Papa Francesco e Fidel Castro, i due "lider" a confronto

Fidel Castro visita Benedetto XVI durante il viaggio di quest'ultimo a Cuba, marzo 2012
Foto: © L'Osservatore Romano Photo
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Quando Benedetto XVI andò nel 2012, Fidel Castro volle andare personalmente a trovarlo. Era curioso di parlare con il Papa, voleva da lui discutere di Dio, e gli chiese persino dei libri da leggere. Il Papa ci pensò un po’, e poi una robusta cassa di libri fu inviata alla volta di Cuba, dopo il ritorno. Non si sa se Fidel li abbia letti, né quali libri siano. Ma questa volta, lo scambio con Papa Francesco è stato diverso. E ha riguardato una delle questioni che più di tutte hanno tormentato Fidel negli ultimi anni: la questione ambientale.

È un destino strano, quello che fa incrociare i protagonisti dei tempi. Fidel, l’uomo della revoluciòn, aveva già lasciato il potere al fratello Raul quando andò Benedetto XVI. Tanto Fidel era impetuoso, tanto Raul era calmo e posato. Di Fidel, la Chiesa cubana ricorda la persecuzione. Ma i vescovi ricordano anche quando lui si presentava alle loro riunioni, e li intratteneva con discorsi e conversazioni fiume. Lo fece, per esempio, ad una delle riunione del CELAM che si tenevano all’Habana, dove tenne i vescovi a parlare per quattro ore e mezza.

Fidel era fuori da ogni protocollo, perché faceva strabordare il suo pensiero. Raul, forse perché cresciuto all’ombra del fratello, ha deciso di mantenere un profilo più istituzionale, misura incontri e tempi degli incontri, sa quando apparire e scomparire.

Tanto che c’è qualcuno, nella Curia vaticana, che paragonato Fidel a Francesco e Raul a Benedetto. Un paragone un po’ azzardato. Anche se in fondo, Fidel e Papa Francesco hanno molte cose in comune. Il ragionato modo di porsi spontaneamente nella folla, i discorsi a volte lunghissimi, a volte tortuosi, che servono non solo a sviluppare il pensiero, ma a cercare di tenere incollato lo spettatore. L’amore per i colpi ad effetto, ma anche la consapevolezza che i simboli sono importanti.

Così, quando nel 1998 Giovanni Paolo II arrivò a Cuba per il primo, storico viaggio di un Papa en la isla, Fidel Castro smise la divisa di ordinanza, e si presentò in giacca e cravatta. Aveva intuito, Fidel, che la Santa Sede poteva essere un mediatore e una cassa di risonanza eccezionale per la causa della isla, per la rimozione del bloqueo che la attanagliava. E aveva avuto ragione.

Ironicamente, però, è stato il fratello a chiudere il riavvicinamento con gli Stati Uniti, a sfruttare fino in fondo l’immagine di Papa Francesco, il primo latino americano della storia. Un Papa che non può non piacere ai cubani, anche perché arriva negli Stati Uniti e parla principalmente agli ispano americani. Così ha fatto durante la trasmissione ABC 20:20, e così farà ad esempio a New York, andando in una scuola in quella che viene chiamata la Spanish Harlem. Così, il Papa del riavvicinamento di Cuba all’America si presenta come un Papa profondamente anti-americano agli occhi di Fidel.

Il quale ha riscoperto non la fede, ma almeno una ricerca di fede proprio negli ultimi anni della sua vita. Non è che il suo rapporto con la Chiesa sia sempre stato tutto rose e fiori.

Una volta al potere, nel 1959, Fidel ha cercato in ogni modo di sradicare il cristianesimo dal suo popolo. Eppure era cresciuto studiando presso istituti religiosi, a cui i suoi genitori lo avevano iscritto anche grazie al costo modesto e accessibile. Dichiarò lui stesso: “Questo era possibile perché i preti non erano stipendiati. Ricevevano soltanto il vitto e vivevano con grande austerità…Austeri, serissimi, pronti al sacrificio e lavoratori indefessi, i gesuiti prestavano servizio gratuitamente, e in questo modo tagliavano le spese”. Ancora: “lo spirito di sacrificio e l’austerità dei gesuiti, la vita che conducevano, il loro lavoro e il loro  impegno facevano sì che la scuola fosse accessibile a quel prezzo…Tutti quei gesuiti erano di destra. Alcuni di loro erano ovviamente persone di buon cuore che esprimevano la loro solidarietà verso altre persone; sotto certi aspetti erano irreprensibili”. Inoltre “apprezzavano il carattere, la rettitudine, l’onestà, il coraggio e la capacità di sacrificio….”. Ma io, aggiungeva Castro, “non ho mai avuto davvero una convinzione religiosa o una fede religiosa. A scuola nessuno mai è riuscito ad instillarmele….”; ho invece, aggiungeva, una fede politica che mi rende un “uomo pieno di fiducia e ottimismo”.

Ma poi questo ottimismo è scemato con gli anni, ha lasciato il posto a riflessioni più profonde. Più che un sentimento religioso, è quella ricerca di capire il senso delle cose che lo ha sempre assillato. Diventato anziano, raccontano abbia cominciato a leggere libri sulla questione ecologica.

Parlò anche di questo con Benedetto XVI. Ed è tornato sulla questione ecologica a maggio, incontrando (in tuta come al solito) il presidente francese François Hollande che era andato in visita a Cuba. Era preoccupato, Fidel, degli esiti dell’incontro ONU di Parigi sul cambiamento climatico. Il 21esimo incontro, dato che tutti gli altri sono falliti.

È la stessa preoccupazione di Papa Francesco, che alle Nazioni Unite affronterà la questione. E così, con la “Laudato Si” come linee guida, il lider de la iglesia e il lider de la revoluciòn si sono ritrovati insieme. A celebrare un matrimonio tra Chiesa e Cuba che la Chiesa in fondo non ha mai interrotto (sono 80 anni che la Santa Sede ha relazioni diplomatiche con la isla). Ma soprattutto a celebrare un riavvicinamento agli USA che potrebbe davvero far respirare i cubani.

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