Il Presepe e Napoli, un binomio inscindibile che segna la storia dell'arte

La storia di due secoli, il seicento e il settecento, e la scuola del presepe con i suoi simboli e significati

Un presepe in stile "napoletano" nella Cappella Sistina in Vaticano
Foto: AA
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“Te piace ‘o Presepio?”: chi di noi non ha in mente la famosa domanda-litania che Luca Cupiello          - nell’opera teatrale di Eduardo De Filippo “Natale in casa Cupiello” - rivolge al figlio Nennillo?   

Il Presepe e Napoli, due “realtà” difficilmente divisibili. Lo dice la storia del Presepe (o Presepio, si trova anche questo termine nell’Enciclopedia Treccani) che da quello di Greccio - realizzato da San Francesco d’Assisi - ha visto un’evoluzione del tutto particolare.

Ripercorriamo, allora, le tappe più importanti della storia del cosiddetto “presepe napoletano”: due secoli, in particolare, segnano il cammino artistico di questa antichissima tradizione. Sono il Seicento e il Settecento.

Il Seicento vede nascere lo scenario che un po’ tutti abbiamo in mente: la teatralità scenografica, le quinte dei palazzi, i personaggi del popolo animano lo spazio scenico.  Tutto questo viene arricchito dalla tendenza a mescolare il sacro con il profano, a rappresentare la quotidianità della città partenopea che animava piazzette, vie e vicoli. Apparvero nel presepe statue di personaggi del popolo come i nani,  i mendicanti, i tavernari, gli osti, i ciabattini. Siamo davanti a un’umanità di umili e ultimi della società: le persone tra le quali Gesù nasce. Quello che colpisce di più - in tutto questo pullulare di statuette - è il vestiario, o meglio i costumi che indossano: stoffe, dovizie di particolari, cuciture ben rifinite. Il tutto richiama la moda del ‘600. Particolarmente significativa fu l'aggiunta dei resti di templi greci e romani per sottolineare il trionfo del cristianesimo sorto sulle rovine del paganesimo, secondo un'iconografia già conosciuta nella pittura dell’epoca.

Ma c’è una particolarità che - forse - non tutti conoscono: ogni statuetta nasconde un ben preciso significato. Troviamo, ad esempio, il trasognante personaggio di Benino o Benito, rappresentazione simbolica dei “pastori dormienti” dell’annuncio. Poi, ecco vicino a lui, comparire il vinaio: espressione del vino e del pane eucaristico. In questo variopinto popolo, c’è anche spazio per il pescatore, ossia il “pescatore di anime”. Compare anche la statuetta di una tale Stefania, giovane vergine che, nato il Redentore, si incammina verso la Natività per adorare Gesù Bambino. Accanto a lei, di contraltare, troviamo il personaggio della meretrice, simbolo erotico per eccellenza, contrapposto alla purezza della Vergine. Una mescolanza, dunque, di segni cristiani e pagani che trovano - forse - la massima espressione del personaggio di Ciccibacco. Nome strano, personaggio alquanto stravagante. E’ alla guida di un carretto trainato da due buoi. Il carretto è carico di botti di vino: è il dio pagano Bacco. Molte volte viene circondato da alcuni zampognari e suonatori di flauto che richiamano - a loro volta - i riti dionisiaci in cui ci si abbandonava all’ebrezza, all’eccesso. Ma cosa vuole dirci questo personaggio? Quale messaggio cristiano vuole insegnarci? Ciccibacco ricordava quanto sia sottile il confine tra sacro e profano, così quello  tra il bene e il male.

Il Settecento segna altro passaggio fondamentale per la storia del presepe napoletano: è l’epoca dello sviluppo ancor più “popolare”. Perché? Le statuette che fino adesso avevano animato soprattutto le chiese della città, cominciarono a fare il loro ingresso nelle case nobili partenopee. E’ il della “gara” fra le varie famiglie ad avere il presepe più bello. In quest’epoca così fiorente (sotto l’aspetto culturale e sociale) per la città partenopea, entra in gioco - o meglio, visto l’argomento, “in scena” - uno dei più grandi scultori napoletani: Giuseppe Sanmartino (1720-1793). Sarà lui a definire - ancor meglio - le statuette in terracotta del presepe. Spontaneità, veridicità le sue cifre stilistiche. Un approfondimento psicologico (visibile nei dettagli dei volti) che fa rimanere a “bocca aperta” chiunque. Dobbiamo, infatti, ricordare che Sanmartino è lo stesso scultore del Cristo Velato, conservato nella Cappella Sansevero di Napoli (1753), uno dei capolavori della scultura partenopea del  XVIII secolo per gli impressionanti dettagli dell’anatomia umana e per lo splendido panneggio.

Seicento e Settecento, i secoli d’oro dell’arte presepiale. Un’arte da ammirare, conoscere e vivere, ogni Natale, contemplando la bellezza della nascita di un bambino, il Bambino Gesù.

 

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