‘Noi serviamo l’unico Signore’, Madre Teresa, nel ricordo di un monaco

L'immagine di Madre Teresa al Celio
Foto: CF
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“Uno dei carismi di Madre Teresa da sottolineare è il distacco totale da se stessa e da tutte le sue opere, per amore di Cristo Crocifisso, senza nessun ritorno.

Madre Teresa di Calcutta non ha avuto nessuna gioia spirituale, di nessun tipo, però è stata una donna capace di essere libera di fronte a tutto e a tutti. E non aveva scrupoli: prendeva gli assegni, faceva una preghiera sopra di essi e li incassava, destinandoli immediatamente a qualche opera”.

Il ricordo di uno che l’ha conosciuta bene e da vicino, il monaco benedettino camaldolese Guido Innocenzo Gargano, diventa memoria grata della neo Santa di Calcutta portata agli onori degli altari domenica 4 settembre da Papa Francesco. Alla piccola suora albanese sono dedicate alcune pagine significative nel libro-intervista “Alla luce della Misericordia”, Cittadella Editrice, in cui il monaco camaldolese, professore straordinario di Teologia Dogmatica all’Urbaniana e “professor invitatus” di Storia dell’Esegesi ed Ermeneutica Patristica al Pontificio Istituto Biblico, notissimo per i suoi studi sui Padri della Chiesa e per la sua attività di “lectio divina”, si racconta a Salvatore Tomai, autore e regista televisivo del programma di RaiUno “A Sua Immagine”, in una lunga conversazione sul Giubileo e sui segni dei tempi.

Un testo nato, scrive l’intervistatore nella premessa, come richiesta di un contributo sui temi della Misericordia e sull’Anno Santo indetto dal Papa, ma che è poi divenuto un’intervista a tutto campo sull’uomo, la libertà, il perdono e la grazia. E che prosegue come una riflessione allargata sulla giustizia e sui diritti umani, sui ”segni dei tempi” da leggere in un’epoca di cambiamento così repentino e su alcune figure che l’intervistato ha incontrato di persona, come Madre Teresa e Giorgio La Pira. E così, dopo il capitolo iniziale sul Giubileo straordinario della Misericordia (“un’intuizione straordinaria di Papa Francesco, che permette a tutti coloro che si sentono trafitti nel cuore dal loro passato o dal loro presente di essere ascoltati nella loro sofferenza e nel pianto per potersene liberare”), sui suoi simboli e sui suoi rituali, si passa ad esaminare la confessione e il perdono, il senso del peccato, l’incapacità di perdonare e di auto-perdonarsi, attingendo da casi di cronaca come dalle parabole evangeliche o dai testi dei grandi Padri della Chiesa.

Con uno sguardo proiettato sulle ferite dell’uomo contemporaneo, padre Gargano, sollecitato da Tomai, si sofferma sulle ultime vicende che hanno agitato il dibattito di questi ultimi tempi: il tema della laicità e dell’integrazione in Francia e in Europa all’indomani degli ultimi episodi di violenza che hanno insanguinato le nostre strade; le migrazioni e il dialogo fra mondi e culture diverse, quei “popoli nuovi” su cui rifletteva il Papa San Gregorio Magno nei termini in cui l’antico Israele era uscito dai propri confini in attuazione del disegno di Dio, e da cui possono nascere nuove occasioni di confronto; la famiglia contemporanea, sottoposta a pressioni e sollecitazioni inedite come la stepchild adoption, su cui il religioso esprime con franchezza le proprie valutazioni; la Chiesa e la sua presenza nel mondo, con il ripercorso del suo servizio alla comunità ecclesiale come monaco camaldolese.

E questo gli ha consentito, con un percorso di formazione progressiva dalla natia Pulsano, in Puglia, a Camaldoli fino a Roma, al monastero di san Gregorio al Celio e all’insegnamento nelle università pontificie romane, di incrociare e coniugare la comunione “diacronica” con quella “sincronica”, la tradizione intergenerazionale con il presente contemporaneo; il ricordo di figure amate della cattolicità del ‘900 come San Giovanni XXIII, il Cardinale Carlo Maria Martini, don Lorenzo Milani, padre Benedetto Calati, priore generale della Congregazione camaldolese dal 1969 al 1987, e il paragone con esperienze comunitarie consimili come la Comunità di Sant’Egidio (“di fronte a sollecitazioni nuove come quella propostami da Andrea Riccardi della Comunità di Sant’Egidio, alla cui nascita hanno contribuito anche i monaci di San Gregorio, non me la sentii di abbandonare la mia eredità camaldolese”) e la Comunità di Bose (“fui ammirato per tutto ciò che stava creando Enzo Bianchi, ma ebbi l’impressione che lì si trattasse di una sorta di campo di scouts, qualcosa di nuovo solo idealmente legato al passato”).

Su tutti spiccano le due figure di Giorgio La Pira e di Madre Teresa di Calcutta, conosciuti e incontrati da vicino.

Il primo è  ricordato nel suo impegno di costituente e sindaco di Firenze, nella sua attenzione verso gli ultimi e nell’indicazione del primato dell’uomo sull’economia, e per il suo invito, rivolto alla comunità camaldolese romana, di tenere insieme il “vecchio” e il “nuovo”, la grande tradizione monastica ereditata da San Romualdo con l’apertura ai laici e ai loro bisogni culturali e spirituali. Della Santa di Calcutta padre Gargano ricorda con affetto i primi incontri, legati alla circostanza che la seconda casa romana delle Missionarie della Carità sorse, ed è ospitata tuttora, in alcuni locali contigui a San Gregorio al Celio messi a disposizione con generosità dal monastero. Di quel periodo è ricordata l’opposizione del Comitato di quartiere, “rigorosamente di sinistra, che non voleva saperne di lasciare questo spazio a Madre Teresa” perché la sua iniziativa a favore dei poveri era tacciata di populismo e di pietismo, incapace di risolvere alla radice i problemi strutturali dei tribolati della terra. ‘Io sono d’accordo con voi - rispose la Madre intervenendo a una di quelle assemblee - ma non posso accettare che la gente che sta rischiando di morire attenda i tempi stabiliti dai politici’.

Ma il ricordo del monaco si fa commosso quando ricorda la grande lezione avuta da Madre Teresa sul senso del genuino e appropriato servizio alla Chiesa. Come servire i poveri se si consacra la propria vita alla ricerca e allo studio? La risposta venne da un episodio concreto, l’utilizzo di spazi che potevano essere utili sia alle Missionarie che ai Padri Camaldolesi che avrebbero dovuto ospitare in quel tempo un gruppo di monaci romeni di rito bizantino affidato a loro dalla Santa Sede. Che fare? In un incontro fra le due comunità, Madre Teresa disse alle sue suore: ‘Sorelle, sia noi che Innocenzo vogliamo servire unicamente Gesù, noi in un modo e lui in un altro. I monaci ci hanno messo a disposizione gli ambienti dei loro padri. Adesso tocca a noi essere altrettanto generosi nei loro confronti, perché possano vivere con serenità il loro carisma.

Per cui, quando i monaci saranno cresciuti di numero, ricordatevi che dovete fare bagaglio e portare i poveri altrove, perché tutti e due serviamo l’unico Signore’. “Questa risposta di Madre Teresa fu una commozione unica - rammenta padre Gargano nel libro - Mi aveva tranquillizzato alla radice, perché mi fece capire che non assolutizzava affatto il suo carisma, e che era felice di condividere la vicinanza del carisma monastico. Le mie coinquiline Missionarie della Carità avrebbero distribuito il pane per il corpo e io avrei distribuito il pane della Parola. Non aveva forse detto Gesù che ‘non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio’? (Matteo 4,4)”.   

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