Il teologo Chavanne: "Il Covid-19 ci ha insegnato che non siamo isole"

Padre Johannes Paul Chavanne è un giovane monaco cistercense e teologo. È responsabile delle relazioni pubbliche presso il monastero “Stift Heiligenkreuz” in Austria

Padre Johannes Paul Chavanne
Foto: DP
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Padre Johannes Paul Chavanne è un giovane monaco cistercense e teologo. È responsabile delle relazioni pubbliche presso il monastero “Stift Heiligenkreuz” in Austria, a sud di Vienna. Insegna “Studi liturgici” all'Università di Scienze Applicate di Heiligenkreuz ed è attivo nella pastorale delle vocazioni. È autore di molti libri, tra i quali “Pregare con i panda”, nel quale insegna ai giovani a pregare.

Padre Johannes Paul Chavanne, come descriverebbe a un lettore di lingua italiana la fede nel mondo di lingua tedesca?

«Io sono austriaco. La situazione qui non è certo completamente diversa da quella della Germania o della Svizzera, ma ci sono delle differenze. Nel complesso, una vita di fede cristiana sembra perdere il suo significato per molte persone del nostro tempo. Molti sono indifferenti, la vita della Chiesa e le affermazioni della fede cristiana sono a loro sconosciute. Allo stesso tempo, percepisco molto interesse e apertura per le autentiche testimonianze personali dei cristiani. E ci sono movimenti spirituali, comunità e centri che hanno carisma e stanno crescendo».

Lei è un cistercense dell'abbazia Stift Heiligenkreuz in Austria. Cosa ha ancora da dire il monastero all’uomo di oggi?

«Un monastero, specialmente un monastero di tradizione benedettina, come è un monastero cistercense, è un luogo dove una comunità cerca Dio e allo stesso tempo vive l'ospitalità. Un monastero è un luogo di silenzio, di preghiera e di esperienza di fede a cui le persone possono arrivare facilmente e senza ostacoli. Molti sentono un potere speciale quando vengono da noi. È il potere di quasi 900 anni di preghiera ininterrotta. Questo attrae - soprattutto oggi».

Secondo la sua esperienza, quali sono i maggiori bisogni spirituali delle persone oggi?

«Uno è molto semplice, è la prima e fondamentale frase del nostro credo: Io credo in Dio. Con la fede in Dio tutto il resto della vita cristiana sta in piedi o cade. L'altro è: il linguaggio dell’annuncio, della fede, della liturgia. È diventata una lingua straniera per molti dei nostri contemporanei. Abbiamo bisogno di traduttori: questo è un annuncio. Dire e mostrare agli uomini di oggi cos’è seguire Gesù nella comunità della Chiesa».

Come si svolge la sua giornata di lavoro tipica?

«Mi alzo alle ore 4:30 ogni giorno. Alle 5:15 c'è la prima preghiera corale comune nella chiesa. Dopo la preghiera, la messa e la colazione. Alle 8:30 circa, inizia la mia giornata di lavoro. Alle 12 c'è di nuovo la preghiera del coro seguita dal pranzo. Nel pomeriggio di solito lavoro fino alle 16 circa, poi mi prendo del tempo per leggere o fare una passeggiata. Alle 18 c'è il vespro, poi la cena e la ricreazione. Dopo Compieta, sono già le 20:15. Il monastero diventa silenzioso e vado a dormire per essere sveglio in tempo il giorno dopo».

Ha imparato qualcosa di nuovo sulle persone durante la pandemia di Covid-19?

«La lezione più importante che la pandemia mia ha impartito è che c'è bisogno di una vera comunità umana, di contatto e di prossimità. Anche e soprattutto nella vita della chiesa. Noi umani non siamo isole, abbiamo bisogno gli uni degli altri. Prego che presto sia di nuovo possibile stare vicini gli uni agli altri, senza paura».

Tra tutti i mezzi di comunicazione che ha a disposizione per raggiungere la gente, quale pensa che funzioni meglio al giorno d'oggi? E perché?

«Per me, il modo migliore è il faccia a faccia e a cuore aperto. Un mass medium funziona solo quando coloro con cui stai comunicando sentono che c'è una persona reale, che è autentica e credibile, che ha qualcosa da dire e che ciò che dice è importante anche per me. Questo può avvenire attraverso qualsiasi mezzo. Ciò che è davvero importante, insomma, non sono tanto le tecniche che usiamo, ma le persone che ci sono dietro».

Per cosa vorrebbe essere ricordato un giorno?

«Essere in cielo è essere nella "memoria" di Dio. Questa è la cosa più importante per me. Se sono ricordato da altre persone come qualcuno che ha trasmesso l'amore di Dio e le ha aiutate a raggiungere una "vita di pienezza", una vita con Gesù e nella gioia e nella pace. Ecco questo, naturalmente, mi piacerebbe molto!».

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