Il Papa in Georgia affronterà anche la questione Ossezia del Sud?

indicazioni dell'Ossezia del Sud
Foto: picserver.org
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Non ci saranno proclami politici, per una visita che già si preannuncia ecclesialmente delicata. Ma di certo il mondo georgiano avrebbe voluto che Papa Francesco – a Tbilisi il 30 e 31 ottobre – affrontasse la questione, o perlomeno andasse verso il confine, e lo guardasse, un po' come ha guardato il confine tra Turchia e Armenia volgendo lo sguardo verso l'Ararat. Perlomeno perché la questione dell’Ossezia del Sud è una ferita aperta, che rischia di non rimarginarsi più quando ci sarà il referendum per l’indipendenza della regione.

Vista da lontano, sembra la solita crisi tra i territori della ex sterminata Unione Sovietica. Oggetto di un conflitto nel 2008, quando le truppe georgiane invasero la Regione, l’Ossezia del Sud, insieme all’Abkhazia, furono create repubbliche autonome, sotto la diretta influenza di Mosca. E Mosca questa influenza non la vuole perdere.

La politica estera del Cremlino guarda, in questo senso, più ad Est che ad Ovest, nel tentativo di ridare una compattezza territoriale a quello che prima era sterminato territorio russo. Ed effettivamente la creazione di Repubbliche indipendenti in territori in situazioni di conflitto è una delle metodologia utilizzate anche nel conflitto ucraino.

La piena integrazione del’Ossezia meridionale nel territorio russo è stata sancita da un trattato dello scorso anno, simile a quello che il Cremlino aveva sottoscritto con l’Abkhazia. Vale a dire che l’Ossezia del Sud sarebbe stata incorporata militarmente ed economicamente dalla Russia. Un trattato “distruttivo” della sovranità e l’integrità territoriale della Georgia, aveva denunciato il presidente georgiano Giorgi Margvelashvili.

L’Ossezia del Sud in realtà è formalmente indipendente dal 1991, ma il suo status non è riconosciuto dal governo internazionale. L’attacco georgiano del 2008 ha rappresentato per la regione anche l’occasione di staccarsi da Tbilisi. La via definitiva per entrare nella Federazione Russa come repubblica indipendente sarà data dal referendum popolare, rinviato però al 2017.

C’è, dietro questa voglia di indipendenza, anche una questione ecclesiale. La Chiesa ortodossa di Ossezia dipende dal Patriarcato di Mosca, e non dalla Chiesa autocefala georgiana, che è pure quella più ostica quando si tratta di parlare di rapporti con Roma. E sebbene ora i rapporti tra Chiesa ortodossa russa e georgiana siano buoni e si direbbe quasi di sudditanza, questa linea rossa che divide i territori resta viva e presente. Una linea rossa che è data anche dall’utilizzo della lingua: il georgiano, con il suo alfabeto peculiare e fratello di quello armeno, e il russo, usato in Ossezia del Sud e nella Chiesa ortodossa di là.

E poi c’è il problema culturale. Le radici ossetine – sostiene la Georgia – sono al Nord, non nel territorio a Sud, che è da sempre georgiano. La situazione creò un conflitto, che portò ad una tregua instabile fino alla crisi del 2008, con la guerra tra Georgia e Russia di appena 5 giorni, che portò al riconoscimento dell’Ossezia del Sud da parte della Federazione Russa. Insieme alla Russia, il nuovo Stato è stato riconosciuto solo da Venezuela, Nicaragua, e isole Tuvalu e Nauru.

Ora, si punta tutto sul referendum. Che però non risolverà tutti gli enigmi. L’Ossezia del Sud, infatti, entrerà nella Federazione Russa come Stato a sé o si unirà con l’Ossezia del Nord? La Federazione Russa non ha nemmeno formalmente garantito di accettare di includere il piccolo Stato nella Federazione, perché questo potrebbe creare qualche problema. Ci sono altri piccoli Stati che mirano ad essere annessi alla grande Federazione Russa, per questioni di convenienza anche economica. Ma la Russia non può accogliere tutti, anche per il rischio di nuove sanzioni internazionali, nonché per i molti fronti aperti nel Caucaso: Cecenia, Inguscezia, Ossezia del Nord.

La Georgia, da parte sua, lavora per mantenere la sua integrità territoriale e l’indipendenza da Mosca. È un processo di costruzione dello Stato che ancora deve vedere una fine. Papa Francesco capiterà in questa situazione. Eviterà accuratamente di farsi strumentalizzare.

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