Il pomeriggio della fede nella storia. Conversazioni dal Ratzinger Schuelerkreis

Una foto di Benedetto XVI in uscita da uno degli incontri dello Schuelerkreis a Castel Gandolfo
Foto: CC
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La fede nel mondo occidentale? È nell’ora del pomeriggio, quella del riposo, della prima stanchezza. Ma può essere rivitalizzata con la ricerca di Dio, basata prima di tutto sull’esperienza dell’amore. Monsignor Tomas Halik, ceco, che ha vissuto la fede sotto il regime comunista, ha detto questo al Ratzinger Schuelerkreis, il Circolo di ex allievi di Benedetto XVI che si riunisce ogni anno dal 1978. Il tema di quest’anno era: “Come parlare di Dio oggi.” E c’è da scommettere che il dibattito sarà stato vivo.

Come è sempre vivo, in fondo, in quella che Benedetto XVI volle costituire una “famiglia teologica.” Ogni anno, questa famiglia presenta al Papa emerito un gruppo di tre temi possibili, con possibili relatori. Quest’anno, il tema prescelto è stato “Parlare di Dio oggi.” Mons. Halik, che ha vinto anche il prestigioso premio Templeton lo scorso anno, è stato scelto per tenere la relazione. Ha tenuto due discorsi, di circa un’ora, sul tema del “Parlare di Dio e il Silenzio di Dio” e sull’ “Amore di Dio”. Poi, si è dato il via alla discussione, che resta ovviamente riservata. Aci Stampa ha avuto la possibilità di leggere i testi degli interventi di Mons. Halik.

Il quale ha svolto tutta il suo lavoro teologico di una vita alla ricerca di un dialogo con i non credenti. E per questo nelle sue parole arrivano echi di quel lavoro, incessante, del parlare di Dio in un Paese in cui il 70 per cento della popolazione si proclama atea. Ma il punto, per monsignor Halik, non è quello di proclamarsi credente. È quello di vivere la fede.

Il problema – spiega in una delle sue conferenze – è “se io, esistenzialmente un credente o un non credente, sono aperto a Dio e al suo amore, o sono invece intrappolato in un perverso amor proprio. Non è decisivo quello che penso circa l’esistenza di Dio, ma se voglio che Dio sia nel mio cuore.”

Parole nelle quali si scopre il pensiero di Benedetto XVI, che più volte ha sottolineato che ci sono agnostici che “gli agnostici alla ricerca della verità aiutano i credenti a liberarsi dalle false certezze.”

Ma qual è lo stato della fede del mondo? Mons. Halik parte dal suo contrario, sottolinea che non ci si deve concentrare solo su come parlare di Dio, ma anche su come tacere di Dio oggi.

Si chiede, mons. Halik, se “siamo ancora agli inizi della storia cristiana, come hanno sostenuto Teilhard de Chardin o il Cardinal Lustiger?” O invece “il cristianesimo è in punto di morte, come pensava Voltaire o gli autori del nuovo ateismo?” La risposta di Mons. Halik è diversa: “Il Cristianesimo in Europa vive una fase di stanchezza a metà giornata. Se vogliamo dirlo così: ‘Non è morto. Dorme solo’.”

Mons. Halik sottolinea che la salvezza non si trova né a destra, né a sinistra, ma guardando in profondità nella fede. Mette in luce che in fondo molti dei dibattiti attuali sulle riforme della Chiesa sono quasi inutili se ridotti al dettaglio tecnico, perché – spiega – “le riforme strutturali non servono a niente senza un approfondimento spirituale e una ricerca di linguaggio per parlare a chi cerca Dio nel nostro tempo.” E dunque invita ad “accompagnare i cercatori di Dio,” quasi un riverbero di quella “teologia del catecumenato” che padre Stephan Horn, segretario dello Schuelerkreis e già collaboratore del Professor Ratzinger, ha indicato ad Aci Stampa come uno degli approcci di Benedetto XVI.

Spiega Mons. Halik che la fede e il dubbio sono “entrambe dentro l’uomo,” non sono contrapposte, e in fondo gli stessi teologi sono “dubbiosi di professione.” E individua, con ottimismo, nella crisi della fede odierna “il Venerdì Santo necessario per arrivare alla Pasqua.” Questo Venerdì santo presenta il Dio nascosto, il mistero del Dio che abbandona, come testimonia la domanda di Gesù sulla croce. Ed nel mondo moderno, questo venerdì santo è “l’esperienza dell’assenza di Dio dalla cultura.”

La risposta a tutto, per mons. Halik, è l’amore, che è “l’altare del Dio sconosciuto. “A Dio interessa meno la nostra fede e più il nostro amore.” È l’amore che è “la sete di Dio che ci avvicina a Dio” e ci fa fare la domanda: ‘Vogliamo che Dio ci sia nella nostra vita’?

C’è anche qui un passaggio per la croce, perché “per scoprire la presenza divina di Dio” c’è anche la necessità di “sentire di prima mano la distanza da Dio,” perché “senza questa esperienza, frutto di anni duri, potremmo confondere facilmente il Dio della fede cristiana con qualunque idolo tra quelli banali” di cui si riempiono la bocca “i rivenditori religiosi.”

La cultura occidentale moderna sta appunto vivendo “l’esperienza della distanza di Dio,” sottolinea mons. Halik. Perché la cultura occidentale moderna è “fuggita dal potere della religiosità tradizionale e di un Dio onnipresente senza dare altri argomenti.” Insomma, ci sono ancora le domande, ma non vengono date risposte.

Anche per i credenti. Ed ecco allora che quando un credente fa l’esperienza “dell’oscurità radicale e la lontananza di Dio”, allora si collega all’esperienza degli atei. Afferma mons. Halik: “Abbiamo una e la stessa esperienza, ma la interpretiamo in modo diverso.”

È, per il teologo ceco, un problema di pazienza, perché in fondo gli atei “non hanno pazienza quando interpretano il silenzio di Dio come prova della morte di Dio.” Ma sono impazienti anche coloro, religiosi, che non ascoltano il silenzio di Dio, perché continuamente ripetono le loro formule, i loro canti, riempiendo il silenzio.

“Una fede matura – afferma - può aspettare pazientemente,” e questa attesa “non è una passività pigra, ma l’espressione di speranza, e la convinzione in quello che non vediamo.” È soprattutto – aggiunge – “espressione di amore, perché l’amore maturo è paziente e sopporta tutte le cose.”

L’ascolto è fondamentale, perché “la vita umana è posta in questo movimento di amore molto prima di quanto non riesca a pronunciare la parola ‘Dio,’ ed è solo dall’esperienza dell’amore che si apre uno spazio, perché “come dice la prima lettera di Giovanni, ‘ Chi non ama non ha conosciuto Dio?’.”

“Amare Dio e sperimentare il suo amore significa, secondo me, dire un permanente, maturo e fedele sì alla vita.” Dio è “la fonte segreta di meraviglia continua.”

“Amare Dio significa sentire una profonda gratitudine per il miracolo della vita e per testimoniare questa gratitudine con la sua vita; per affermare il suo destino, anche quando esso non è conforme alle proprie progetti e aspettative. Amare Dio significa incontrarlo con pazienza, stando attenti ai messaggi divini, anche se non ne riesco a comprendere a sufficienza il significato. Amare Dio significa avere fiducia che mi anche i momenti più complessi e più scuri rivelano il loro significato, così sarò in grado di dire di loro: "Che è stato Dio? Il Bene - di nuovo "!

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