Frere Roger, 100 anni e la sua eredità ecumenica

Frere Roger alle esequie di Giovanni Paolo II
Foto: CTV
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“Ho ricevuto stamattina una notizia molto triste, drammatica. Durante i vespri di ieri sera, il caro Frère Roger Schutz, fondatore della Comunità di Taizé, è stato accoltellato e ucciso, probabilmente da una squilibrata. Questa notizia mi colpisce tanto più perché proprio ieri ho ricevuto una lettera di Frère Roger molto commovente, molto amichevole. In essa scrive che nel fondo del suo cuore intende dirmi che noi siamo in comunione con Lei e con coloro che sono riuniti in Colonia. Poi scrive che, a causa delle sue condizioni di salute, purtroppo non sarebbe potuto venire personalmente a Colonia, ma sarebbe stato presente spiritualmente insieme con i suoi fratelli. Alla fine mi scrive in questa lettera che ha il desiderio di venire quanto prima a Roma per incontrarmi e per dirmi che la nostra Comunità di Taizé vuole camminare in comunione con il Santo Padre. E poi scrive di proprio pugno: Santo Padre, Le assicuro i miei sentimenti di profonda comunione. Frère Roger di Taizè. In questo momento di tristezza possiamo solo affidare alla bontà del Signore l’anima di questo suo fedele servitore. Sappiamo che dalla tristezza rinascerà la gioia. Frère Schutz è nelle mani della bontà eterna, dell’amore eterno, è arrivato alla gioia eterna. Egli ci ammonisce e ci esorta ad essere fedeli lavoratori nella Vigna del Signore sempre, anche in situazioni tristi, sicuri che il Signore ci accompagna e ci darà la sua gioia”.

Sono le parole di Benedetto XVI pronunciate all’indomani dell’uccisione di Frère Roger Schutz, indimenticabile fondatore della Comunità di Taizé, avvenuta la sera del 16 agosto 2005 alla vigilia della Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia.

Papa Benedetto definisce Frère Roger un fedele servitore del Signore. E ci piace ricordarlo proprio oggi, nel giorno del centenario della nascita di questo piccolo grande monaco svizzero impegnato – fin dal 1940 – per tutta la sua lunga vita sul cammino dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso.

Nella sua ultima lettera il priore di Taizè scriveva: “Che Dio ci ami è una realtà talvolta poco accessibile. Ma quando scopriamo che il suo amore è soprattutto perdono, il nostro cuore si rasserena e anche si trasforma. Ma cosa vuol dire amare? Sarà forse condividere le sofferenze dei più maltrattati? Sì, proprio questo. Sarà forse avere un’infinita bontà di cuore e dimenticare se stessi per gli altri, in modo disinteressato? Sì, certamente. E ancora: cosa vuol dire amare? Amare è perdonare, vivere da riconciliati. E riconciliarsi è sempre una primavera dell’anima”. Parole semplici ed accessibili a tutti. Nello spirito di Taizè, quello spirito che aleggia anche nella predicazione di Papa Francesco: nei suoi continui ed incessanti richiami al perdono e alla misericordia.

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