I viaggi del Papa, e quei gesti storici nati a tavola

L'Aereo papale in attesa di prendere il volo
Foto: CC
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La prima, storica, visita di un Papa in una sinagoga? Nacque a tavola, mentre si parlava di un viaggio internazionale, quello che avrebbe portato Giovanni Paolo II nel 1987 negli Stati Uniti. Lo racconta Gianfranco Svidercoschi, vaticanista di lungo corso, già vicedirettore dell’Osservatore Romano e biografo di San Giovanni Paolo II. Un aneddoto che racconta – spiega – come “organizzare i viaggi papali presenta mille sfaccettature, mille problematiche”. E dunque “colui che sarà chiamato a succedere ad Alberto Gasbarri, storico organizzatore dei viaggi papali, dovrà districarsi tra tutti questi problemi”.

Gasbarri, 70 anni a febbraio, compirà il suo ultimo viaggio con il Papa in Messico, a febbraio. Poi, come per tutti i dipendenti vaticani, arriverà il momento della pensione. A sostituirlo, sarà Mauricio Rueda Beltz, della seconda sezione della Segreteria di Stato, che ha lavorato anche nelle nunziature di Giordania e degli Stati Uniti, e che sarà chiamato a prendere una eredità difficilissima.

“Che è poi la stessa eredità che è fu chiamato a prendere Alberto Gasbarri – racconta Svidercoschi – al quale forse un po’ tremavano le vene dei polsi quando dovette predere il posto di Roberto Tucci, del quale era stato assistente. E in effetti, lui sapeva quante difficoltà presentavano i viaggi papali”.

Difficoltà che non riguardavano solo l’immediato, ma anche più in generale i gesti dei Papi. Svidercoschi lo racconta facendo un esempio, quello della decisione di Giovanni Paolo II di andare a visitare la sinagoga di Roma il 13 aprile 1986. Una decisione che nasce proprio come conseguenza dell’organizzazione di un viaggio internazionale.

“Padre Tucci era a tavola con Giovanni Paolo II, e si parlava del viaggio negli Stati Uniti, che si sarebbe poi tenuto nel 1987. C’era, tra i vari inviti, quello di un rabbino americano che chiedeva al Papa di visitare la sinagoga. Giovanni Paolo II era molto favorevole, ovviamente, nel 1985 non aveva avuto timore, a Casablanca, di incontrare i giovani musulmani. E lì padre Tucci ebbe una intuizione: ‘Se un Papa deve andare in una Sinagoga, bisogna che la prima sia la Sinagoga di Roma’. E così fu deciso che il Papa sarebbe andato nella Sinagoga di Roma”. Da quel gesto storico, nacque quasi una consuetudine. Benedetto XVI ha visitato la Sinagoga di Roma, e lo farà anche Papa Francesco il prossimo 17 gennaio.

Insomma, le scelte organizzative “erano frutto di una sensibilità tutta particolare di padre Roberto Tucci”, racconta Svidercoschi. Che poi aggiunge: “Sembrerebbe che dopo tanti anni il controllo dei viaggi stia passando da Radio Vaticana alla Segreteria di Stato vaticana. Ma non è quello il punto. Padre Tucci fu scelto per le sue competenze, sensibilità e affinità con Giovanni Paolo II. Che fosse il presidente di Radio Vaticana era solo un accidente. Gasbarri ne ha preso il posto perché colui che più di tutti sapeva come gestire l’organizzazione dei viaggi, e lo ha fatto con competenza e rigore. Ora si sceglie un monsignore della Segreteria di Stato, un diplomatico, che dovrà portare avanti quel compito. Per farlo, ha bisogno di una certa attitudine diplomatica. Ma anche di capacità pratica, sensibilità, e forza nel sopportare le pressioni dei vescovi locali, che hanno sempre tante richieste”.

Ma come si era arrivati alla scelta di padre Roberto Tucci? Ricorda Svidercoschi: “Prima i viaggi gli organizzava l’arcivescovo Paul Marcinkus, e organizzava i viaggi tagliando gli eventi con l’accetta, quasi come si organizzavano i viaggi dei boy scout. Quando poi Marcinkus fu travolto dagli scandali finanziari, per Giovanni Paolo II fu una scelta naturale rivolgersi a Padre Tucci, che già aveva gestito alcune situazioni problematiche dei viaggi”, che “parlava le lingue, conosceva il mondo, aveva sensibilità nell’affrontare i problemi e sapeva gestire le informazioni, anche grazie alla sua esperienza da direttore de ‘La Civiltà Cattolica’” e che “di Giovanni Paolo II era un confidente. Prima di pubblicare una enciclica, il Papa chiamava padre Tucci e gli spiegava per filo e per segno cosa intendesse dire con l’enciclica, e poi spettava a padre Tucci spiegarlo”.

Nell’organizzare i viaggi, Padre Tucci “teneva conto di ogni aspetto. Quando si preparava un viaggio, faceva un viaggio di esplorazione, poi un secondo viaggio, poi andava con il Papa. Si impegnava perché i vescovi di ogni località fossero d’accordo, perché niente fosse trascurato. Nulla era lasciato al caso”.

Svidercoschi fa due esempi. Il primo, il viaggio di Giovanni Paolo II in Nicaragua, tappa di un lungo cammino in America Centrale 1983. C’era il governo sandinista, e includeva anche due sacerdoti tra i ministri, Miguel d’Escoto (cui di recente Papa Francesco ha permesso di celebrare nuovamente l’Eucarestia) ed Ernesto Cardenal. Era una situazione di grave imbarazzo per la Chiesa, la Santa Sede aveva intimato ai sacerdoti al governo di dimettersi, ma non aveva avuto riscontro.

Ricorda Svidercoschi: “Padre Tucci fece sapere che il Papa era in imbarazzo, e che sarebbe stato meglio che il governo non lo salutasse all’arrivo. Ma il governo voleva esserci, così si escogitò che i capi sandinisti si sarebbero schierati sui lati, e il Papa avrebbe avuto una corsia libera per andare subito sul podio per il suo discorso, senza salutare nessuno. Ma non fu così, il Papa fu quasi spinto verso i membri del governo. Il Papa guardava padre Tucci, padre Tucci fece capire che gli accordi non erano questi, e lì avvenne la scena che tutti ricordano, di Giovanni Paolo II che ammonisce pubblicamente Cardenal”.

Il secondo esempio che fa Svidercoschi è quello del viaggio in Cile, nel 1987. Di quel viaggio, tutti ricordano Giovanni Paolo II affacciato al balcone con il dittatore Augusto Pinochet. Ma questo “non era stato previsto dal viaggio”, anche perché “era evidente la strumentalizzazione che si sarebbe fatta di quel gesto”, e “padre Tucci si adirò moltissimo per come il Papa era stato portato ad affacciarsi al balcone”.

In pratica – racconta Svidercoschi – era previsto che “Giovanni Paolo II salutasse Pinochet appena entrato alla Moneda, il palazzo presidenziale. Invece, Pinochet lo aspettò al primo piano. Così il Papa dovette salire. Nel frattempo, la piazza della Moneda era riempita di persone vicine al governo, persino familiari, che potevano entrare solo con un biglietto speciale. Su questo biglietto, mi è stato rivelato che era scritto sul retro: ‘Pedir la bendiciòn’, Chiedere la benedizione. Tutto era stato organizzato. Così, quando il Papa è salito al primo piano, sono state aperte le tende della finestra, e Pinochet mostrò al Papa, attraverso la vetrata aperta, le persone che attendevano il Papa. Pinochet disse al Papa: ‘Non li benedice?’ Il Papa allora andò sul balcone per benedirli, e Pinochet si fece ritrarre al suo fianco”. Per superare la strumentalizzazione, Tucci organizzò “velocemente un incontro con i leader dell’opposizione cilena”, per mostrare che “il Papa non prende nessuna parte politica”.

Sono queste le difficoltà che Gasbarri ha ereditato. Oltre a quelle emintemente pratiche. Come quando dovette organizzare il viaggio in treno da Napoli a Roma dei membri del volo papale, costretti da una improvvisa tempesta di neve a cambiare rotta di ritorno dal viaggio in India. O come quando organizzò il trasferimento dei membri del volo da Johannesburg a Maseru (Lesotho), dopo che il volo papale era dovuto atterrare sempre per problemi meteorologici.

Le stesse difficoltà che monsignor Rueda Beltz sarà chiamato ad affrontare. Lo farà in un mondo in cui la stessa organizzazione dei viaggi è resa più difficile “dal fatto che le Conferenze Episcopali fanno pressione anche attraverso i media, annunciando prima della Santa Sede le possibili tappe del viaggio”, spiega Svidercoschi. Che individua proprio nelle “pressioni e richieste locali la maggiore difficoltà da affrontare nell’organizzazione dei viaggi papali”.

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