La famiglia di Asia Bibi a Papa Francesco: “Aiutaci a liberarla”

La famiglia di Asia Bibi da Papa Francesco
Foto: L'Osservatore Romano
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“Il Papa ci ha benedetto e incoraggiato.” Ashiq Masih, marito di Asia Bibi, è stato in Italia per due giorni. Ha chiesto al Papa, alla comunità internazionale, di prendere a cuore il caso di sua moglie, pakistana, madre di cinque figli, arrestata per blasfemia nel 2009, e condannata a morte per lo stesso crimine nel 2010. Ora detenuta in una prigione vicino Lahore, in Pakistan, Asia Bibi ha visto respinto l’appello presentato alla Corte di Lahore lo scorso 16 ottobre, e ora attende gli esiti dell’appello alla Corte Suprema del Pakistan. Ci potrebbero volere anni. La sola speranza è il perdono presidenziale.

Per questo, il marito e la figlia più giovane di Asia Bibi hanno trascorso due giorni a Roma, per incontrare Papa Francesco, ma anche per presentare il loro caso all’Europa, chiedendo alla comunità internazionale di sensibilizzarsi al problema, e di fare pressioni sul governo pakistano per liberare la donna.

Un incontro, quello con il Papa, breve e commovente. “Ho potuto baciargli la mano, abbiamo chiesto di sostenerci. Il Papa ci ha benedetto e incoraggiato,” dice Ashiq Masih.

Ad ogni modo, anche una eventuale liberazione della donna va gestita con cautela e attenzione. Ashiq Masih spiega ad Acistampa che “in Pakistan, il 74 per cento della popolazione è musulmano, e la maggior parte di questi non vuole la liberazione di Asia Bibi. Per questo, nel momento in cui lei venisse liberata, dovrebbe essere subito portata all’estero, per evitare rappresaglie.”

Eisham Ashiq, 14 anni, la figlia più giovane di Asia Bibi, ha raccontato in una conferenza stampa alla Camera martedì 14 aprile che aveva “nove anni quando mia madre è stata arrestata. Le accuse contro di lei sono del tutto false. Mia madre stava lavorando quando altre due donne le hanno chiesto dell’acqua da bere. Quando mamma gliel’ha data, hanno cominciato a dire che le sue mani erano impure, che i cristiani non sono degni di mangiare e bere con i musulmani, persone pulite. Su questa radice è stata costruita l’accusa di blasfemia”.

La legge sulla blasfemia in Pakistan è un tema caldissimo. La legge è in vigore dal 1986, e – secondo i dati del Comitato Nazionale per Giustizia e Pace – da quell’anno fino al 2009 almeno 964 persone sono state accusate di blasfemia. Tra questi, ci sono 479 musulmani, 119 Cristiani, 340 ahamdi, 14 indu e 10 di fede sconosciuta.

Così, se i cristiani, per il solo fatto di essere cristiani, sono perseguitati, è anche vero che sono molti i musulmani ad essere stati condannati per blasfemia. Un’accusa che può essere usata contro tutto e tutti, con risultati impensabili.

Lo racconta un documentario, “Libertà per Asia Bibi,” sponsorizzato da CitizenGo, frutto di un reportage condotto in Pakistan, in cui alle interviste a missionari, giornalisti, persone coinvolte si intervellano filmati presi da internet di predicatori violentissimi, che incitano all’odio per la blasfemia. Un odio che poi è diventato un qualcosa di concreto per il caso di Asia Bibi, con persone scese in piazza per chiederne la morte, e l’assassinio nel 2011 di due esponenti politici di spicco, Shabhaz Bhatti e Salman Talseer, che si battevano per una modifica della legge sulla blasfemia.

Ashiq Masih racconta che dal momento in cui Asia Bibi è stata arrestata “la famiglia è completamente distrutta. I bambini sentono la mancanza della madre, la madre sente la mancanza dei bambini. La fede di Asia Bibi è forte, ma spesso ci sono momenti di sconforto. Prima di partire sono andato a trovarla. Le ho detto che stavo per venire in Italia, per sensibilizzare il mondo a chiedere la sua liberazione.

Joseph Nadeem, avvocato della famiglia, racconta che “abbiamo fatto ricorso, ma lo scorso 16 ottobre la Corte di Lahore ha mantenuto la pena di morte. Ora abbiamo fatto ricorso alla Corte Suprema, ma ci possono volere anche dieci anni prima di arrivare ad una sentenza definitiva. La nostra speranza per una liberazione immediata è quella del perdono presidenziale. Ma se questo avvenisse, ci sarebbero di certo delle proteste, è un tema delicato. Per questo, chiediamo alla comunità internazionale di fare pressione al governo pakistano.”

Il sostegno della comunità internazionale è l’ultima spiaggia in un Pakistan in cui – racconta Ashiq Masih – “i cristiani sono sempre in pericolo.” Ed è di oggi la notizia – data dall’agenzia di Propaganda Fide “Fides” – che Nauman Masih, il 14enne cristiano pakistano, che è stato dato alle fiamme da un gruppo di giovani musulmani sconosciuti alcuni giorni fa  è deceduto questa mattina nell’ospedale. È l’ultima vittima di una serie di attacchi alla comunità cristiana che sembrano non avere mai fine.

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