Gli Scalabriniani celebrano i 133 anni con un rinnovato slancio vocazionale

Il messaggio del Superiore Generale superiore generale, padre Leonir Chiarello

Padre Lenoir Chiarello
Foto: scalabrini.press
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Sabato scorso la congregazione scalabriniana ha celebrato il 133° anniversario della sua fondazione e nel suo messaggio, intitolato ‘Creare una cultura vocazionale’, il superiore generale, p. Leonir Chiarello, ha ricordato i passaggi principali di una storia iniziata nel 1887.

“I grandi capitoli li conosciamo. La sensibilità di un vescovo guidato dallo Spirito, l’urgenza di rispondere a un problema grande, la fiducia nonostante gli inizi modesti. Poi la crisi per mancanza di fiducia, la ripresa perché la fiamma non si era spenta e il coraggio di allargare: allargare il fine, allargare i confini della missione, gettare la rete in altri mari. Una storia meravigliosa, da raccontare sempre, con voci diverse”.

La vocazione degli scalabriniani è una storia: “Pensare alla vocazione è raccontare una storia. Si può anche parlarne in modo sistematico, illustrando i fondamenti, le caratteristiche, gli aspetti essenziali, i segni genuini e quelli fallaci di una vocazione. Anzi, è necessario farlo, in particolare per chi deve discernere e guidare. Ma alla fine ci deve essere una storia, una storia che convince, magari dove non ci sono sempre capitoli entusiasmanti; spesso frasi brevi, a volte pagine bianche, a volte righe cancellate, ma sotto, un filo invisibile che collega tutto e come in tanti racconti, la storia diventa chiara soprattutto alla fine”.

‘Tenete continuamente presente alla memoria la vocazione della quale il vostro Dio vi ha insigniti’, diceva il beato Scalabrini ai suoi sacerdoti: “La sensibilità di un vescovo guidato dallo Spirito, l’urgenza di rispondere a un problema grande, la fiducia nonostante gli inizi modesti. Poi la crisi per mancanza di fiducia, la ripresa perché la fiamma non si era spenta e il coraggio di allargare: allargare il fine, allargare i confini della missione, gettare la rete in altri mari. Una storia meravigliosa, da raccontare sempre, con voci diverse. Una storia che spesso non rende abbastanza giustizia al fatto che si tratta di una storia di storie. Il grande racconto ignora le storie di tutti quei missionari che sono vissuti con semplicità, che hanno ascoltato, soccorso, visitato, accolto, protetto, che hanno insegnato e costruito, che hanno obbedito e camminato… Senza quelle storie non si potrebbe raccontare la storia della congregazione”.

E p. Chiarello ha invitato i missionari scalabriniani a non ‘interrompere’ questa storia pluricentenaria: “Non vogliamo che la storia si interrompa. Sono troppi i migranti che continuano a partire, quelli che non riescono ad arrivare, quelli che rimangono soli, quelli costretti soltanto a lavorare. Dobbiamo incrociare la nostra storia con la loro, dobbiamo trasformare la loro e la nostra storia in storia di salvezza. Perché la storia continui, molti altri devono iniziare il loro racconto… Il desiderio di seguire Cristo sulle vie tracciate dal beato Scalabrini non è morto. Ma non possiamo lasciare che l’invito raccolto molti anni fa da due preti a Piacenza non risuoni ancora in molti altri luoghi”.

Per acquisire una cultura vocazionale, afferma padre Chiarello, sono necessari tre passaggi: la gioia per la propria vocazione, la testimonianza come cammino (“Il cammino vocazionale non termina con la professione. La professione non è raggiungere uno status, l’appartenenza a un gruppo, la sicurezza nella vita. E’ l’inizio di una testimonianza”) e infine il coraggio nelle scelte pastorali, affinché queste possano corrispondere alle reali necessità della missione”.

L’ultimo richiamo è all’importanza del racconto e dei mezzi di comunicazione per raccontare: “Invitiamo i missionari impegnati in pastorale a pregare abitualmente insieme con i fedeli per il dono della chiamata alla vita consacrata per i migranti. Al di là dei mezzi, la proposta vocazionale è sempre dar voce alla gioia di quello che siamo e chiedere ad altri di condividere le nostre ansie e le nostre preoccupazioni per dei fratelli che la vita ha costretto ad andare altrove. Si tratta di continuare a narrare le nostre storie e la nostra storia, a riprendere il filo del racconto di chi ci ha preceduto e di chi cammina con noi, perché è bello narrare le meraviglie del Signore”.

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