Le Missioni Cattoliche italiane all'estero, riferimento pastorale in tempo di covid

Nel Rapporto della CEI sugli italiani nel mondo anche il ruolo fondamentale delle Missioni cattoliche

Messa in Germania
Foto: Acistampa
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Qual è stato il ruolo delle Missioni italiane all’estero di fronte alla crisi della pandemia? É uno dei temi affrontati nella XVI edizione del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana.

Come hanno affrontato gli italiani all’estero dal punto di vista sanitario, economico, sociale, culturale e psicologico la pandemia?  Un ruolo più o meno importante nei lunghi e tragici giorni di isolamento, che con modalità e tempi diversi ha costretto la maggior parte della popolazione a restare chiusa in casa, è stato svolto per i nostri connazionali dalle MCI, le Missioni Cattoliche di Lingua Italiana presenti nel Mondo.

Molti connazionali, almeno quelli che vivono in Europa, hanno trovato in queste strutture “una risposta non solo religiosa e pastorale, ma anche una presenza sostanziale e di vicinanza concreta”, si legge nel testo firmato da  Nicoletta Di Benedetto e da me in un capitolo dedicato a “Il lavoro pastorale delle Missioni Cattoliche Italiane alla prova del Covid-19”. Infatti elaborando le risposte ad un questionario a ‘risposte aperte’ predisposto dalla Fondazione Migrantes e inviate ai responsabili e coordinatori delle MCI con sedi in Europa, emerge che per molti sono state un faro a cui guardare e un ancora a cui aggrapparsi per sopravvivere al lockdown. 

Quel cambiamento generale di colpo ha trovato tutti impreparati e ha pesato psicologicamente su tutti. I responsabili e coordinatori delle MCI hanno intuito subito che bisognava cambiare modalità per rimanere vicini alle proprie comunità e grazie alla tecnologia della “rete” sono state messe in campo nuove strategie: in primis usare i social come mezzo principale per raggiungere i fedeli anche per le funzioni religiose. E internet è diventato indispensabile per sopravvivere alla pandemia, anche come credenti. Con i primi segnali arrivati dai parrocchiani nel giro di pochissimo tempo si è passati dall’incontrarsi in chiesa e negli spazi messi a disposizione dalle parrocchie e dalle sedi delle MCI per accogliere le varie attività ricreative e sociali e le preparazioni ai sacramenti, agli appuntamenti ‘a distanza’ davanti agli schermi di computer o smartphone. Dal salutarsi stringendosi le mani si è passati alla manina agitata davanti ad uno schermo. Partecipare alla Messa, alla recita del Rosario, o ad un momento di preghiera tutto davanti ad uno schermo.  

Dall’indagine gli autori spiegano come gli incontri sono diventati ‘virtuali’ e improvvisamente gli spazi messi a disposizione dalla nuova tecnologia come Facebook, Youtube, Zoom, WhatsApp, Messenger, che fino al giorno prima appartenevano solo alla generazione dei millennials, di colpo sono entrati a far parte anche dei loro padri, dei nonni, zii etc. e in breve tempo i fedeli si sono scoperti cybernauti, anche quelli più restii. Anche le attività pastorali, ove possibile, sono diventate social.

Ma se da un lato la rete è stato il mezzo per continuare ad essere dei fedeli praticanti dall’altro con il passare le giornate chiusi in casa, isolati da tutti, lontano dagli affetti più cari, la rete si è impadronita del quotidiano delle persone. Una finestra aperta sul mondo che però non è bastata a colmare il grande vuoto della solitudine che molte persone si sono trovate a vivere. Solitudine, perdita del lavoro, l’impossibilità di far fronte alle spese correnti, e il non poter neanche rientrare dalla propria famiglia in Italia, in molti ha innescato delle vere e proprie forme di psicosi. E così alcune sedi delle MCI, quasi tutte, si sono trovate a svolgere anche un servizio di ascolto. Dalla Svizzera alla Francia, passando per la Germania, i Paesi Bassi o la Romania, per giungere fino alla Bulgaria, dal questionario è venuto fuori che la pandemia ha creato un clima di incertezza generale e oltre ai bisogni materiali si sono aggiunti i problemi psicologici. Il distanziamento sociale, o meglio l’isolamento totale per chi viveva da solo, ha innescato degli squilibri psicologici che in alcuni casi si sono rivelati delle vere e proprie forme di psicosi da isolamento. Ecco perché nella scala delle richieste giunte a quasi tutte le sedi delle MCI che hanno risposto al questionario, l'aiuto principale che si sono trovati a fronteggiare è stato il bisogno di ascolto.

Un sostegno richiesto da anziani, ammalati e persone sole che si sono sentite abbandonate, non potendo avere l’appoggio e il supporto dei familiari o delle persone a cui erano legate. Specialmente quando delle persone care venivano a mancare in Italia e la lontananza e le regole imposte non hanno permesso neanche un ultimo saluto. In molte comunità di italiani all’estero sono stati riscontrati casi di Covid-19, più o meno gravi. La presenza e il conforto dei sacerdoti, dove è stato possibile, non sono mai mancati nelle case con malati, con visite in ospedale, quando era concesso, oppure a distanza, per un sostegno e per pregare assieme. Umanità e sensibilità sono stati i sentimenti messi in campo dalla Mci nello stare vicini alle proprie comunità.

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