Il Sinodo sui giovani visto dai vescovi che sono in diocesi

Il vescovo Castellucci con i giovani
Foto: Diocesi di Modena
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Nell’Instrumentum Laboris del Sinodo dei vescovi sui giovani si legge: “Un certo numero di giovani, variabile a seconda dei diversi contesti, si sente parte viva della Chiesa e lo manifesta con convinzione, attraverso un impegno attivo al suo interno… Non è raro vedere gruppi giovanili, e anche membri di movimenti e associazioni, poco inseriti nella vita delle comunità: il superamento di questa dinamica di separazione è per alcune Conferenze Episcopali un traguardo sinodale.

Nonostante molti giovani denuncino il rischio di essere relegati in un angolo, sono numerose le attività ecclesiali che li vedono attivamente impegnati e anche protagonisti. Spiccano le diverse forme di volontariato, tratto qualificante delle giovani generazioni. L’animazione della catechesi e della liturgia, così come la cura dei più piccoli, sono altri ambiti di azione, che nell’oratorio e in altre strutture pastorali analoghe trovano particolare fecondità”.

Partendo da questa prospettiva abbiamo chiesto al vescovo di Modena-Nonantola, di poterci spiegare cosa chiede alla Chiesa il giovane: “Credo che molti giovani siano indifferenti, ma tutti chiedono alla Chiesa autenticità ed un atteggiamento conforme al Vangelo. Grazie a Dio nelle nostre comunità abbiamo esempi positivi, ma gli esempi negativi, che purtroppo ogni tanto emergono, approfondiscono il solco tra i giovani e la Chiesa. I giovani chiedono alla Chiesa coerenza con il Vangelo”.

La Chiesa come risponde alle richieste dei giovani?

“Direi che la Chiesa è anche giovane, perché molti di essi fanno parte della Chiesa; non esiste Chiesa da una parte e giovani dall’altra. Nel complesso la Chiesa sta rispondendo con vivacità e freschezza, che viene dal Vangelo. Purtroppo chi non vive l’esperienza della Chiesa, ma solo gli aspetti giornalistici, non comprende una quotidianità fatta di servizio, di preghiera e di educazione, che chi vive nella Chiesa riesce a vedere bene. Si tratta di comunicarla meglio”.

Il Papa raccomanda sempre l’accompagnamento dei giovani: in quale modo la Chiesa adempie al compito?

“Il Papa non si stanca di raccomandarci di accompagnare i giovani; essi devono essere accolti ed ascoltati attraverso i gruppi, ma anche singolarmente. Nella tradizione della Chiesa c’è la guida spirituale, cioè qualcuno più maturo nella fede si fa guida e si mette in cammino per indicare il sentiero. L’accompagnamento spirituale fa parte di quelle attenzioni e di quella carità, che accoglie la persona per condurla alla meta”.

Allora cosa significa ‘generare alla fede’ per l’educatore?

“Generare evoca una comunità, un atto di amore e un passaggio doloroso per una gioia più grande. Il primo fattore di sterilità nell’educazione dei giovani è l’isolamento dell’educatore, che può nascere da una sorta di gelosia possessiva: quando un educatore dice ‘i miei ragazzi’ e racchiude il suo gruppo dentro ad una campana di vetro, diventa sterile, non genera vita di fede. Qualche volta questa gelosia si maschera da disponibilità a 360°, si nasconde dietro una generosità a tutto campo, si mimetizza sotto una grande intraprendenza e un attivismo continuo; ma in realtà è compensazione affettiva, bisogno di approvazione, narcisismo patologico”.

Ottobre è mese dedicato alla missione: in quale modo far comprendere una Chiesa missionaria?

“La comunione è per la missione; è comunione generativa, non sterile, perché si apre al mondo. Del resto ogni volta che Gesù paragona se stesso ad un pastore e i discepoli ad un gregge non lo fa mai in modo intimistico, per creare un ‘cerchio’ degli affetti, ma dice: ‘ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere’. Il gregge di Gesù è aperto, non è chiuso dentro gli steccati. Gesù piega l’immagine più intima che si possa pensare, quella dell’ovile, alle esigenze della missione. Si fa sempre notare come il verbo ‘educare’ significhi ‘trarre fuori’: è vero, ma non solo nel senso di estrarre dalla persona le risorse che racchiude, bensì anche nel senso di condurre la persona fuori dal proprio cerchio, attrezzarla a camminare con le proprie gambe nella società”.

Dalla missione all’Eucarestia: come i giovani possono vivere la comunione nella parrocchia?

“La comunità eucaristica è una comunità educante, anche per i giovani; è la fonte e il culmine di tutta la vita e attività della Chiesa. Ma qualche volta diventa nei fatti, più che fonte, uno stagno. I giovani praticanti non sempre escono ravvivati nella fede dalle nostre liturgie eucaristiche. E’ chiaro che non possiamo trasformare la Messa in una rappresentazione teatrale e nemmeno dimenticare che vi partecipano non solo ragazzi e giovani, ma anche bimbi, famiglie, adulti e anziani. Eppure qualche atto di fiducia nei giovani, anche osando, può aiutare: affidando loro qualche volta il canto, o le letture, o le intenzioni. E utilizzando nell’omelia un linguaggio che, senza essere volgare o giovanilistico eviti le derive paternalistiche, moralistiche o astratte e sia aderente alla realtà”.

Quindi educare è una ‘cosa di cuore’?

“La famosissima espressione che san Giovanni Bosco fissò in una lettera del 29 gennaio 1883, l’educazione è ‘cosa di cuore’, svela il segreto fondamentale del rapporto educativo. ‘Cosa di cuore’ non esclude lo studio di strategie, l’apporto delle indagine sociologiche, l’uso degli strumenti più adatti e più moderni. ‘Cuore’ è la parola che compone cordiale, coraggio; implica ascolto cordiale del giovane, fiducia e incoraggiamento nei suoi confronti, anche davanti agli errori”.

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