Il Cardinal Pell: "La via della trasparenza, un cambio culturale"

Il Cardinal George Pell, Prefetto della Segreteria per l'Economia
Foto: Alexey Gotovskiy / CNA
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“Non si tratta di aderire agli standard anglo-sassoni. Si tratta di aderire agli standard internazionali. Quella che stiamo mettendo in atto è un cambio culturale”. Il Cardinal George Pell, prefetto della Segreteria per l’Economia, parla alla conferenza annuale del NAPA Institute. Una volta l’anno, i membri del NAPA – economisti, avvocati, esperti diocesani – si riuniscono a Roma per parlare di Chiesa e di economia. Provengono dal mondo statunitense, sono generalmente conservatives. E guardano con attenzione le riforme sul tema finanziario che stanno avendo luogo in Vaticano.

Il Cardinal Pell è una persona che ama parlare diretto. Gli dicono che nell’arcidiocesi di Chicago c’erano gli stessi problemi di cambio culturale, e gli dicono che per cambiare tutto si era anche proceduto a un robusto innesto di nuovi responsabili. Il Cardinal Pell dice che molti uomini sono cambiati, ma che forse si dovrebbe cambiare di più. Ma soprattutto va ai nodi di due vicende che hanno dominato la pubblicistica sulle finanze vaticane.

La prima, il cosiddetto scandalo IOR / Ambrosiano. Il Cardinal George Pell fa i nomi dell’arcivescovo Marcinkus, responsabile dello IOR, che poi finì i suoi giorni in Arkansas; di Roberto Calvi, il “banchiere di Dio”, che finì coinvolto nello scandalo che costò allo IOR la reputazione e molti milioni in un risarcimento volontario che non era tenuto a versare; e mette in luce che si parla anche di un coinvolgimento della massoneria in questi fatti, sottolineando che la massoneria italiana è molto diversa da quella che lui era abituato a conoscere in Australia.

Questo tema vale la pena di una digressione. Perché c’è stato un libro in Italia, passato quasi sotto silenzio, “Ambrosiano: il contro processo”, in cui vengono analizzate le carte del processo dello scandalo in cui fu lo IOR fu coinvolto nel processo della bancarotta del banco, il cui presidente, Roberto Calvi, fu trovato morto, appeso al ponte dei Blackfriars di Londra. E l’autore del libro, Mario Tedeschi – di certo non cattolico – arrivò alla conclusione, carte alla mano, che l’Istituto era stato solo un capro espiatorio, lo specchietto per le allodole usato dagli uomini del governo italiano e della Banca d’Italia per nascondere le proprie responsabilità – e relazioni pericolose – intrattenute con Roberto Calvi, presidente e dominus dell’Ambrosiano, che veniva chiamato il “banchiere di Dio” e in realtà finanziava i partiti della sinistra comunista e i ribelli sandinisti in Sudamerica. È una posizione di cui non si racconta mai nel dibattito pubblico. Il mito dello IOR come luogo di malaffare e illecito ha resistito fino ai giorni nostri.

 

Il Cardinal Pell tocca anche la questione Vatileaks 2, il secondo processo della saga “fuga di documenti riservati” che riprende in Vaticano il prossimo 6 aprile. E il Cardinale lascia una domanda sospesa: “Nessuno si chiede mai perché Nuzzi e gli altri abbiano pubblicato i documenti. Per fare soldi, è la risposta. Ma se i motivi fossero più profondi?”

La domanda resta aperta, ma va a toccare il cuore del problema. Perché il lavoro della Santa Sede in tema di trasparenza finanziaria è andato avanti in maniera continua sin dai tempi di Benedetto XVI. Un impegno che poi è proseguito con Papa Francesco.

Il Cardinal Pell racconta che le pubblicazioni di documenti sono “18 mesi indietro”, che intanto si sono fatti passi avanti nella gestione dell’economia. “Non c’era mai stato un bilancio preventivo all’inizio dell’anno finanziario. Si tratta di un controllo sulle spese. C’è da ricordare che Pio XI fece grandi investimenti, e anche molto buoni”, racconta il Cardinal Pell. Il quale poi quantifica in 19 i database presenti nella Santa Sede.

Era un membro della commissione dei 15 cardinali, che ora è stata rimpiazzata dal Consiglio dell’Economia, una novità. “Sono otto cardinali e sette laici, e per ognuno il voto vale la stessa. La COSEA ha raccomandato anche un revisore esterno di conti, e abbiamo scelto la Price WaterHouse. Poi, abbiamo anche un ufficio del Revisore Generale dei Conti vaticano”.

Sono i passaggi del cambio culturale, da inserire in un sistema che era passato, nel corso degli anni, da sistema finanziario domestico di un piccolo Stato – e per molti versi soggetto all’Italia – al sistema finanziario di uno Stato moderno, incluso nella comunità europea, il cui sistema economico è inserito nel circuito del Consiglio d’Europa e delle valutazioni del suo comitato MONEYVAL, sempre positive nel corso degli anni.

Tutti i conti sotto il controllo del Cardinal Pell, tranne - spiega - l’Autorità di Informazione Finanziaria, che fa attività di intelligence e vigilanza prudenziale. “Quello che facciamo è seguire gli international accounting standards”, spiega il Cardinale, difendendo il suo lavoro.

Un lavoro che serve alla Santa Sede. Perché la finanza non è il fine, ma un mezzo per portare avanti la sua missione. E a chi chiede come questo si adatti alla Chiesa povera per i poveri di Papa Francesco, il Cardinal Pell risponde con una battuta: “Io voglio una Chiesa per i poveri”.

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