La vera periferia? La famiglia, dicono i vescovi africani

Sinodo della Famiglia, uno scatto del 2014
Foto: ACI Group
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Quali sono le periferie? Non ha dubbi il Cardinal Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. “Le bellissime famiglie cristiane che stanno eroicamente vivendo gli esigenti valori del Vangelo sono oggi le vere periferie del nostro mondo e delle nostre società, mentre queste ultime vivono la vita come se Dio non esistesse.”

Le parole del Cardinal Sarah sono parte di un saggio che ha scritto per un libro che raccoglie i contributi di dieci prelati africani (cinque cardinali e cinque vescovi) più la prefazione del Cardinal Francis Arinze. Già il titolo è evocativo: “La nuova terra di Cristo: l’Africa.” E racconta di un mondo cattolico africano che vive le sfide della poligamia, dei matrimoni misti con la sempre crescente popolazione musulmana che si diffonde a macchia d’olio sul continente nero, della secolarizzazione che prova a imporsi ideologicamente attraverso uno scambio tra aiuti economici e apertura a leggi liberalizzanti sulla famiglia. E che pure resta fermo nella sua dottrina. Anzi, si propone come la nuova roccaforte del cattolicesimo nel mondo.

Pubblicato da Ignatius Press negli Stati Uniti, il libro contiene gli interventi (in ordine di indice) del Cardinal Robert Sarah; del vescovo Barthelemy Adoukounou, Segretario del Pontificio Consiglio della Cultura; dell’Arcivescovo Denis Amuzu Dazkpah di Lomé; del Cardinal Philippe Ouedraogo, Arcivecovo di Ouagadougou; del Cardinal Berhaneyesus D. Souraphiel, arcivescovo di Addis Abeba; del Cardinal Christian Tumi, arcivescovo emerito di Douala (Camerun); dell’arcivescovo Antoine ganye di Cotonou; del Cardinal Theodore Adrien Sarr, che è stato arcivescovo emerito di Dakar; dell’arcivescovo Samuel Kleda di Douala. In più, un epilogo, un appello allo Stato firmato dal Cardinal Kutwa, arcivescovo di Abidjan. E una prefazione, scritta dal Cardinal Francis Arinze.

Un quadro ampio di cardinali, rappresentativo degli africani di Curia, ma anche di quelli con un profilo maggiormente pastorale. Sarebbero molti i temi da affrontare nel libro. Ma in particolare è da notare la prima parte del testo, “Il Sinodo della Famiglia: da una assemblea all’altra.” Contiene i saggi del Cardinal Sarah e del vescovo Adoukounou. Ed entrambi i prelati africani mostrano quelle che loro avvertono come “crepe” nell’Instrumentum Laboris, che sarà la base di disussione al prossimo sinodo. Ma puntano anche il dito su come i media hanno delineato la questione, fino ad arrivare ad un Sinodo dei media e un sinodo reale.

Scrive il Cardinal Sarah: “La copertura mediatica del dibattito dà l’impressione che dà una parte ci sono colore che sono in favore della ‘chiusa dottrina’ e dall’altra parte, quelli che sono per l’apertura pastorale.”

“In realtà – spiega il Cardinale - non c’è un partito dottrinale contrapposto a un partito pastorale. Invece, entrambi i partiti dicono di essere attaccati alla perenne dottrina della Chiesa e vogliono che la pratica pastorale esprima la misericordia di Dio verso tutti.”

Questi ultimi sottolineano – spiega ancora il Cardinale - che “i nuovi sviluppi nella pratica pastorale non significa cambiare la dottrina, ma piuttosto permetterebbe la Chiesa di rendere più apparente e accessibile il cuore amorevole di Dio.”

Ma questi – chiede Sarah – “posso davvero pensare che i vescovi e i cardinali che mettono in guardia da un reale rischio di una deviazione dottrinale abbiano un concetto fisso della pratica pastorale? Se la pedagogia di Dio cambia, quella della Chiesa non deve diventare rigida!”

Il Cardinal Sarah mette in luce anche alcune sue perplessità sull’Instrumentum Laboris, la base della discussione del Sinodo. In primis, nel momento in cui propone il matrimonio civile come una sorta di preparazione al matrimonio cristiano. “A quale tipo di persone si rivolge il documento parlando di questa realtà di matrimoni civili come preparazione per il matrimonio sacramento? Ai membri battezzati della Chiesa o a pagani simpatetici in aree dove ha luogo una prima evangelizzazione? A meno che non si applichi ai neo pagani nelle nazioni che precedentemente erano cristiane!” 

Da notare, tra l’altro, che “il ministero pastorale della Chiesa, per quanto i suoi pastori cerchino di condurlo nelle Chiese più giovani, non ha mai messo fuori legge dalla comunità quelli che si trovano in situazioni matrimoniali difficili. Al contrario, in molti casi sono membri attivi della vita ecclesiale.”

Insomma, il fatto che questi, magari divorziati risposati, non prendano la comunione “non diminuisce in nessun modo il loro profondo desiderio di servire Gesù e la sua comunità ecclesiale.” Tanto più che “la comunione non è un semplice pasto comune dal quale si possano sentire esclusi.”

Il problema è ancora più profondo. “La mancanza di una chiara posizione e di tutta la confusione abbiamo notato nella Relatio Synodi sono segni ovvi non solo di una profonda crisi di fede, ma anche di una egualmente profonda crisi nella pratica pastorale: i pastori esitano a mettersi chiaramente in una direzione.”

Temi che si ritrovano nel saggio del vescovo Adoukonou. “La limitazione metodologica fondamentale che osserviamo – scrive il numero 2 del Pontificio Consiglio della Cultura – sta nel fatto che utilizza le risorse di tutte le scienze umane e sociali per mettere in contesto il tema della famiglia oggi senza portare alla luce quanto è di più importante sullo sfondo, cioè le scelte storiche che hanno portato al disastro.” E queste scelte storiche sono in realtà quelle di aver preso la strada di una secolarizzazione galoppante.

C’è bisogno di una posizione forte, specialmente “nel momento in cui il Dash cerca di moltiplicare i califfati nel suo territori, mentre l’Aqmi lavora nel Sahel, e altri movimenti estremisti cercano di instaurare regime radicali islamici ovunque, laddove viene confusa la civilizzazione decadente dell’Occidente con la cristianità.”

“Abbiamo l’obbligo di metterci da parte da quella civiltà postmoderna, senza rinchiuderci nelle nostre enclavi, ma mantenendoci fedeli alle nostre profonde identità cristiane e africane.”

Sottolinea il vescovo Adokonou: “Non vogliamo metterci in situazioni che comprometterebbero i nostri valori per il mero obiettivo di attrarre persone, sotto l’illusione di essere in questo modo aperti al mondo.”

Il vescovo ha anche considerato “inaccettabile” l’idea – contenuta nell’Instrumentum Laboris – che il Vangelo “di per sé è un peso dal quale la Chiesa, senza misericordia, deve staccarsi per dare sollievo ai nostri poveri contemporanei.”

C’è bisogno di educazione, è il richiamo costante dei prelati africani. Un richiamo fatto suo dal Cardinal Suphraniel, perché la Chiesa “prepara le giovani coppie al matrimonio, dà una educazione religiosa, rende disponibile le scuole cattoliche, insegna i metodi naturali di pianificazione familiare, fa consulenza e alle famiglie e cura pastorale, specialmente con la riconciliazione e il perdono, e in questo modo contrasta alcune tendenze contemporanee, come l’edonismo, l’aborto, l’eutanasia, l’educazione sessuale priva di valori.”

Ma soprattutto “conferisce i sacramenti, dai quali ogni uomo, donna bambino può ottenere l’aiuto spirituale di cui ha bisogno per resistere alla tentazione, per portare avanti una vita virtuosa, per crescere nel culto e nella lode a Dio.”

Nel suo intervento, l’arcivescovo Kleda parla della mancanza di educazione, punta sui corsi prematrimoniali, sostiene che “una delle ultime forme di sofferenza che si può osservare” è quella di “coppie che non sono ben preparate per il matrimonio, che non hanno compreso il significato della vita familiare e non si vogliono concedere l’una all’altra.”

I vescovi africani fanno anche un appello allo Stato, perché si occupi della famiglia, che – sottolinea il Cardinal Kutwa – “è e rimane, in Africa e in ogni altra parte nel mondo, la più preziosa risorsa della società.”

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