Il nuovo presidente AIART: “Promuovere una comunicazione efficace, oltre le ideologie”

Massimiliano Padula, nuovo presidente dell'AIART
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“Esiste un’azione strutturata che usa gli spazi mediali come luoghi per promuovere ideologie discutibili e rivendicazioni legislative”. Parola del nuovo presidente dell’AIART, Massimiliano Padula. Giovane (classe 1978), professore alla Lateranense, all’Auxilium e al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimoni e famiglia, con un passato da giornalista e responsabile di uffici stampa, Padula racconta ad ACI Stampa cosa è l’AIART, quale è l’impatto che può avere oggi che il mezzo di riferimento non è più la televisione. Ma anche di comunicazione cattolica e comunicazione tout court. Fino ad analizzare il flusso informativo che ha contornato ed è seguito al Family Day.

Non si sente molto parlare dell’AIART. Cosa è l’AIART? E perché l’AIART può essere importante oggi?

L’Associazione nasce nel 1954 come costola dell’Azione Cattolica. Proprio in quell’anno iniziavano in Italia le trasmissioni televisive e si pensò ad uno strumento che garantisse al telespettatore la fruizione di programmi moralmente apprezzabili. Il fondatore e primo presidente fu Luigi Gedda, una delle più straordinarie figure del cattolicesimo del Novecento. Credo che la definizione migliore dell’Associazione l’abbia data Giovanni Paolo II nella lettera del 10 novembre 2004 all’allora Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Ruini in occasione del 50° anniversario di fondazione: “Le ragioni che motivarono la nascita dell’Aiart – scriveva il Papa polacco - sono oggi ancor valide, e anzi, nella nostra società mediatica, occorre maggior incisività e coraggio per coltivare il gusto del bello accompagnandolo con la sensibilità per il bene e per il vero. È indispensabile aiutare gli utenti, particolarmente le famiglie, a un uso maturo del mezzo televisivo per saper discernere con equilibrio e saggezza le trasmissioni che sono in sintonia con la visione cristiana del mondo e dell’uomo”.

Queste parole che ancora oggi rappresentano per l’Aiart una bussola preziosa, rispondono all’esigenza di un’azione integrata e partecipata. Va valorizzato l’impegno di tutti gli iscritti che in questi anni si sono spesi nell’associazione e hanno contribuito a renderla un punto di riferimento a livello culturale e formativo. Tuttavia credo che l’Aiart da sola ha poche chance di riuscire nell’impresa titanica di formare ad un uso sapientemente critico dei media digitali e non. Per questo vanno individuate sinergie e collaborare, dunque, non limitandosi a “gareggiare nello stimarsi a vicenda” ma valorizzando l’esistente e renderlo per così dire “contagioso”.

 Quali i temi che i comunicatori cattolici dovrebbero sviluppare di più in questa particolare situazione?

Una delle finalità della nostra Associazione è quella di “contribuire a creare il rispetto da parte dei media della persona umana, della sua dignità e dei valori civili, umani e religiosi, tramite la tutela della correttezza, completezza e veridicità dell’informazione”. E siccome i media non sono soggetti autonomi capaci di scelte ma proiezioni (da pro-iectum, ovvero progetto) dell’uomo e dei suoi bisogni, delle sue gioie e delle sue criticità, credo sia necessario insistere sulla persona mediale, formarla al buono e al bello, all’autentico e al vero. Sono questi i presupposti individuali che fanno di un comunicatore un buon comunicatore, indipendentemente dalla sua fede religiosa.

L’AIART riunisce “telespettatori”, ma ormai il panorama dei media si è molto allargato. Pensate di definire anche l’audience dei siti online? E in che modo monitorarli? Come intervenire?

Il mio predecessore Luca Borgomeo ha più volte sostenuto nei suoi anni di presidenza la limitatezza dell’idea di “telespettatore” alla luce dello scenario mediale totalmente trasformato. Dopo più di sessanta anni le prospettive della visione sono mutate ed è necessario che l’Aiart allarghi il raggio d’azione considerandosi al servizio dell’utente mediale tout court. Si tratta di un utente che non è soltanto “spettatore” ma anche creatore e rimodulatore di contenuti. Monitorare il web non è un’operazione semplice. Per questo motivo il richiamo all’educazione dell’individuo in quanto medium responsabile appare sempre più imprescindibile.

Il dibattito oggi, molto forte, è se ci possa essere una comunicazione cattolica, o se invece il mondo cattolico debba comunque stare con il mondo secolare, e adattarne i criteri. Può esistere una comunicazione davvero cattolica? E in che modo si può esplicitare?

A proposito del legame tra cristianesimo e contemporaneità cito la “metafora dell’elastico” del sociologo Belardinelli. Secondo lo studioso la tradizione cristiana è certamente aperta ma non relativista, attenta all’autonomia individuale ma anche ai legami sociali, capace di valorizzare le novità senza essere indifferente né ostile alla tradizione. Anche la comunicazione cattolica deve sapersi relazionare con ciò che è “altro” senza perdere la consapevolezza di sé. Deve cioè essere capace di dare all’elastico quella straordinaria flessibilità che la rende prossima e misericordiosa.

Quale è l’immagine televisiva di Papa Francesco? In che modo viene definita? Quale linguaggio specifico?

Non a caso nella precedente risposta ho usato due concetti cari a Papa Francesco: prossimità e misericordia. Papa Francesco non è un comunicatore pianificato, istituzionale o costruito. Egli comunica col cuore. È egli stesso il medium. E questo si evince da uno dei passaggi, a mio parere più illuminanti, del Messaggio per la prossima Giornata mondiale per le comunicazioni sociali: “Non è la tecnologia che determina se la comunicazione è autentica o meno, ma il cuore dell’uomo e la sua capacità di usare bene i mezzi a sua disposizione”. Da qui scaturisce e si fa concreta la matrice umanizzata dei media che altro non sono che il traslato umano tradotto in dispositivi o ambienti tecnologici.

Nell’ambito delle manifestazioni del family day, si è assistito anche a una vera contro-programmazione comunicativa sull’evento, sa sulla stampa, che sulla tv, che sulle reti sociali. Esiste la volontà di passare alcuni tipi di valori, specialmente gender oriented, all’interno dei media? E se sì, in che modo questa volontà viene concretamente messa in atto?

La risposta è si. Esiste un’azione strutturata che usa gli spazi mediali come luoghi per promuovere ideologie discutibili e rivendicazioni legislative. Del resto il mondo della comunicazione ha sempre avuto una doppia polarità. Esclusi i regimi totalitaristici, un mondo aperto deve sempre avere una comunicazione ed una controcomunicazione. Nel caso specifico, l’aspetto più complesso è che l’offensiva mediatica su questi temi è plurale: riguarda sia il servizio pubblico che i media privati. Sarebbe assurdo impedire queste presenze o censurarle pregiudizialmente con linguaggi contrappositivi ed esclusivamente critici. L’Aiart, accanto al suo ruolo storico di sentinella e tutela delle sensibilità degli spettatori, dovrà porsi come una realtà educativa che miri alla formazione integrale della persone, allo sviluppo di un senso critico e decodificante. Nell’universo comunicativo contemporaneo dove tutto è disponibile e sfuggente, l’educazione mediale resta, dunque, la strada principale da battere. Lavoreremo in questa direzione strutturando percorsi di rieducazione alla visione nei termini di una formazione permanente che coinvolgerà non soltanto i soci dell’Associazione, ma tutti quegli interlocutori con cui Aiart è in contatto: le famiglie, la scuola, le comunità ecclesiali, gli educatori, l’università. Chiudo questa intervista sottolineando che questo mio incarico (meramente volontaristico) scaturisce da una passione profonda per lo studio, la ricerca e riflessione dei processi comunicativi. Se l’ho accettato l’ho fatto anche pensando soprattutto a mio figlio di 3 anni. Mi piacerebbe che crescendo abbia la possibilità di trovare opportunità di conoscenza e di visione critica capaci di guardare la realtà oltre il display.

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