Giovanni Paolo II: i suoi gesti, i suoi simboli

Giovanni Paolo II consola un infermo
Foto: Pinterest
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Cosa resta di San Giovanni Paolo II, cinque anni dopo la sua beatificazione? Benedetto XVI, nella sua omelia per l’occasione, ricordò la profonda spiritualità mariana del suo predecessore, ricordando come Maria fosse citata nell’ultimo capitolo delle Lumen Gentium. “Tutti i membri del Popolo di Dio – Vescovi, sacerdoti, diaconi, fedeli laici, religiosi, religiose – siamo in cammino verso la patria celeste, dove ci ha preceduto la Vergine Maria, associata in modo singolare e perfetto al mistero di Cristo e della Chiesa. Karol Wojtyła, prima come Vescovo Ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia, ha partecipato al Concilio e sapeva bene che dedicare a Maria l’ultimo capitolo del Documento sulla Chiesa significava porre la Madre del Redentore quale immagine e modello di santità per ogni cristiano e per la Chiesa intera”.

Maria era il centro dello stemma di San Giovanni Paolo II. Uno stemma semplice: sfondo blu, la croce lievemente spostata sul fianco sinistro, perché a destra, in campo basso, compare la M di Maria. Il motto? Totus tuus. Era un pezzo della vita di Giovanni Paolo II, di un pontificato dedicato alla Vergine Maria. Lo stemma di Giovanni Paolo II racconta di un Papa che ha fatto della semplicità e della devozione la sua vita.

Maria è l’immagine di quella fede che Giovanni Paolo II ha messo sempre al centro del Pontificato. In fondo, è un Papa salvato da Maria. Quando, durante la guerra, era operaio alla Solvay, venne investito da un camion che non lo aveva visto. Non c’era nessuno sulla strada, solo una donna che lo vide, lo aiutò, chiamò i soccorsi e poi scomparve nel nulla. Di quella donna, Karol Wojtyla non ha saputo nulla. Ma non lo ha mai abbandonato la convinzione che fosse stata proprio la Vergine Maria. La stessa Vergine da cui si sentirà salvato dall’attentato del 13 maggio 1981, giorno della Madonna di Fatima.

Lo stemma di Giovanni Paolo II racconta non solo la cifra di un pontificato, ma il senso di una vita. Scorrere le pagine del testamento di Giovanni Paolo II è tutto un ripercorrere il motto Totus Tuus. Le pagine sono ciclicamente segnate a gruppi di quattro, riprendendo il Trattato alla Vera Devozione della Vergine Maria di Luigi Maria Grignon de Montfort. Sulla prima pagina: “Totus Tuus ego sum”. Sulla seconda: “et omnia mea Tua sunt.” Sulla terza: Accipio Te in mea omnia. E infine sulla quarta: “Praebe mihi cor Tuum, Maria”. Dalla quinta pagina riprendeva la “cifratura” delle pagine.

Era una simbologia cara a Wojtyla, che rimaneva nel suo privato. Ma non rimanevano nel suo privato i suoi gesti. Immagini che hanno fatto il giro del mondo. Come il gesto di baciare la terra che visita. Ogni volta che Giovanni Paolo II arriva in un posto nuovo, si inginocchia e bacia la terra. Quando, vecchio e malato, non potrà più inginocchiarsi, gli porteranno un lembo di terra verso le labbra. È un gesto di riconoscimento e affetto per la terra che lo ospita. Giovanni Paolo II bacia anche il suolo di Betlemme, riconoscendo così anche lo Stato palestinese. Prima di lui non lo ha fatto nessun Papa.

Ma il Papato dei gesti è cominciato subito. È il 22 ottobre 1978, giorno della Messa di inizio Pontificato. “Aprite, spalancate le porte a Cristo”, dice nell’omelia Giovanni Paolo II. E al termine della celebrazione non rispetta il cerimoniale. Scende verso le persone, si avvicina alla folla. E poi alza per aria la croce pastorale e la brandisce, quasi a sottolineare con un simbolo l’apertura delle porte a Cristo. È un gesto che Giovanni Paolo II non ripeterà mai più, ma che resta evocativo.

Come particolarmente evocativo è il suo saluto: non a mano aperta, ma con la mano rivolta lateralmente verso la gente e gesti secchi. Anche il modo di benedire è tutto suo, e nessun pontefice l’ha usato prima di lui: un segno di croce secco, senza fronzoli, senza nemmeno pronunciare una formula di benedizione. I giovani cominciano a ritrovarsi intorno a lui per il Giubileo dei Giovani dell’anno santo straordinario del 1984, tra l’11 e il 15 aprile. E il 30 e 31 marzo 1985, per l’Anno Internazionale della gioventù, Wojtyla li invita attorno a lui. Arrivano a Roma in centinaia di migliaia.

È l’inizio di una tradizione, che porta con sé una ricca iconografia. La Gmg del 1985, per la domenica delle Palme, presenta una croce rossa in campo bianco, e due ramoscelli di ulivo. È l’ultima volta che è un raduno non organizzato. Da quel momento in poi, ogni Gmg avrà un tema.

“Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi...” è il tema della Gmg di Buenos Aires del 1987, che campeggia intorno a un mondo circondato da giovani che fanno un girotondo. “Voi siete l’avvenire del mondo, la speranza della Chiesa. Voi siete la mia speranza”, aveva detto Giovanni Paolo II in quel famoso 22 ottobre del 1978. È una carrellata di simboli, quello della Gmg. Ma il logo del Giubileo del 2000, che ripropone una piazza San Pietro stilizzata: i giovani sono andati incontro al Papa.

Ma c’è un’immagine che più di tutte racconta il pontificato di Wojtyla, e rappresenta una straordinaria prima volta. Grecia, 2001. Giovanni Paolo II è il primo pontefice a visitare il Paese dopo 1.291 anni. La visita non è serena, il Papa viene accolto da manifestazioni ostili, mentre i vertici della Chiesa ortodossa non invia nessun esponente ad accoglierlo all’arrivo. Ad Atene si incontra con l’arcivescovo Christodoulos, capo della Chiesa ortodossa di Grecia. Un incontro di 30 minuti. Christodoulos fa un elenco di offese, il Papa chiede scusa. Il ghiaccio si è sciolto. Si incontrano in seguito in un luogo dove una volta San Paolo ha predicato ai cristiani ateniesi. Fanno una dichiarazione congiunta. E poi, Giovanni Paolo II prende la mano di Christodoulos, e insieme pronunciano il Padre Nostro. 

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