Pesca e traffico di esseri umani, cosa dice la Santa Sede?

Padre Bruno Ciceri, responsabile dell'Apostolato del Mare nel Dicastero per il Servizio allo Sviluppo Umano Integrale, presenta il prossimo congresso mondiale con Paloma Garcia Ovejero, vicedirettore della Sala Stampa Vaticana
Foto: AG / ACI Stampa
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Il dramma dello sfruttamento, che diventa quasi un vero e proprio traffico di esseri umani, colpisce un settore del lavoro poco conosciuto come quello della pesca, nonostante quello del pescatore sia considerato tra i lavori più pericolosi del mondo. Su tutto questo la Santa Sede punterà i riflettori nel Congresso Internazionale dell’Apostolato del Mare, che si terrà a Kaohsiung, Taiwan, dall’1 al 6 ottobre.

La scelta di Kaohsiung non è casuale. Lì c’è un attivissimo centro di apostolato del mare, lo Stella Maris, che è poi il nome con cui sono conosciuti gli operatori dell’Apostolato del Mare in tutto il mondo.

Il movimento dell’Apostolato del Mare, che ha chiesto in prestito dai gesuiti il nome “apostolato”, nasce a Glasgow nel 1920, e si appresta a festeggiare il suo centenario. Nella capitale scozzese, un gruppo di laici, tra cui un anglicano convertito al cattolicesimo, pensò di strutturare l’impegno per i marittimi. Una sollecitudne che poi divenne parte dell’impegno ufficiale del Vaticano, con un segreteria inserita prima nella Sacra Congregazione Concistoriale negli anni Cinquanta, poi nel Pontificio Consiglio dei Migranti, oggetto anche di un motu proprio di Giovanni Paolo II, e infine, oggi, nel dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale.

A raccontare il tutto, padre Bruno Ciceri, uno scalabriniano che da sempre si occupa dei marittimi, prima con un impegno missionario nelle Filippine e appunto in Taiwan, e poi nel dicastero dei Migranti e poi dello Sviluppo Integrale. È lui che sta organizzando il tutto.

A prendere parte al Congresso – che si tiene ogni cinque anni – ci sarnano anche i cardinali Charles Bo dal Myanmar e Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio allo Sviluppo Integrale, nonché l’arcivescovo Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

Un parterre importante, per una questione cruciale. “Negli ultimi due o tre anni – racconta padre Ciceri – c’è stato un crescente interesse sul tema della pesca, perché qeullo dei pescatori è considerato il lavoro più difficile del mondo”.

“I pescatori – spiega Padre Ciceri – vivono in condizioni difficilissime, e non possono lamentarsi. In mare aperto non hanno cellulare, non hanno un telefono satellitare. Restano in mare senza possibilità di contatto, perché non approdano mai a terra, mentre le navi vengono rifornite da navi frigo che portano gasolio e rifornimenti e scaricano la stiva del pescato”.

Sono vittime di una situazione inumana, perché “se si fanno male, non possono sempre essere curati, perché mancano le medicine e sono in mare aperto. Molti muoiono o restano menomati. E le condizioni di lavoro sono praticamente inaccettabili, parte di un sistema di sfruttamento”.

Funziona così: “L’armatore fa un contratto con un broker, e questi recluta i pescatori con queste condizioni: di 100 dollari mensili di stipendio, 20 dollari vengono dati direttamente ai pescatori e 80 tenuti dal broker, che li darà ai pescatori solo al termine del contratto di tre anni. Se lasciano prima, perdono tutto”.

E poi – continua padre Ciceri – “molti pescatori diventano vittime del traffico, ed è difficile scappare da una condizione del genere. Per questo il pesce congelato costa poco, perché è pescato da persone che non vengono pagate niente”.

Di tutto questo si parlerà nel Congresso Mondiale dell’Apostolato del Mare.

Il lavoro sul tema da parte della Chiesa è capillare. “Abbiamo un network che serve 560 porti del mondi, i nostri volontari e cappellani. hanno visitato circa 70 mila navi. Se contiamo in ogni nave una media 15 persone, si può dire che i cappellani hanno raggiunto quasi un milione di persone, persone che vengono nelle nostre città, nei nostri porti, ma nessuno li vede, perché i porti sono lontani dalle città”.

Cosa fanno i volontari dell’Apostolato del Mare? “Visitiamo le persone, incontriamo i membri dell’equipaggio, forniamo loro wifi se non possono scendere, per farli incontrare con la famiglia, risolviamo i problemi pratici, anche quello di poter comprare uno shampoo, perché quando approdano a terra spesso lo fanno di notte, quando non è possibile acquistare niente e men che meno in dollari, la valuta con cui vengono pagati”.

 

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