Il Papa in Colombia, incontro per la Riconciliazione. “L’odio non ha l’ultima parola”

Papa Francesco assiste allo spettacolo che inizia il Grande Incontro per la Riconciliazione Nazionale, Villavicencio, 8 settembre 2017
Foto: Alvaro de Juana / ACI Group
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Giustiza, pace, verità e misericordia: sono i quattro pilastri da cui ripartire per una vera riconciliazione nazionale. Quattro pilastri rappresentati da quattro testimonianze, nel Parque Las Malocas a Villavicencio, dove Papa Francesco arriva in serata, dopo il pranzo, un momento di riposo, e la benedizione della statua della Virgen de Chirajara e dei circa 140 sacerdoti della diocesi, che saluta uno ad uno. È in quel parco, in una struttura che può ospitare fino a 6 mila persone, che avviene il Grande Incontro per la Riconciliazione Nazionale a Villavicencio.

È l’incontro che conclude la giornata, dedicata al tema “Riconciliarci con i Colombiani, con Dio, con la natura”. E il parco, che si trova nella zona est di Villavicencio ed è molto frequentato dai turisti, permette di familiarizzare con gli ambienti degli llanos, le pianure che si estendono nel Nord della Colombia e del Venezuela, attraversate dal fiume Orinoco. Attraverso quelli llanes è stata portata la Croce della Riconciliazione, che è situata nel Parque de Los Fundadores, il più grande parco di Villavicencio dove Papa Francesco si trasferisce al termine della cerimonia, per una ultima preghiera.

Tra due parchi, tra il crocifisso di Boyajà – un Cristo scuro e mutilato di braccia e gambe da una bomba gettata dai guerriglieri nella chiesa del villaggio il 2 maggio 2002 – e quello della Riconciliazione ha così luogo l’ultimo atto della lunga giornata del Papa, cominciata con una Messa e due beatificazioni importanti: il “Cura di Armero” e il vescovo Jaramillo, due sacerdoti che mai hanno fatto politica e che pure sono stati uccisi per ragioni politiche.

Si comincia, dunque, con quattro testimonianze, ognuna seguita dall’accensione e dalla deposizione di una candela ai piedi del crocifisso, segno di quello che è stato, ma anche simbolo di un equilibrio che è sempre fragile, come lo sono tutte le paci appena raggiunte.

Deisy Sanchez Rey, reclutata a 16 anni per l’Autodifesa Armata della Colombia, incarcerata per due anni, costretta a rientrare nelle file del gruppo e poi finalmente fuori quando si smobilitò l’unità cui apparteneva. È lei che parla del tema della Giustizia. Racconta di non essersi mai allontanata dalla fede, di aver compreso di essere stata lei stessa vittima, di aver deciso di impegnarsi nella società e per questo ha studiato sociologia con l’intenzione di aiutare l’inclusione professionale di giovani vulnerabili.

Pastora Mira Garcia dà la testimonianza della pace. Ha sofferto molto: il padre ucciso dalla guerriglia, il marito anche quando sua figlia aveva solo due mesi, poi la stessa figlia è stata rapita e ne ritrovò il cadavere solo sette anni dopo, e quindi anche il figlio minore è stato ucciso. È sempre stata credente, e questa sofferenza l’ha portata ad aiutare le famiglie delle vittime, già un anno prima la morte del figlio. Una storia straziante, perché tre giorni dopo averlo sepolto, ospitò un giovane che, vedendo le foto del figlio, le confessò di essere uno dei suoi assassini. Depone ai piedi della croce la camicia che la figlia Sandra Paola aveva regalato a Jorge Anibal.

La verità è testimoniata da Juan Carlos Murcia Perdomo, un ex guerrigliero FARC, che ha avuto una rivoluzione di coscienza, è uscito dalla lotta armata e ha creato una fondazione, Fundrras, che oggi raccoglie settanta giovani, i quali vengono aiutati a non essere reclutati dalla lotta armata.

La misericordia è raccontata da Luz Dary Landazury, cui una bomba ha quasi l’amputazione della gamba sinistra e decine di ferite nel corpo provocata dalla schegge, ferendo anche la figlia Luz Ariana. Ma ora la figlia sta bene, e lei sta recuperando – spiega – e pone ai piedi del crocifisso la unica stampella che le è rimasta dopo l’attentato, perché l’altra l’ha donata a una persona che ne aveva bisogno. Racconta che dopo lo scoppio della bomba “sentiva rabbia e rancore” fino a scoprire che “se mi fossi limitata a trasmettere questo odio, avrei creato altra violenza”, e così ha capito che la sua esperienza poteva essere utile ad altre vittime e ha cominciato a visitarle e aiutarle.

Il Papa ascolta queste testimonianze, invita tutti a darsi un abbraccio di pace. Poi, prende la parola. Ricorda che ci si è riuniti in un terreno "reso sacro dal sangue di migliaia di vittime innocenti", “ai piedi del crocifisso di Bojayà, che il 2 maggio 2002 assistette e patì il massacro di decine di persone rifugiate nella sua chiesa”. Una immagine dal “forte valore storico e spirituale”, perché il Cristo mutilato ci “interpella” e ci mostra “che è venuto a soffrire per il suo popolo e con il suo popolo e a insegnarci che l’odio non ha l’ultima parola”, e che “l’amore è più forte della morte e della violenza”.

Poi si rivolge a quanti hanno reso testimonianza, ricordando il salmo 85 (“Giustizia e pace si baceranno...”) letto all’inizio della cerimonia, ringrazia Dio per quelli che hanno inflitto dolore e chiedono perdono, per quelli che lo hanno subito e perdonano, un qualcosa che è possibile solo con la presenza di Dio.

Plaude a Pastora Mira, che vuole mettere tutto il dolore suo e di migliaia di vittime ai piedi di Gesù Crocifisso, perché sia trasformato in capacità di perdono e fermare la catena della violenza. “Hai ragione, dobbiamo spezzare questa catena, che appare ineluttabile, e ciò è possibile soltanto con il perdono e la riconciliazione”.

Si rivolge poi a Luz Dary, che ha testimoniato come “le ferite del cuore sono più difficili e profonde da sanare di quelle del corpo”, e che però si è resa conto che “non si può vivere nel rancore, che l’amore libera e costruisce”. Per questo, è “uscita da se stessa”, aiutando le altre vittime, e questo “l’ha arricchita, aiutata ad andare avanti”.

Il Papa quindi ringrazia Deisy e Juan Carlos per aver, con la loro testimonianza, fatto comprendere che “tutti, in un modo o nell’altro, siamo vittime, innocenti o colpevoli”, ma tutti accomunati “da questa perdita di umanità che la violenza e la morte comportano”.

Le quattro testimonianze rappresentano anche storie di conversione. Il Papa lo sa, e sa anche quanto l’accordo di pace sia stato mal ricevuto anche perché c’è scarsa fiducia che quanti hanno usato violenza davvero hanno deciso una via di pace. Papa Francesco ricorda così che “è difficile accettare il cambiamento di quanti si sono appellati alla violenza crudele per promuovere i loro fini”, ed è una sfida “avere fiducia che possano fare un passo avanti”, anche perché “è chiaro che in un grande Paese come la Colombia, c’è ancora spazio per la zizzania”.

Papa Francesco esorta: “Fate attenzione ai frutti: abbiate cura del grano e non perdete la pace a causa della zizzania”. In fondo – aggiunge – “anche quando perdurano conflitti, violenza o sentimenti di vendetta, non impediamo che la giustizia e la misericordia si incontrino in un abbraccio che assuma la storia di dolore della Colombia”.

Per risanare il dolore, e aiutare i perpetuatori del male a riparare alle loro colpe, ci vuole un percorso lungo, con il quale si deve accettare “la verità”, perché questa “è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia”, che, “unite, sono essenziali e costruire la pace”, e tutte insieme aiutano ad evitare la vendetta.

“La verità – dice il Papa – non deve, di fatto, condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono. Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi”.

Il Papa conclude con l’invito alla Colombia ad aprire il suo cuore di popolo di Dio e a lasciarsi riconciliare, senza temere “né verità né giustizia”, né avere timore di superare le inimicizie, perché “è ora di sanare ferite, gettare ponti, limare differenze”, e di “spegnere gli odi, rinunciare alle vendette e aprirsi alla convivenza basata sulla giustizia, sulla verità e sulla creazione di una autentica cultura dell’incontro fraterno”.

Il Papa recita una preghiera scritta per il Cristo nero di Bojarà, e poi conclude con la preghiera di San Francesco per la pace. 

Dopo il ringraziamento finale, il Papa va al Parque de Los Fundadores, di fronte la Croce della Riconciliazione, collocata all’interno del parco accanto al monumento dei fondatori. Sul piedistallo della croce c’è una targa che riporta il numero delle vittime dei sequestri uccisioni e mine antiuomo del conflitto armato (sono più di 472 mila). E lì davanti il Papa sosta per un minuto in preghiera silenziosa, insieme al presidente della Repubblica Manuel Santos, e circondato da 400 bambini e un gruppo di indigeni. Prima di andare, il Papa pianta un albero. È quello il segno che si spera la nascita di una nuova vita per la Colombia.

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