I Racconti Vaticani di Benny Lai, da rileggere a due anni dalla sua scomparsa

Le tessere di accreditamento di Benny Lai
Foto: Angela Ambrogetti
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“Ora il mestiere di vaticanista come lo facevo io non esiste più”. Lo diceva con  una vena di tristezza Benny Lai, per anni decano dei vaticanisti, che ci ha lasciato il 12 dicembre di due ani fa. Il mestiere ai tempi di Lai, Silvio Negro, Arcangelo Paglialunga, Guido Bartoloni, era soprattutto un  lavoro di osservazione e di ricerca di fatti.

Ma, per chi aveva una buona penna, era anche un modo di raccontare un mondo che sembrava tanto  lontano e che in effetti viveva la vita di un paese, con piccole gioie, miserie, amenità e diplomazie.

Gente vaticana insomma.

Ad esempio che fare se un cane bastardo minaccia la passeggiata del Papa o un gruppo di gatti urlanti il sonno delle monache? E come gestire la propria "coscienza" politica dopo il colloquio con un alto prelato? Come sopravvivere ad un dramma familiare o tornare in convento dopo anni in missione? Ecco sono solo alcune queste delle domande che accompagnano chi legge i "Racconti vaticani" di Benny Lai, uno dei suoi ultimi libri.

Un genere difficile quello del racconto, della novella che riusciva bene a Pirandello o a Moravia e che oggi gli scrittori rifuggono. Bisogna avere un fatto da raccontare e saperlo rendere intrigante come un giallo. Il decano dei vaticanisti ci riusciva perfettamente. Certo di fatti da raccontare ne aveva tanti nel cassetto. Basta rileggere i suoi Diari Vaticani e le sue cronache. Ma in questo piacevolissimo libretto che raccoglie sette racconti, c'è di più. C'è una vera indagine dell' animo umano, o meglio, dell' animo vaticano. Anche la scelta dell' editore non è da poco. Fede & Cultura è una casa editrice un po' speciale, dedicata molto alla liturgia e alla storia della Chiesa, ai paphlet polemici come ai saggi dotti e ai romanzi. Una editrice "di Chiesa" direbbero alcuni, che in pochi anni ha messo insieme un catalogo adatto a chi ha voglia di leggere "altro".

E i Racconti di Benny Lai sono davvero "altro" dal solito chiacchiericcio cronachistico che si legge fin troppo spesso. Lai racconta la vita del "paese", la quotidianità di fatti che da fuori sembrano grandi e grandiosi e che magari si rivelano piccoli o al contrario eventi più o meno sconosciuti che hanno segnato poi la politica e la storia. E ci sono i ritratti dei prelati, dei laici, delle donne, dei frati o dei politici che hanno caratterizzato un'epoca che ora non c'è più. Si perché il Vaticano che racconta Lai è in fondo quello degli anni '50, quello in cui i giornalisti, setto od otto in tutto, passeggiavano liberamente per le strade ancora senza nome del piccolo stato, che avevano un ufficietto con una finestrina affacciata sul cortile di San Damaso. Un Vaticano che è stato soffocato dalla efficienza e dalla burocrazia amministrativa, un Vaticano che si è "de romanizzato" ed è diventato internazionale, certo oggi i vaticanisti ( termine adattato da Lai per i giornalisti che si occupano di cose vaticane) lavorano fuori della Città leonina. Per parlare con un monsignore si deve prendere un appuntamento, e si è persa la bella ed utile abitudine di passeggiare per Borghi, e "annusare l'aria" o ascoltare un racconto di vita comune. Alcuni anzi pensano che sia meglio farsi passare dei documenti per fare prima. Eppure invece è proprio ascoltando, molto più che chiedendo, che si capisce e conosce. Specialmente in Vaticano. Perché, come scrive Benny Lai nella introduzione ai suoi racconti: "Entrare in Vaticano è un po' come inginocchiarsi al confessionale. L'importante è mettersi dalla parte giusta."

A completare questa piccola delizia di libro ci sono i disegni di Renata Penta che con un immaginifico bianco e nero ha saputo ricreare l' epoca che Benny Lai evoca nei racconti. Un piccolo viaggio nel tempo con l'illusione che poi, infondo infondo, la gens vaticana non sia tanto cambiata.

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