistenza umile e oscura del Dio operaio a Nazaret’. 

Ritorna con una grande scoperta che d’ora in poi illuminerà tutta la sua vita: Gesù di Nazaret. I suoi trenta anni di vita straordinariamente uguale a quella dei poveri, semplici abitanti di uno sperduto villaggio della Galilea, lo affascinano. Nazaret sarà la sua stella, Gesù il modello unico.

E’ uno choc determinante che riecheggia nel suo cuore come una chiamata: è il vero risveglio della sua vocazione che si manifesterà con un desiderio sempre più intenso. Sette anni dopo, al momento di lasciare la trappa, scriverà: Ho tanta sete di condurre finalmente la vita che cerco da più di sette anni, che ho intravisto, intuito camminando per le vie di Nazaret, che furono calpestate dai piedi di nostro Signore, povero artigiano, sperduto nell’abiezione e nell’oscurità”. 

Ma in che cosa consiste la vita di Nazaret?

“Nazaret non è un luogo ma il vivere l’incarnazione sulle orme di Gesù. Scelta dell’ultimo posto, della quotidianità. Lo sguardo fisso su Gesù attraverso la  Parola e l’Eucaristia. Apostolato dell’amicizia, della bontà. Fraternità”. 

Per quale motivo ha edificato un monastero ‘senza muri’?

“E’ a Beni-Abbès, l’oasi algerina più vicina alla frontiera marocchina, dove fr. Charles costruisce il suo eremo e prepara una regola molto precisa, come per un monaco. Con una linea di sassi delimita anche un recinto che dovrebbe oltrepassare solo in caso di necessità, ma non costruirà mai il muro e tiene aperta la sua porta: ‘Voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani, ebrei e idolatri a considerarmi come loro  fratello,  il fratello universale.  Cominciano  a chiamare la casa ‘la Fraternità’ e ciò mi è dolce’. (Lettera a  Madame de Bondy, 7gennaio 1902)”.

Per quale ragione fraternità ed eucarestia sono i pilastri della sua vita?

“La lunga contemplazione dell’eucaristia, che ha segnato il periodo trascorso a Nazaret, produce una vita eucaristica nella quale fr. Charles scopre sempre di più che comunicare al corpo e sangue di Cristo significa per lui diventare uomo ‘mangiato’ dai fratelli. Scopre la verità di ciò che affermava san Giovanni Crisostomo: ‘Non si deve separare il sacramento dell’altare dal sacramento del fratello’.

Qualche mese prima di morire, fr. Charles scriverà al suo amico Louis Massignon: ‘Non c’è, credo, parola del Vangelo che abbia fatto su di me un impressione più profonda e trasformato maggiormente la mia vita di questa: Tutto ciò che fate a uno di questi piccoli, è a me che lo fate (cfr. Mt 25,40). Se si pensa che tali parole sono quelle della verità increata, quelle della bocca che ha detto: Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue… con quale forza si è portati a cercare ed amare Gesù in questi ‘piccoli’, in questi poveri, in questi peccatori’. (Lettera a L. Massignon, 1° agosto 1916).

La convinzione che Gesù è realmente presente in ogni uomo schiacciato dalla povertà o dall’oppressione così come nell’eucaristia, non solo trasformerà la vita di fr. Charles, ma la unificherà: lo stesso amore che gli fa passare delle ore accanto al santissimo sacramento lo spinge a impegnarsi per la liberazione degli schiavi nei quali Gesù soffre e muore.

Soltanto attraverso questa luce possiamo capire come abitando da solo all’Hoggar, per le regole liturgiche dell’epoca, abbia potuto rinunciare alla celebrazione dell’eucaristia fino a  quando non ci fossero stati con lui altri cristiani. Al suo vescovo che gli parla di questo egli risponde: ‘La domanda che lei mi pone – è meglio trattenersi nell’Hoggar senza poter celebrare la santa messa oppure non andarvi e celebrarla? – me la sono posta spesso… 

Un tempo ero portato a sacrificare sempre tutto alla celebrazione della santa messa: però questo ragionamento deve peccare in qualche cosa, poiché dagli apostoli in poi i più grandi santi hanno sacrificato in certe occasioni la possibilità di celebrare per delle opere di carità spirituali… Risiedere da solo nel paese è cosa buona: c’è la possibilità di agire, anche senza fare molto, perché si diventa ‘del posto’, si è così avvicinabili e così ‘piccoli’”.

 

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