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Il martirio del “cappellano di Solidarność” visto da un italiano

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Negli anni 70 in Italia il mercato dei settimanali era dominato da due riviste: L'espresso e Panorama, tutte e due lontane dalle istanze cattoliche nella società italiana. Per questo motivo un gruppo di dinamici giornalisti appartenenti a Comunione e Liberazione, movimento fondato da don Giussani, decise di creare una rivista che doveva riflettere sulle diverse tematiche (politica, società, cultura, religione) ispirandosi a una visione cattolica del mondo: così nel 1977 nacque il settimanale “Il Sabato”, anche se il primo numero fu pubblicato l’anno successivo, il 27 maggio 1978, qualche mese prima dell’elezione di Karol Wojtyła a Vescovo di Roma.

Tra il nuovo Papa e Comunione e Liberazione dall’inizio nacque un particolare legame, prima di tutto perché Giovanni Paolo II puntava proprio sui giovani e sui laici nella sua azione di rinnovamento della Chiesa. I membri di CL sostenevano attivamente le battaglie teologiche, culturali e sociali del Papa “polacco” econducevano anche varie battaglie per il rispetto dei diritti umani nel mondo. Tra l’altro pubblicavano interventi di dissidenti sovietici come Solženicyn e Sacharov, ma soprattutto sostenevano il sindacato polacco Solidarność. Le questioni polacche le seguiva particolarmente un
giovane redattore, Luigi Geninazzi: cominciò con i reportage sugli scioperi nei cantieri di Danzica nel 1980 e continuò per tantissimi anni (ha fatto 107 viaggi in Polonia), anche quando il Sabato chiuse nel 1993 e lui cominciò a scrivere per altre testate. Il suo onesto, competente e brillante lavoro giornalistico è stato apprezzato non soltanto in Italia ma anche in Polonia: Geninazzi ricevette la Croce di Grand'Ufficiale della Repubblica, uno dei più alti riconoscimenti polacchi per
un cittadino straniero.


Ho incontrato Geninazzi il 30 ottobre, nell’anniversario della scoperta nelle acque della Vistola del corpo di padre Jerzy Popiełuszko, ammazzato brutalmente dai servizi segreti comunisti. La nostra conversazione sulla storia della Polonia negli anni di grandi cambiamenti degli anni ottanta si è concentrata sulla figura di questo sacerdote-martire, già beatificato dalla Chiesa.

Cosa facevi nel 1978, quando il card. Wojtyła è stato eletto a Vescovo di Roma?

Quando è stato eletto Giovanni Paolo II io non lavoravo ancora come giornalista ma collaboravo a il Sabato. L’estate del 1980 quando è scoppiato lo sciopero nei cantieri navali di Danzica io stavo studiando tedesco a Vienna. Il Sabato non aveva nessuno per mandare in Polonia perché tutti erano in ferie, allora hanno chiesto a me di andare a Danzica per fare un servizio. All’inizio non volevo perché prima non avevo mai fatto il cronista ma la redazione insisteva, allora sono andato. E così grazie alla Polonia sono diventato giornalista: ero corrispondente da Varsavia prima per il Sabato e
dopo per l’Avvenire fino ai primi anni 90 (dopo mi hanno spostato a Mosca). Quindi la Polonia ha cambiato la mia vita e stare in Polonia è stata un’esperienza professionale, ma prima di tutto umana unica.

Viaggiavi spesso in Polonia?

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Avevo fatto tantissimi viaggi in Polonia: certi brevi, altri lunghi, che duravano settimane. Per questo il Paese di Giovanni Paolo II è diventato per me la seconda Patria. Sono fiero anche che dal presidente Wałęsa ho ricevuto il più alto riconoscimento che può ricevere uno straniero: la Croce di Grand'Ufficiale della Repubblica.

Nel tuo lavoro giornalistico quali erano i tuoi punti di riferimento in Polonia che non
conoscevi all’inizio?

Io avevo tanti contatti che mi venivano forniti dal Vaticano. Il primo che mi passava tante informazioni era mons. Bronisław Dąbrowski, il segretario dell’Episcopato. Ma per me era una fonte preziosissima di informazioni e sono convinto che lui aveva tanto a cuore la sorte del sindacato. Dopo c’era la gente di Solidarność, in modo particolare i consiglieri di Wałęsa.

In che modo sei riuscito a conoscere e conquistare la fiducia dei vertici del sindacato?

Quando per la prima volta sono andato a Danzica avevo un po’ paura per la situazione che era delicata. Perciò invece di andare all’albergo alloggiavo nella casa dei Pallottini. E per pura coincidenza nella stessa casa si trovavano i consiglieri di Wałęsa con cui ogni giorno facevo la prima colazione e cenavo. C’erano, tra gli altri, Mazowiecki, Cywiński, Wielowieyski e Gieremek. Tutta questa gente era ricercatissima da tutti i giornalisti stranieri, invece io li avevo a casa ed erano
per me una fonte unica di notizie che nessuno aveva. Per di più sono diventato il loro amico e
questa amicizia continuò negli anni successivi fino ad oggi.


Quando per la prima volta ha sentito parlare di padre Jerzy Popieluszko?

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Di padre Popiełuszo ho cominciato a sentir parlare alla fine del 1982, inizio 1983 perché si parlava di questo prete che nella parrocchia di san Stanislao Kostka faceva le Messe per la Patria. Per gli stranieri era una cosa strana e curiosa. E così quando stavo in Polonia l’ultima domenica del mese andavo a Żoliborz. All’inizio venivano solo i parrocchiani, dopo migliaia, decine di migliaia di persone da tutta la Polonia. Sono stato impressionato da questo giovane prete. La sua Messa durava
tanto, era una “epopea” con i canti e le poesie; una cosa bella e commovente. La gente non andava mai via. Mi ricordo un mio collega giornalista che non andava mai a Messa ma quando era in Polonia per forza doveva seguire le Messe di p. Jerzy e mi diceva che in vita sua non andava tanto alle Messe come in Polonia.


In quali circostanze vi siete incontrati personalmente e quali erano le tue impressioni?

Io gli ho chiesto un’intervista nell’estate del 1984, pochi mesi prima che lo ammazzassero. Una mattina sono andato alla parrocchia, lo aspettavo alla fine della Messa, poi mi sono presentato dicendo anche che siamo coetanei. Ma lui era molto sulle sue e rispondeva appena. Dopo ho capito che lui era già sotto grande pressione ed era interrogato dalla milizia e aveva avuto un colloquio difficile e duro con il Primate Glemp (questo l’ho saputo dopo). Quando ho spiegato che volevo
sapere cosa pensasse della situazione della Chiesa e della Polonia, lui mi ha risposto dicendo che era solo un prete e tutto quello che aveva da dire lo diceva nelle omelie. E ha aggiunto: “Vieni alla mia Messa”. Quando ho risposto che andavo regolarmente alle sue Messe, ha detto: “Fai molto bene, continua così” e mi ha salutato. Insomma non ho avuto la mia intervista ma padre Popiełuszko mi è rimasto nel cuore, specialmente dopo la sua morte.

Tu, da giornalista informato, ti aspettavi che il regime comunista decidesse di eliminare
questo sacerdote?

Non me lo aspettavo per niente, perciò sono stato scioccato da questo assassino, particolarmente dalla brutalità con la quale è stato ammazzato. Noi, giornalisti stranieri, vedevamo il regime comunista polacco come molto duro, come dimostrava lo stato di guerra, ma non tanto sanguinoso come altri regimi comunisti criminali che facevano ammazzare centinaia di migliaia di persone.
Jaruzelski era un dittatore comunista ma si rendeva conto che aveva contro il popolo perciò sapeva
dosare la forza per non scatenare la reazione della gente.

Allora non credi che sia lui il mandante dell’assassino di padre Popiełuszko?


Secondo me, no. Ovviamente l’ordine non è partito da Piotrowski o dal col. Pietruszka, ma da qualcuno più in alto, qualcuno che voleva lo scontro con la Chiesa e in questo modo ha messo Jaruzelski in oggettiva difficoltà.

Allora, secondo te, la morte di p. Jerzy era il risultato di uno scontro al vertice del regime?
Vorrei raccontare un fatto. Quando all’inizio del 1985 è cominciato a Toruń il processo contro gli assassini di padre Jerzy, io sono riuscito ad intervistare il ministro per il culto Adam Łopatka. In questa intervista lui si è fatto scappare questa frase: “E Popiełuszko, era un po’ una testa calda. Abbiamo fatto un grosso errore. Dovevamo metterlo in prigione così non l’avrebbero ammazzato”. Io ho scritto un articolo mettendo come titolo questa frase e quell’articolo è stato ripreso da tutta la stampa mondiale. Per quella intervista Łopatka è stato rimproverato da Jaruzelski ma rimane il fatto
che ha detto questo.


Il Sabato fu il primo giornale italiano a pubblicare la foto del corpo sfigurato di padre Jerzy
Popieluszko, barbaramente assassinato. Come siete riusciti ad averle?

Mi hanno portato queste fotografie dalla Polonia, qualcuno dagli ambienti di Żoliborz, ma non ricordo chi. Abbiamo discusso in redazione se pubblicarle o no, perché erano foto terribili. Alla fine le abbiamo pubblicate. Io vedendo quelle foto mi ricordavo il processo di Toruń e i racconti di Piotrowski che con il cinismo di un assassino raccontava i dettagli macabri delle torture inflitte a padre Popiełuszko.

Come i media in Italia hanno reagito all’ennesimo crimine del comunismo (non ci scordiamo
che in Italia ci sono tanti comunisti anche negli ambienti dei media e della cultura)?

L’assassinio di p. Popiełuszko è stato presentato dei media italiani come un’azione contro Jaruzelski. Anch’io scrivevo che probabilmente Jaruzelski non fosse mandante di questo crimine. Ma spiegavo anche che era un crimine contro la Chiesa polacca, prima di tutto, ma anche contro Solidarność e il popolo polacco. E di questo tanta stampa non parlava.

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Non era un segreto che i giornalisti de Il Sabato erano in contatto con Giovanni Paolo II. Hai
avuto la possibilità di parlare con il Papa di p. Popiełuszko?


E’ vero che avevamo dei contatti con il Papa ma più spesso eravamo in contatto con il suo segretario, don Stanislao. Io ho avuto l’occasione di parlare personalmente con il Papa tre volte: si è parlato della Polonia ma non di p. Jerzy. Particolarmente lungo era il colloquio dopo il suo secondo viaggio in Polonia nel 1983.


Sei andato sulla tomba del beato Popieluszko?

Si, sono andato subito nel 1984 e ci vado ogni volta quando sono a Varsavia. Alla mia età i ricordi sono importanti. Ogni volto quando vado a pregare sulla sua semplice tomba mi prende l’emozione perché non posso non ricordare quando stavo lì vicino a lui mentre usciva dalla chiesa. Non pensavo allora che sarebbe stato ammazzato e che sarebbe stato beatificato. Io ho visto una misteriosa coincidenza tra la tragedia di Smoleńsk e la beatificazione di p. Popiełuszko due mesi più tardi. Dopo la morte del presidente Kaczyński e di tante personalità polacche la società era scossa e
divisa e la beatificazione di p. Jerzy era un gesto di una grande riconciliazione. Adesso io soffro vedendo la Polonia di nuovo divisa e questa divisione, direi addirittura la spaccatura, va al di là del confronto e della dialettica politica. Soffro ancora di più perché mi rendo conto che la spaccatura riguarda le persone che vengono da Solidarność. Allora, mi auguro e spero vivamente che la canonizzazione di p. Popiełuszko possa di nuovo contribuire alla riconciliazione della nazione
polacca, perché p. Jerzy non è un martire di una parte o di un'altra. P. Popiełuszko, santo, possa
essere patrono della Polonia riconciliata.

L’intervista in polacco è stata pubblicata sul settimanale “Niedziela”