Irlanda, dietro il referendum sul matrimonio, un problema culturale

Arcivescovo Diarmuid Martin, di Dublino, Sala Stampa della Santa Sede, 2012
Foto: David Kerr / Catholic News Agency
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“Il referendum è stato vinto con il voto dei giovani, e il 90 per cento dei giovani che hanno votato sì ha frequentato scuole cattoliche.” L’amara constatazione dell’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin sul voto al referendum irlandese del 22 maggio delinea forse meglio di tutti il vero problema in Irlanda. E cioè quello del fallimento della Chiesa cattolica, la maggiore agenzia educativa del Paese, che non è stata in grado di dare argomenti ragionevoli ai giovani che andavano crescendo, e che sono stati bombardati da una campagna per il sì senza precedenti.

A qualche giorno dal voto che va a cambiare la Costituzione irlandese, permettendo così il matrimonio tra persone dello stesso sesso, c’è da guardare indietro e fare una riflessione più ampia. Da una parte, il dato positivo. La campagna per il sì ha avuto l’appoggio di 160 su 166 membri del Parlamento, il 90 per cento dei fondi (provenienti anche da multinazionali americane) andava alla campagna per il sì, non è stata nemmeno rispettata la ripartizione degli spazi televisivi, come è stato denunciato in un question time nel Parlamento Europeo, la Ryan Air ha dato voli a prezzi stracciati per permettere ai giovani di tornare ad esprimere il loro parere. Eppure, il 38,9 per cento delle persone ha votato ‘no’. Un atto quasi eroico.

Perché dall’altra parte, in molti sostengono la tiepidezza dei vescovi. Lo fa, in una intervista al Foglio del 25 maggio, l’ex cantante irlandese John Waters, agnostico praticante che ha scoperto la ricerca di Dio, ex compagno di Sinead O’Connor e messo alla porta come editorialista dell’Irish Times quando ha cominciato ad esprimere le sue posizioni in favore del matrimonio eterosessuale. John Waters auspicava persino un intervento della Santa Sede. Ma il nunzio Charles Brown, un ex officiale della Congregazione della Dottrina della Fede trasferito alla carriera diplomatica con il compito di ricostruire il tessuto della Chiesa irlandese, poco può fare in questa situazione, ed ha obiettivi molto più ampi.

Che riguarda proprio l’educazione, e che si trovano nella famosa lettera che Benedetto XVI inviò alla Chiesa di Irlanda nel 2010, a seguito degli scandali pedofilia che più che l’inizio della fine furono il climax di una progressiva erosione dell’educazione ecclesiastica.

Nella lettera, Benedetto XVI ragionava sull’importanza delle scuole cattoliche nel Paese, che avevano fatto fiorire le vocazioni. E sottolineava come queste avessero poi ceduto alla cultura secolare. Scriveva Benedetto XVI: “Negli ultimi decenni, tuttavia, la Chiesa nel vostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese. Si è verificato un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici.”  

Era successo che si erano disattese la frequente confessione, la preghiera quotidiana, i ritiri annuali, sacerdoti e religiosi avevano “adottato modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo,” il programma di rinnovamento del Concilio Vaticano II fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti.”

“In particolare – sottolineava Benedetto XVI - vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari. È in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi, che ha contribuito in misura tutt’altro che piccola all’indebolimento della fede e alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti.”

È un problema che Benedetto XVI affrontò con l’arcivescovo Martin quando questi andò in visita ad limina, come ricorda lui stesso in una intervista concessa a seguito del voto. “Quando andai in visita "ad limina" da Papa Benedetto XVI, la sua prima domanda era stata: dove sono i punti di contatto tra la Chiesa cattolica e i centri in cui si forma la cultura irlandese di oggi? Questa domanda di Papa Ratzinger è vera e bisogna trovare la risposta, perché siamo di fronte a una rivoluzione culturale”.

Aggiungeva l’arcivescovo Martin che la legge rappresenta “un cambiamento notevole - ammette l'arcivescovo di Dublino - i cui effetti concreti sono imprevedibili. Il premier cattolico assicura che per le chiese non cambierà nulla, ma saranno i tribunali a dover applicare la legge. Il matrimonio in chiesa è anche un matrimonio civile e le coppie gay che se lo vedranno rifiutare dal parroco potrebbero ricorrere ai giudici accusandoci di discriminazione se il legislatore non mette dei limiti. Nelle scuole cattoliche gli insegnanti di educazione civica saranno obbligati a dire che il matrimonio è anche tra persone dello stesso sesso. Tutto questo creerà problemi.”

Ma quanto questi problemi sono stati affrontati dalla Chiesa in passato? E quanto sono stati affrontati durante la campagna di questo referendum. Osservatori cattolici in Irlanda notano con ACI Stampa che i vescovi non sono stati forti, non hanno giocato un ruolo visibile, accusano lo stesso Diarmuid Martin di essere stato ambiguo nei termini, utilizzando anche il vocabolario della relatio post disceptationem del sinodo del 2014 quando ha parlato di dover “valorizzare tutte le relazioni d’amore.”

Non certo il vocabolario adeguato di fronte a Enda Kenny, il premier irlandese che è cattolico per cultura, ma che da quando è al potere non solo non ha mostrato alcun impegno nel supportare le posizioni della Chiesa, ma ha piuttosto attaccato la Chiesa, fino all’affronto – ufficialmente per ragioni economiche – di chiudere l’ambasciata residenziale irlandese presso la Santa Sede, salvo poi riaprirla quando è sembrato conveniente, nel momento di massima popolarità di Papa Francesco e quando le parole dello stesso Papa venivano prese e fatte proprie da una certa cultura di sinistra.

Ma il problema resta educativo. Le scuole cattoliche funzionavano prima, non funzionano più. Circa l’80 per cento degli under 25 ha dichiarato che avrebbe votato sì, una maggioranza degli over 50 ha detto che avrebbe votato ‘No’. E la vera campagna è stata portata avanti sui social media, più che sui media tradizionali: è lì che i giovani vivono le loro vite. Molti si sono registrati al voto per la prima volta, o sono tornati in Irlanda, apposta per votare.

“La battaglia – racconta un osservatore – è stata vinta prima, perché questa è una generazione che ha già subito il lavaggio del cervello dal sistema educativo, ma prima di tutto dalla cultura dello spettacolo. Che è poi la tattica della lobby LGBT, delineata in libri come ‘Gay is ok’ e ‘After the Ball’,” veri manuali della propaganda LGBT. È contro questo che la Chiesa deve combattere. E lo può fare solo con la forza della fede, e con un ritorno pieno alla pratica educativa.

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