Migrazioni, lo sguardo controcorrente dell’Osservatorio Van Thuan

Una tenda del CRS (la Caritas USA) che accoglie rifugiati in Europa
Foto: CRS
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E se ci fosse un preciso esperimento di genetica sociale dietro i nuovi flussi migratori? E se ci fosse un collegamento netto, eppure mai sottolineato, tra le politiche anti-nataliste e le ondate migratorie che stanno cambiando il volto del mondo? Se lo chiede l’Osservatorio Van Thuan, nell’VIII Rapporto sulla Dottrina Sociale nel Mondo.

Il quaderno è dedicato a “Il caos delle migrazioni. Le migrazioni nel caos”, e rappresenta un punto di vista da considerare attentamente. Prima di tutto perché si fonda su dati concreti, con uno studio di documenti, articoli e situazioni molto ampio. Poi, perché lo fa dalla prospettiva della Dottrina Sociale della Chiesa. Non si può dunque accusare il Rapporto di rappresentare una posizione esterna alla Chiesa.

Il vescovo Giampaolo Crepaldi, presidente dell’Osservatorio Van Thuan, chiarisce subito che “esiste il diritto ad emigrare”, ma c’è “anche, forse prima, il diritto a non emigrare”. Mette in luce che l’emigrazione “non deve essere forzata, costretta o addirittura pianificata”. E aggiunge che “se esiste un diritto ad emigrare, non esiste però un diritto assoluto ad immigrare, ossia ad entrare in ogni caso in un altro Paese.

Come affrontare l’empasse? Con “realismo cristiano” – risponde il vescovo Crepaldi – che significa “da un lato non chiudersi a chiave davanti a questi fenomeni epocali, dall’altro non cedere alla retorica superficiale”.

Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio, ci tiene a sfatare alcuni miti. Per esempio, che l’immigrazione porta benefici economici. “Il costo dell’accoglienza di un immigrato – dice – è superiore al beneficio economico che egli può dare al Paese che lo accoglie”. In più, “non è vero il luogo comune che gli immigrati garantiscono il pagamento del sistema pensionistico in un Paese, come l’Italia per esempio, in cui la fascia della popolazione lavorativa si assottiglia rispetto a quella a riposo”. Né è vero che possono aiutare a risolvere il problema delle “culle vuote”, perché “un immigrato non sostituisce un mancato neonato”.

Altri miti da sfatare: non è vero “che arrivano in Europa solo i poveri, che nei loro Paesi di origine morirebbero di fame”, perché “ci sono anche questi casi, ma i dati mostrano che spesso a partire sono individui abbastanza benestanti desiderosi di migliorare ulteriormente la propria situazione e non solo di sopravvivere”, e in fondo “le tariffe dei trafficanti di persone non sono accessibili a tutti”.

La causa, per Fontana, è soprattutto geopolitica. E si connette direttamente alle campagne anti-nataliste delle grandi organizzazioni internazionali. “C’è stato per decenni – scrive Fontana - un forte impegno degli organismi e delle agenzie internazionali, dei governi, delle grandi fondazioni statunitensi e non solo per disincentivare la famiglia e la natalità, per promuovere l’aborto e la contraccezione, per valorizzare stili di vita individualisti e sterili”.

Tutti fenomeni documentati. “Se quindi qualcuno – conclude - sostiene che le migrazioni hanno come causa la necessità di colmare il gap demografico dell’Occidente, si sappia che però questo gap demografico è stato voluto e, forse, anche allo scopo di produrre artificialmente una ‘necessità’ per le migrazioni”.

Migrazioni che creano problemi ulteriori, perché poi l’integrazione è “difficile o impossibile” a causa del “vuoto culturale dei Paesi occidentali ospitanti. La loro mancanza di identità, franata sotto la pressione del laicismo e dell’individualismo nichilista, fa in modo che essi non abbiano nulla da opporre e proporre ai nuovi arrivati”.

Quello che Fontana vede attuarsi è “una specie di nuovo progetto kantiano per una “pace perpetua”, oppure qualcosa che si avvicina agli obiettivi massonici e gnostici di una religione universale che ponga fine ai conflitti culturali e religiosi unificando tutti in una super cultura e in una super religione dell’umanità”.

Per questo, “la società multiculturale allora non sarebbe che un passaggio verso una società del pensiero unico, gestita dagli organismi internazionali e dai centri di potere mondiali e imposta a tutte le nazioni, indebolite al proprio interno dal multiculturalismo”.

In particolare, Fontana chiede una riflessione adeguata sull’Islam, una valutazione cui “la politica degli Stati occidentali non è preparata”.

Come conciliare questo con la rinnovata attenzione sui migranti data da Papa Francesco? Fontana nota che se da una parte va portata avanti “l’indicazione evangelica” del “dovere fraterno dell’accoglienza”, dall’altra “la complessità della problematica però richiede anche altri interventi ad altri livelli, pure essi animati dal dovere fraterno dell’accoglienza e certamente non esclusi dal Vangelo, che non può essere cieca ma deve strutturare la speranza”.

Fontana critica la stessa strutturazione ideologica del cristianesimo, il fatto che le stesse manifestazioni pro-famiglia o l’opposizione al gender “oggi vengono valutati negativamente, anche da parroci e Vescovi, come qualcosa che contrasta con la vera pastorale della Chiesa che non dovrebbe mai essere di contrapposizione ma solo di dialogo”.

Eppure, nota, “l’eliminazione della religione cristiana dalla vita sociale è una catastrofe. È uno sradicamento d’identità. L’escatologia cristiana, piena di ottimismo e speranza, ha permesso all’Europa di sviluppare la scienza, arrivare ai confini del mondo, diventare la civiltà leader. La religione che viene sistematicamente eliminata dallo spazio pubblico fin dai tempi della Rivoluzione Francese, soprattutto in Europa continentale, ha smesso di essere il serbatoio dei valori”.

Sono riflessioni da fare, al di là della cifra dei migranti e dei rifugiati, mai così enorme. L’Ottavo Rapporto sulla Dottrina Sociale ha il merito di andare oltre le cifre. Di leggere tra le righe. E di cercare di comprendere se c’è davvero un disegno dietro tutto quello che sta succedendo.

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