Giovanni Battisti Montini giornalista e pioniere dell’informazione

125 anni fa nasceva San Paolo VI, pontefice attento al ruolo dell’Informazione nella Chiesa

Monsignor Montini alla scrivania in Vaticano
Foto: fonte: Vaticannews
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

“Parlare ai giornalisti! C’è di che tremare: i giornalisti sono i professionisti della parola, sono gli esperti, gli artisti, i profeti della parola. (...) Essi sono pronti ed abilissimi a carpire una parola, un’allusione, una frase, e a trovarvi dentro cento significati; e ad attribuirvi quello che essi vogliono”. A parlare è Papa Paolo VI, durante il suo primo incontro con l’Unione della stampa cattolica italiana. Era il 22 settembre 1963, tre mesi dopo la sua elezione al soglio petrino. Parole colme d’ironia e sagacia, ma che esprimono bene quanto il pontefice fosse attento alla tematica della comunicazione; quanto conoscesse bene il mestiere di giornalista, o - meglio - di “artigiano delle parole”. 

In fondo, l’amore per il linguaggio, per i lemmi, i caratteri tipografici, ha fatto parte - da sempre - del suo DNA: Giovanni Battista Montini, infatti, sia per storia personale (il padre oltre ad essere parlamentare del Partito Popolare Italiano, era anche giornalista), sia per inclinazione intellettuale (era profondo lettore di libri non solo di teologia), aveva una sorta di “naturale” predisposizione per la scrittura, per l’arte della parola. E a testimonianza di questa sua particolare dedizione-vocazione, vi sono - senza dubbio - i suoi stessi articoli giornalistici, i discorsi (sia quelli pronunciati come arcivescovo di Milano, che nelle vesti di pontefice), le omelie, e - ovviamente - gli stessi documenti pontifici: in queste pagine, l’equilibrio e la sobrietà, convivono - armoniosamente -  in un suo particolare stile poetico nel quale confluisce, sempre, un realismo giornalistico che “racconta il fatto”. 

Il retroterra del giornalista Montini è ampio. Le prime tappe importanti per addentrarsi nel suo background culturale, rimangono: l’ambiente familiare in cui nasce e il rapporto con la città di Brescia. Fondamentale risulterà la figura paterna, Giorgio Montini, per lunghi anni direttore del quotidiano cattolico bresciano Il Cittadino; inoltre, sempre a Brescia, il giovane Montini, appena maggiorenne, parteciperà alla fondazione di un quindicinale, La Fionda, ideato e diretto dal suo amico e coetaneo Andrea Trebeschi. La pubblicazione, seppur nata come espressione della locale Associazione studentesca A. Manzoni, arriverà ad avere diffusione nei circoli della Fuci di tutta Italia. Fin dal suo primo articolo - dal titolo “Non resta che ricominciare”, datato 21 giugno 1919 - è subito chiara l’impronta stilistica di Montini che si chiede, dopo il primo conflitto mondiale, come è possibile dare il proprio contributo alla ricostruzione: “Come? Dagli altri? No, da me. Ecco tutto: finché non ci saremo convinti che tanto siamo quanto vogliamo di fronte a noi stessi e di fronte a Dio, e non in ragione di numero, di ricchezza, di potenza, non ricostruiremo nulla. Io credo nella responsabilità dell'individuo di fronte alle più grandi e più remote catastrofi sociali, credo in quella solidarietà per cui io, piccolo cittadino, rappresento tutti i doveri e tutti i diritti della Patria immensa”.

Nel periodo in cui fu assistente ecclesiastico della Fuci (dal 1924 al 1933), promosse e stimolò le riviste della federazione, Studium e Azione Fucina. Sono questi gli anni dell’impegno universitario, e Montini, si dedica - con trasporto intellettuale - a formare la classe dirigente cattolica del futuro. Tema affrontato nei suoi articoli - se ne contano circa duecento - è quello della cultura. Nel suo I cattolici e la cultura del 31 agosto 1930, pubblicato da Azione Fucina, scriverà: “Ieri il problema culturale dei cattolici era un problema principalmente di apologia. Oggi è un problema, sempre principalmente, d’esposizione e d’insegnamento. La fame di cultura oggi è superiore (…) anche perché vivacissime forme di vita sono nettamente negatrici della cultura stessa. (...) Tutti quelli che si propongono di sollevare il livello morale del mondo, si propongono di fare della cultura”. Fra gli articoli di questo intenso periodo di lavoro per la Fuci, troviamo anche un inedito Montini, recensore di libri: sulla rivista Studium, nel 1926, compare - infatti - una sua recensione di San Francesco, testo di G. K. Chesterton, l’autore della fortunata serie Padre Brown: “Chesterton è un nome che sta per divenire celebre anche fra noi: fra poco sarà uno degli scrittori che caratterizzano il gusto e il pensiero del nostro ambiente”. 

Successivamente, durante il servizio presso la Segreteria di Stato Vaticana (1937-1952), dovrà affrontare un ruolo assai delicato: “l'alta direzione sul giornale” (questa, la dicitura dell’epoca) del Papa, L’Osservatore Romano. Saranno quindici anni assai proficui che vedranno anche la nascita di un settimanale, figlio de L’Osservatore: si tratta de L’Osservatore della Domenica, periodico aperto alla società, alla cultura e al dibattito intellettuale cattolico. Sempre Montini sarà una figura determinante per lo sviluppo della nuova testata vaticana. E’ una mente creativa, quella di Giovan Battista Montini, che continuerà la sua proliferazione di idee,  anche nel trasferimento alla cattedra di Sant’Ambrogio a Milano: come arcivescovo della metropoli lombarda, prenderà l’iniziativa di creare due periodici mensili diocesani, ai quali collaborerà senza sosta. 

Montini giornalista diventa Papa Paolo VI. Siamo negli anni ’60, in un mondo che vive un radicale e repentino cambiamento sociale, nel quale i media cominciano, sempre di più, ad esercitare una forte influenza sia nel panorama italiano, sia in quello internazionale. In questo nuovo contesto storico, Papa Montini decide di costituire “qualcosa” di cui il mondo cattolico era sprovvisto: un nuovo giornale laico ma di impronta cattolica. E’ la nascita del quotidiano Avvenire (1968): grazie alla fusione di due giornali, L’Italia e L’Avvenire d’Italia, la nuova testata cattolica sanciva la nascita di un quotidiano, che a differenza de L’Osservatore, era autonomo dalla gerarchia ecclesiastica. Avvenire diviene uno strumento di apertura al mondo, di approfondimento della società nelle sue poliedriche sfaccettature. Inoltre, dobbiamo sempre a Paolo VI - col Motu proprio “In fructibus multis” (1964) - la creazione della Pontificia commissione delle comunicazioni; e nel 1967, la prima Giornata mondiale per le Comunicazioni sociali. 

 

 

Ti potrebbe interessare