Myanmar, a tre mesi dal colpo di stato che succede nel paese di Aung San Suu Kyi

Ce lo spiega Cecilia Brighi della associazione Italia Birmani insieme

Birmania
Foto: Italia Birmania insieme
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A fine marzo, secondo il canale televisivo Myawaddy, che appartiene all’esercito ed ha diramato la notizia nelle scorse settimane, 19 oppositori della giunta militare sono stati condannati a morte per l’uccisione di un soldato durante scontri fra la popolazione e le forze di sicurezza. Molte fonti affermano che sono state uccise 710 persone di cui 50 bambini, mentre i prigionieri sono saliti ad oltre 3000.

Però a quasi tre mesi dall’avvio delle prime proteste contro i militari che hanno preso il potere in Myanmar, l’opposizione al regime ha dato vita a un governo-ombra di unità nazionale, a cui partecipano rappresentanti della maggioranza politica che faceva capo alla Lega nazionale per la democrazia nel Parlamento, ora sospeso, che già avevano dato vita a un esecutivo clandestino. I leader delle proteste e le etnie che hanno rotto la tregua con le forze armate reagendo al massacro della popolazione civile.

Per comprendere meglio quello che sta succedendo in Myanmar, abbiamo intervistato Cecilia Brighi, segretaria generale dell’associazione ‘Italia-Birmania Insieme’: “L’8 novembre 2020 si sono tenute in Birmania le elezioni politiche. L’NLD, il partito presieduto dalla leader birmana, Aung San Suu Kyi, aveva ottenuto l’83% dei seggi disponibili, mentre il partito dei militari, l’USDP, solo il 7%. Il parlamento birmano è composto per il 25% dei seggi da parlamentari nominati dai vertici militari. Il comandante in capo delle forze armate che avrebbe dovuto andare in pensione a fine giugno e che è inquisito dalla Corte Penale Internazionale, aveva sperato che l’USDP vincesse almeno il 26% dei seggi in modo che sommando il 25% dei parlamentari militari, con il 26% dei parlamentari eletti, avrebbe potuto diventare Presidente della Repubblica. 

A questo punto ha tentato, inutilmente di convincere Aung San Suu Kyi a decidere in favore del comandante in capo, pena il colpo di stato.

I militari pensavano di poter gestire il tutto in modo pacifico, promettendo nuove elezioni dopo un anno. Ma non hanno fatto i conti con il fatto che nessuno vuole tornare indietro alla precedente dittatura, soprattutto i giovani che costituiscono la maggioranza del paese”. 

Perché è stata arrestata Aung San Suu Kyi?

“I militari hanno voluto azzerare il potere esecutivo del paese e hanno formato un loro consiglio amministrativo in vista di improbabili elezioni fra un anno o due. In questo modo hanno voluto affermare che non intendono riconoscere più il ruolo di Consigliere di Stato a Aung San Suu Kyi.

Cosa può fare l’Europa?

“L’Europa, dovrebbe riconoscere il Comitato che rappresenta il Parlamento democraticamente eletto (CRPH). Dovrebbe spingere l’ONU ad adottare un embargo internazionale sulle armi e, come già dopo la rivoluzione zafferano del 2007, l’Europa dovrebbe adottare rapidamente sanzioni economiche mirate nei confronti degli interessi economici e finanziari dei militari. Basta pensare che il 90% della giada venduta nel mondo viene dalla Birmania e, secondo un’indagine di Global Witness, nel 2015 gli introiti del settore della giada nel 2014 ammontavano ad US$ 31.000.000, controllati da una rete dell’elite militare, che hanno continuato ad alimentare anche i conflitti etnici. Cifre simili per i rubini, la cui vendita in Europa nel 2107 ammontava ad US$ 56.200.000. 

Molte chiese sono state incendiate, però i cristiani continuano ad operare per una riconciliazione e la foto di suor Ann Nu Thawng ha fatto il giro del mondo: quale è il ruolo della Chiesa per riportare la riconciliazione? 

“La Chiesa cattolica è una minoranza, ma molto rispettata, anche grazie al ruolo straordinario che il card. Chales Maung Bo svolge da anni nel paese, promuovendo il dialogo religioso per la pace. La Chiesa ha un ruolo fondamentale nel dialogo di pace, nel contrasto con il clima di odio montato da gruppi di monaci buddisti nazionalisti e radicali contro i mussulmani e le altre religioni, nel sostegno alle comunità etniche più povere. Un impegno riconosciuto, che emerge anche dalla straordinaria esperienza di suor Ann, in ginocchio di fronte a militari che anche essi si inginocchiano in segno di rispetto e di preghiera. Un’immagine potentissima di quanto il coraggio delle proprie idee possa contribuire a cambiare il mondo”.

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