L'arcivescovoGallagher: sì agli obiettivi di sviluppo, ma che sia sviluppo umano integrale

Arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i rapporti con gli Stati
Foto: Il Sismografo
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Sì agli obiettivi di sviluppo sostenibile, ma sempre nell’ottica di uno sviluppo umano integrale. L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri vaticano,” ha preso la parola il 26 settembre alle Nazioni Unite, il giorno dopo il discorso di Papa Francesco. A conti fatti, l’adozione degli obiettivi di sviluppo sostenibile non poteva essere evitata. Ma la Santa Sede non manca di mettere i suoi puntini sulle “i”.

Degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile, non possono certamente piacere quelli che prevedono la “salute sessuale e riproduttiva,” un eufemismo che le agenzie ONU usano per nascondere il diritto all’aborto. Ma di certo la Santa Sede apprezza “il focus dell’agenda sullo sradicamento della povertà e la fame, basato sulla centralità della persona umana e l’impegno correlato che nessuno può essere escluso.” Un tema, questo molto caro a Papa Francesco.

L’arcivescovo Gallagher riprende le parole del Papa alle Nazioni Unite, guarda già all’agenda del 2030, chiede che i nuovi obiettivi siano fondati sulla fraternità e sul rispetto della sacralità di ogni essere umano. Perché è così che si crea lo sviluppo umano integrale. E dunque – afferma il “ministro degli Esteri vaticano”- “l’Agenda per lo sviluppo del 2030 potrebbe essere efficace e pratiche se provvede ad accesso immediato, da parte di tutti, a beni materiali essenziali e rispetto per la vita di ciascuno di realizzare beni spirituali essenziali.”

Perché “lo sviluppo sostenibile” non può essere “concepito né misurato in termini meramente economici e statistici,” dato che la povertà ha molte forme. E allora c’è bisogno di “modelli di sviluppo che non compromettono la dignità umana, e la salute dell’ambiente.

L’arcivescovo Gallagher ripercorre il discorso di Papa Francesco alle Nazioni Unite. Ricorda il rischio di trasformarsi in uno strumento meramente burocratico, basandoci su obiettivi e indicatori statistici, e allo stesso tempo c’è il rischio di ridurre tutto ad una risposta teorica, che non tocca la pratica.

Non c’è da fraintendere, spiega Gallagher, perché il raggiungimento dell’accordo su 17 obiettivi di sviluppo sostenibile è “una sfida formidabile,” ma dobbiamo evitare di farci distrarre dall’obiettivo spostando preziose risorse su altri temi – come appunto quelli della vita – sui quali la Santa Sede mantiene le sue riserve.

Spiegando che l’ONU ha scelto “la solidarietà contro l’egoismo” approvando gli obiettivi di sviluppo sostenibile, l’arcivescovo Gallagher sottolinea il ruolo della famiglia, “primo agente di sviluppo sostenibile e per questo modello di comunione e di solidarietà tra le nazioni e le istituzioni internazionali”

C’è bisogno di famiglia, perché una preoccupazione condivisa di famiglia “contribuisce con certezza a ridurre la povertà, ad avere risultati migliori per i figli, eguaglianza tra uomini e donne, come una migliore conciliazione famiglia – lavoro, nonché un legame intergenerazionale. Non solo. Gallagher sottolinea che “le politiche family friendly aiutano a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile.”

Aggiunge l’arcivescovo Gallagher che “solidarietà e cooperazione non sono meri sentimenti,” e perché questi siano “genuini, si deve agire,” così la nostra scelta “deve essere quella di mobilitare le risorse necessarie per raggiungere il nostro impegno,” e questo significa “creare possibilità nelle nazioni povere per assicurare successo,” condividere “con le nazioni più povere il know how tecnologico che permetta loro di emanciparsi dall’estrema povertà,” senza che siano soggette a costi improponibili. E significa anche combattere la corruzione e creare uno stato di diritto.

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