La storia di Romero è la storia del Salvador racconta lo scrittore Anselmo Palini

Anselmo Palini
Foto: diocesidicremona.it
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 Domenica 14 ottobre in piazza san Pietro sarà canonizzato mons. Oscar Arnulfo Romero, ucciso sull’altare,  durante la Consacrazione, mentre celebrava la messa nella cappella dell’ospedale il 24 marzo 1980. Poco prima dlel' omelia aveva detto: 

“Chi si consegna, per amore verso Cristo, agli altri, questi vivrà come il seme di grano che muore, però che muore solo apparentemente. Se non morisse resterebbe solo. Se il raccolto si da invece perché il seme muore, allora il seme si lascia immolare su questa terra, perché solo così produce il raccolto. Vinta la morte i figli di Dio resusciteranno in Cristo. Tutto lo sforzo per migliorare una società, soprattutto quando è sprofondata nell’ingiustizia e nel peccato, è uno sforzo che Dio benedice, vuole, esige. Vale la pena lavorare affinché tutte queste aspirazioni di giustizia, di pace e di bene che abbiamo ora su questa terra, li possiamo formare nell’illuminazione di una speranza cristiana. Questa Eucaristia è precisamente un atto di fede: con fede cristiana pare che in questo momento la voce di diatriba si converta nel corpo del Signore che si è offerto per la redenzione del mondo e che in questo calice il vino si trasforma nel calice che fu il prezzo della salvezza”.

Molti i libri che raccontano la storia di Romero,  tra gli atri quelli di  Anselmo Palini, profondo ‘conoscitore’ della Chiesa del Centro America ed autore di due libri sul vescovo salvadoregno:  ‘Ho udito il grido del mio popolo’, con la postfazione del card. Gregorio Rosa Chavez; e ‘Una terra bagnata dal sangue. Oscar Romero e i martiri di El Salvador.

A lui abbiamo chiesto di spiegarci cosa vuol dire per un paese come El Salvador la sua canonizzazione: “La canonizzazione dell’arcivescovo di San Salvador è un grande segno innanzitutto per la Chiesa. Romero è stato canonizzato perché ucciso in ‘odium fidei’. Fino ad ora secondo il Codice di diritto canonico per proclamare un martire era necessario che gli assassini fossero atei o di un’altra religione. Ora invece con il riconoscimento del martirio di Oscar Romero si afferma che l’azione in favore della giustizia è connaturata all’annuncio cristiano. Oscar Romero è stato assassinato non in quanto vescovo ma per la sua azione a fianco dei poveri e per le sue ferme denunce della repressione operata dalla giunta militare.

Con la sua canonizzazione si è confermato il fatto che l’azione di Romero non era di carattere politico, bensì era la necessaria conseguenza del Vangelo di pace e di giustizia che   l’arcivescovo di San Salvador predicava. Dall’indomani del suo assassinio, per il suo popolo e per quanti in America latina erano impegnati nella promozione della giustizia sociale, era già stata indicato come ‘San Romero de las Americas’. Ora finalmente lo è anche per la Chiesa cattolica. Per El Salvador la canonizzazione di Romero è un segno di speranza e di fiducia, un invito a riprendere la strada da lui  indicata, la strada della nonviolenza, della giustizia, dei diritti umani, della pace”.

Perché El Salvador è stata una terra bagnata dal sangue?

“Nel centro di San Salvador si trova il ‘Monumento alla Memoria e alla Verità’: un muro di granito di settanta metri di lunghezza e tre di altezza, con incisi i nomi di oltre 30.000 vittime della repressione. Vi è anche l’elenco dei massacri perpetrati dai militari e dagli squadroni della morte. Dal 1980 al 1992, anno degli accordi di pace, in El Salvador vi sono stati 80mila morti, in un paese che aveva poco più di 4.000.000 di abitanti. Un numero di vittime enorme, che racconta come la storia recente di El Salvador sia stata caratterizzata da una lunga catena di odio e di violenze nei confronti dei più ‘deboli’ e di quanti si sono impegnati per la giustizia sociale e per il rispetto dei diritti umani: uomini, donne, bambini, sacerdoti e laici, campesinos ed insegnanti, leader politici e sindacali, torturati, assassinati o fatti scomparire da un regime che si dichiarava cristiano e affermava di lottare contro la sovversione.

Oltre ad Oscar Romero, possiamo ricordare altri martiri, a titolo di esempio, come padre Octavio Ortíz, attivo nella formazione spirituale dei giovani, e quattro dei suoi ragazzi falciati dai militari mentre partecipavano ad un corso di iniziazione cristiana; padre Rutilio Grande, il primo sacerdote assassinato durante l’episcopato di mons. Romero, particolarmente vicino ai campesinos; Marianella García Villas, presidente della Commissione per i diritti  umani, assassinata il 14 marzo 1983; Ignacio Ellacuria, i 5 padri gesuiti dell’Università Centroamericana (Uca) e le due donne laiche che lavoravano presso di loro, assassinati tutti dai militari il 16 novembre   1989;  le quattro religiose nordamericane, impegnate in attività di promozione umana e evangelizzazione, uccise dai militari il 2 dicembre 1980 appena scese dall’aereo che le riportava da Panama a El Salvador. 

Sono alcuni esempi che intendono rappresentare tutte le vittime, per lo più anonime, della dittatura che fino ai primi anni Novanta ha fatto di El Salvador una terra bagnata dal sangue”.

Perchè mons. Romero ha fatto l’opzione preferenziale per i poveri e per la giustizia?

“Il Concilio Vaticano II, i documenti di Medellin e il magistero di Paolo VI  hanno progressivamente condotto mons. Romero ad interrogarsi sulle condizioni di vita del suo popolo, sulle violenze a cui era soggetto. Soprattutto nei tre anni in cui è stato arcivescovo di San Salvador, Romero ha sempre più chiaramente sentito il grido del proprio popolo, oppresso nei diritti fondamentali, e a questo popolo ha prestato la propria voce, indicandogli la strada della conversione e della nonviolenza per uscire dal dramma che stava vivendo.

Si schierò così, sempre più decisamente, in difesa dei poveri e degli oppressi, convinto del fatto che i valori evangelici andassero incarnati e non solo affermati, che non bastasse raccogliere i moribondi e i sofferenti, ma che fosse anche necessario denunciare le situazioni di violenza strutturale e istituzionalizzata, indicare in modo preciso le responsabilità dei sequestri, dei soprusi e dei massacri. L’incontro con i ‘crocifissi’ della storia lo ha condotto all’essenzialità dell’annuncio e ad abbracciare la croce”.   

Cosa insegna ai giovani la fede cristiana di mons. Romero?

“Mons. Romero insegna ai giovani, e non solo, che il Vangelo non vissuto è lettera morta e che siamo chiamati a preferire ‘la tenda della testimonianza’ più che la pietra dei templi, delle chiese, delle accademie. L’arcivescovo di San Salvador con il suo sacrificio ci insegna che il messaggio di Cristo va incarnato, che il desiderio di pace e di giustizia va proclamato ad alta voce senza paura dei potenti. Diceva mons. Romero in un’omelia: ‘Una religione fatta di messa domenicale, ma con settimane ingiuste, non piace al Signore. Una religione fatta di molte preghiere, ma con ipocrisie nel cuore, non è cristiana. Una Chiesa che si stabilisse solo per star bene, per avere molto denaro, molte comodità, ma che dimenticasse   di protestare contro le ingiustizie, non sarebbe la vera Chiesa del nostro divino Redentore’. Mons. Romero ci invita dunque a coniugare Vangelo e vita, fede e storia”.

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